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Schifani prenota il bis. Ma nel 2027 siciliano le sedie sono ancora tutte da assegnare

- 20/09/2026

Il governatore considera naturale la ricandidatura e rivendica il sostegno della coalizione. Lega, Dc e Mpa si sono espressi con chiarezza, FdI tiene aperta qualche porta e dentro Forza Italia il dossier non è del tutto archiviato. Dall’altra parte Pd, M5S e La Vardera cercano il punto di caduta. E Cateno De Luca continua a giocare una partita tutta sua su tutti i tavoli possibili.

Renato Schifani non ha ancora aperto ufficialmente la campagna elettorale. Ha fatto qualcosa di politicamente più utile: ha appoggiato il cappello sulla sedia. Il presidente della Regione ha dato per scontata la propria disponibilità a cercare un secondo mandato nel 2027, richiamandosi direttamente a quel 12 agosto del 2022 in cui nacque la sua candidatura. «Intendo onorare quello che mi è stato chiesto», ha detto, ricordando Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Totò Cuffaro e Raffaele Lombardo. E ha aggiunto che «praticamente tutta la coalizione» si sarebbe ormai pronunciata per lo Schifani bis.

Quel “praticamente” è una parola piccola ma politicamente ben scelta. Perché il clima nel centrodestra è oggi certamente più favorevole alla continuità di quanto non fosse qualche mese fa, ma la candidatura non risulta ancora consacrata da un tavolo definitivo della coalizione.

Schifani, intanto, fa quello che ogni presidente uscente cerca di fare quando sente avvicinarsi la stagione delle urne: trasforma il mandato amministrativo in un argomento elettorale. Rivendica crescita economica, conti regionali, occupazione e ritorno dei giovani; richiama le emergenze idrica e incendi, le politiche sociali e quelle per le imprese. Il messaggio è semplice: non sto chiedendo un’altra possibilità, sto chiedendo di continuare ciò che ho cominciato. Sui dati relativi al rientro dei giovani, in particolare, è lo stesso Schifani ad averli indicati tra gli elementi a sostegno del proprio bilancio politico. Ed è proprio la continuità, più ancora del nome, il terreno sul quale il governatore sta cercando di chiudere in anticipo la discussione.

Il centrodestra: molti sì, qualche matita ancora sul tavolo

La Democrazia cristiana, attraverso il capogruppo all’Ars Carmelo Pace, ha definito Schifani «il candidato naturale del centrodestra». Raffaele Lombardo ha fatto un passo ulteriore: ha sostenuto apertamente il bis e ha avvertito che l’Mpa non accetterebbe automaticamente un nome alternativo calato dall’alto. La Lega, già nei mesi scorsi, aveva difeso la prosecuzione dell’esperienza di governo sino alla scadenza naturale della legislatura. Poi c’è Fratelli d’Italia.

Ignazio La Russa ha osservato che normalmente un presidente giudicato positivamente viene ricandidato. Ma il commissario regionale Luca Sbardella ha mantenuto una prudenza che in politica vale quanto una clausola scritta in caratteri minuscoli: se si aprisse davvero la partita della successione, FdI avrebbe propri nomi da mettere sul tavolo. Non è una bocciatura di Schifani. È il promemoria che il centrodestra siciliano resta una coalizione nella quale i rapporti di forza dovranno essere negoziati insieme alle candidature per Palazzo d’Orléans e per Palermo. E neppure Forza Italia è stata negli ultimi mesi un monolite. Giorgio Mulè ha riconosciuto i risultati dell’attuale governo regionale e, il 5 settembre, ha precisato di non essere personalmente interessato alla corsa, pur avendo dato la propria disponibilità al partito. Nel dibattito azzurro sono comunque circolati anche altri nomi, tra cui quelli di Marco Falcone e Nino Minardo. Per ora, però, nessuna candidatura alternativa ha assunto la consistenza politica del governatore uscente.

La fotografia attuale, dunque, è questa: Schifani è avanti nel processo di consolidamento della propria ricandidatura, ma la cornice deve ancora essere inchiodata al muro.

A sinistra il problema è opposto: prima bisogna scegliere chi corre

Nel campo progressista accade quasi il contrario. Il centrodestra discute se confermare il presidente uscente; Pd, Movimento 5 Stelle, Controcorrente e gli altri interlocutori dell’area devono ancora stabilire definitivamente metodo, perimetro e candidato.

Ismaele La Vardera ha giocato d’anticipo. La sua candidatura alla presidenza della Regione è stata annunciata già il 14 febbraio e a marzo è arrivato anche il simbolo “Ismaele presidente”. La sua linea è quella di mettere la candidatura a disposizione di un fronte progressista più ampio. Il Pd non ha però consegnato le chiavi della coalizione. Anthony Barbagallo ha annunciato che il partito definirà un proprio nome da proporre agli alleati e che, in mancanza di una candidatura condivisa, le primarie restano uno degli strumenti possibili per arrivare alla scelta. Il Movimento 5 Stelle, guidato in Sicilia da Nuccio Di Paola, mantiene invece maggiore cautela sul meccanismo delle primarie e insiste sulla necessità di costruire prima programma e coalizione. Lo stesso Di Paola è uno dei nomi presenti nel confronto politico per la Regione.

Ed ecco che il “campo largo” mostra tutti i suoi problemi di geometria: per essere largo deve contenere soggetti diversi, ma più si allarga più diventa complicato stabilire dove mettere il centro. La Vardera ha già piantato la bandiera. Il Pd vuole partecipare alla scelta da protagonista. Il M5S non intende farsi trascinare semplicemente sul terreno altrui. AVS ha mostrato attenzione verso il percorso di Controcorrente, mentre altre componenti dell’area progressista continuano a chiedere un confronto unitario. Il quadro, al 20 settembre 2026, resta quindi aperto.

Poi c’è Cateno De Luca, che non vuole essere messo in nessuna scatola

Fuori dai due recinti tradizionali continua a muoversi, da battitore libero, Cateno De Luca. Sud chiama Nord sta costruendo le liste per le Regionali e De Luca ha impostato da mesi il proprio percorso attorno al cosiddetto “Governo di Liberazione”. Ad agosto il movimento aveva già annunciato decine di candidature e il progetto continua a strutturarsi sui territori. Il 31 agosto De Luca ha dichiarato di avere eliminato una precedente pregiudiziale: il confronto con altre forze non è più subordinato alla condizione che sia necessariamente lui il candidato alla presidenza. Sarà vero? E’ la domanda che in molti politicamente si pongono non senza un sorriso a mezza bocca. Lui ha spiegato di voler tenere distinti il tavolo nazionale e quello siciliano, aggiungendo di non avere preclusioni ideologiche tra centrodestra e centrosinistra. La mozza serve a giocare contemporaneamente su tutti i fronti e con tutti i mazzi di carte possibili. Non significa che abbia rinunciato alla candidatura. Significa, esattamente secondo le sue parole, che il quadro delle alleanze verrebbe prima della decisione definitiva sul candidato.

Nel centrodestra esistono esponenti che hanno pubblicamente ipotizzato un dialogo con De Luca: il presidente dell’Ars Gaetano Galvagno ha parlato apertamente della possibilità di allargare la coalizione. Sul versante opposto, invece, soprattutto M5S e sinistra hanno manifestato forti resistenze a un’eventuale alleanza con Sud chiama Nord.

De Luca, dunque, continua a tenere le porte aperte mentre prepara casa propria.

La campagna che non è ancora cominciata

Manca ancora circa un anno al voto regionale e sarebbe prematuro trasformare gli attuali movimenti in un tabellone definitivo. Ma la disposizione dei pezzi è già visibile.

Schifani tenta di togliere il proprio nome dalla trattativa e trasformarlo nel punto di partenza della trattativa: prima si accetta il presidente uscente, poi si discute del resto. È una differenza non banale. Fratelli d’Italia non chiude la porta, ma conserva le chiavi. Forza Italia deve evitare che la ricandidatura del proprio presidente diventi paradossalmente una questione decisa dagli alleati. Lega, Dc e Mpa hanno espresso posizioni favorevoli alla continuità.

Dall’altra parte La Vardera corre già, il Pd prepara la propria proposta, il M5S difende il proprio spazio e il campo largo deve ancora stabilire come trasformare diverse ambizioni in una sola candidatura.

Infine De Luca. Candidato, interlocutore, leader di uno schieramento autonomo e contemporaneamente disponibile a qualunque confronto nazionale: tutte definizioni che, allo stato attuale, convivono.

Ad oggi l’unico vero dato politico di settembre 2026 rimane il seguente: Schifani ha pronunciato la parola bis quando gli altri stanno ancora discutendo l’alfabeto delle alleanze.

Non significa che il nome del prossimo candidato del centrodestra sia già scritto sulla scheda. Significa che il governatore ha cominciato a scrivercelo sopra. A matita, per ora. Ma con una matita piuttosto calcata.

GIU.BE.