
Il commissario Borzì approva il rendiconto 2025: rispettato il Piano di riequilibrio, recuperata la quota di disavanzo e nessuna anticipazione di tesoreria. L’inchiesta giudiziaria su Pistone resta un capitolo autonomo e tutto da definire. Ma sul piano amministrativo i numeri consegnano una fotografia che mal si concilia con l’immagine di un Comune allo sbando. E il dissesto finanziario viene da molto più lontano.

A Spadafora è franato tutto: sindaco, giunta, consiglio comunale. La politica è congelata, le chiavi del municipio consegnate a un commissario dopo il terremoto giudiziario innescato dalla denuncia della ex sindaca Tania Venuto, sonoramente battuta alle ultime elezioni, che ha travolto il dimissionario sindaco Lillo Pistone. Eppure, in mezzo a quello che doveva essere lo sfascio totale, c’è un superstite imprevisto: il bilancio. Un superstite per qualcuno più che scomodo e inaspettato.
I conti non sono caduti. A certificarlo, al riparo da tifoserie e vendette politiche, è il commissario straordinario Daniele Borzì con l’approvazione del rendiconto finanziario 2025. Qualcuno si aspettava macerie, ma la fotografia scattata dal tecnico inviato dalla Regione restituisce un’immagine cruda e assai diversa.
I problemi restano, ovviamente. Ed appartengono tutti alle precedenti amministrazioni, compresa quella della ex sindaca Venuto. Sono debiti. Ci sono quasi due milioni di disavanzo e oltre nove milioni accantonati per tutelarsi da contenziosi, debiti e crediti inesigibili. Da questi debiti il Piano di riequilibrio che pesa ma che è stato scrupolosamente rispettato dall’amministrazione dimissionatasi. Nel 2025, infatti, con l’amministrazione Pistone, il Comune ha recuperato la quota di disavanzo prevista, ha mantenuto gli equilibri finanziari, ha garantito i servizi essenziali e, soprattutto, non ha toccato l’anticipazione di tesoreria. Tradotto: Spadafora non ha dovuto mendicare ossigeno alle banche per pagare l’ordinaria amministrazione. Niente buchi di cassa rattoppati a debito, niente interessi passivi per tirare a campare. Ed è cosa di non poco conto nella storia della maggior parte dei comuni italiani.
È un risultato che oggi rischia di suonare indigesto a molti. Soprattutto perché non è sbandierato dalla giunta decaduta in cerca di difese disperate, ma messo nero su bianco da chi è stato chiamato a gestire l’emergenza.
Non dimentichiamo però che confondere l’inchiesta penale con lo stato delle casse servirebbe solo ad una propaganda non richiesta e non cercata, non alla verità dei fatti. Le cose stanno semplicemente così. Al contempo le accuse contro l’ex sindaco Pistone sono gravi. L’indagine è aperta, c’è una Commissione d’accesso al lavoro per vagliare ogni singola ombra, e sarà la magistratura a stabilire le colpe. Ma un fascicolo giudiziario, tutto da verificare, non trasforma automaticamente la gestione contabile in una catastrofe. A differenza di quel che qualcuno credeva.
C’è poi un altro dettaglio, storico e documentale, che smonta la narrazione a senso unico: il fardello del predissesto non porta la firma di Pistone. Le difficoltà finanziarie, ribadiamo, precedono ampiamente la sua gestione e affondano le radici nel mandato di Tania Venuto e non solo. Ironia della sorte, proprio l’ex sindaca dalle cui denunce ha preso spunto la valanga giudiziaria che ha azzerato l’attuale vertice cittadino. Se la denuncia ha aperto il fronte penale, il rendiconto approvato dal commissario apre inesorabilmente quello politico. Il documento certifica che il Comune lasciato da Pistone è fragile, ma lo è da anni. Adesso però è stabile. E nonostante la cronica fragilità ereditata, ha onorato la rata annuale di risanamento e ha retto senza farsi anticipare soldi in banca.
Il paradosso di Spadafora è tutto qui. Nel giro di poche settimane la politica è stata spazzata via. L’amministrazione è evaporata, il Consiglio non esiste più. Poi è arrivato il commissario, ha aperto i registri e ha scoperto che i conti, a differenza dei dubbi denunciati sulla politica, erano ancora saldamente in piedi.








