Dimissioni strategiche e quattro “saggi” per partorire un programma che è l’esatto copia-incolla del passato: tra piste ciclabili, cantieri aperti e buchi di bilancio derubricati a “prassi”. E mentre si favoleggia di svolte epocali, la disoccupazione vola al record del 35,9%. La vera rivoluzione, forse, sarà cercare lavoro in bicicletta.


di GIUSEPPE BEVACQUA
C’era un bisogno disperato, quasi fisiologico, di dimettersi. Era assolutamente necessario staccare la spina in anticipo, convocare conferenze stampa cariche di gravitas e annunciare alla plebe messinese l’imminente arrivo di una “svolta”. Da quell’ingiustificabile “ho sopportato abbastanza” a qualcosa di epocale, sensazionale, un new deal in salsa peloritana che, come annunciato, avrebbe fatto impallidire Roosevelt. Per l’occasione, si è persino scomodato il gotha dell’intellighenzia cittadina: ben quattro “grandi saggi”, riuniti in conclave per decrittare i bisogni della città e tracciare la rotta del futuro. E dopo tanta mistica riflessione, cosa ha partorito la proverbiale montagna? Il solito, sbiadito topolino. Un topolino in bicicletta, per giunta.
Il programma “rivoluzionario” annunciato dal candidato, ed ex sindaco, Federico Basile per inaugurare la fatidica “Terza Fase” è, a ben guardare, un maestoso inno al passato. Un audace copia-incolla che fa del repetita iuvat, sed etiam non (ma anche no) ben altro che una figura retorica, semmai un manifesto politico programmatico. Doveva essere l’alba del domani, e invece siamo ancora qui a disquisire di piste ciclabili e parcheggi di interscambio. Una “rivoluzione green” di facciata, utilissima – per carità – alla sacra e mai celata missione di raschiare il fondo del barile dei fondi europei, ma che di nuova visione ha esattamente lo stesso spessore di un volantino elettorale riciclato.
Ci si chiede, con la pacatezza che si riserva ai grandi misteri buffi della politica: dov’è l’innovazione? Ma soprattutto, la vera perla di questa campagna è l’improvvisa folgorazione sulla via di Damasco della democrazia partecipativa. L’ex sindaco ha dichiarato di aver avuto bisogno di tempo per “riflettere” e, udite udite, per “interloquire con i cittadini”. Una premura commovente. Peccato che durante il suo mandato questa vocazione al dialogo socratico fosse stata prudentemente chiusa in cassaforte. Quando c’era “lui” a Palazzo Zanca, affiancato dal fido scudiero e vicesindaco Mondello, la prassi era un’altra: tutto rigorosamente calato dall’alto. Il verbo si faceva asfalto e la città doveva solo ringraziare e adeguarsi.
I cittadini volevano il Viale San Martino sventrato? Dettagli. Oggi il Viale è ancora lì, un cantiere a cielo aperto assurto a parte integrante del paesaggio urbano, circondato da decine di altri lavori iniziati con enfasi e mai conclusi. Per non parlare del favoloso I-Hub, un progetto che ha ormai assunto i contorni della figura mitologica, a metà tra la fanciullezza di Peter Pan e il Mostro di Loch Ness. E mentre la premiata ditta favoleggia di smart city, il fronte mare cittadino pullula di roditori (pare siano ormai il doppio dei messinesi, forse si punta ad estendere a loro il diritto di voto) che convivono allegramente con rare specie di uccelli protetti, tra un milione di euro di finanziamenti persi a profusione e l’altro. Ed i giovani? Loro continuano ad andarsene e di lavoro stabile e concreto non se n’è vista neanche l’ombra. I riflettori si sono accesi eccome, ma sulla stazione che li ha visti andare via da una città stretta, anzi strangolata da un cerchietto magico, sempre più stretto, che ha ucciso meritocrazia e futuro.
Dov’è il nuovo? E soprattutto, dov’è la crescita decantata nei comunicati stampa a reti unificate? I dubbi, pesantissimi, messi nero su bianco dalla Corte dei Conti sui bilanci del Comune sono stati sfacciatamente liquidati come una banale “prassi”. Certo, avere i magistrati contabili che ti fanno le pulci sui disallineamenti di bilancio è sicuramente una routine amministrativa, un vezzo burocratico per passare il tempo, visto che i magistrati, quasi descritti come meri e polverosi burocrati, hanno ben poco da fare…
La realtà, sfrondata dalla narrazione epica del capopolitico Cateno De Luca e del suo devoto candidato, è molto più prosaica. Non c’è alcun new deal. C’è solo la pressante urgenza di recuperare quella “maggioranza bulgara” che Basile, con invidiabile talento, ha saputo sbriciolare e perdere per strada nel corso dei mesi, scontrandosi con la realtà di una città stanca di fare da comparsa.
Ma il capolavoro finale, l’eredità inconfutabile di questa amministrazione dei miracoli, lo consegnano i numeri. Quelli veri, non quelli dipinti sui rendering. Pur avendo inondato la città con milioni di risorse (piovute dall’Europa e spese come sappiamo), la disoccupazione a Messina ha continuato la sua inesorabile marcia. Nel 2025, in piena era Basile, abbiamo toccato il drammatico dato record del 35,9%. Oltre un messinese su tre è a spasso, fermo, disoccupato. Ma niente paura: la “Terza Fase” ha la soluzione in tasca. Basterà inforcare la bici e andare a cercare un impiego pedalando. Rigorosamente in pista ciclabile, ma attenti a non calpestare quel povero e smarrito topolino.





