Quarantuno posti auto su circa 1.700 metri quadrati, oltre un milione di euro di quadro economico e l’asfalto promosso a strumento di mobilità sostenibile. Poco distante nascerà anche un parco urbano: proprio per questo resta incomprensibile la scelta di non integrare l’area in un vero sistema verde per la zona sud
A Messina la sostenibilità, la mobilità “dolce”, quella che dovrebbe viaggiare sui mezzi pubblici, passa per una sbarra automatica e, possibilmente, un parchimetro. Messina ne è ormai piena. Abbiamo capito che per questa amministrazione, così come per “quella di prima” che è sempre la stessa, basta aggiungere qualche aiuola, una colonnina elettrica e la parola “interscambio” perché anche un parcheggio possa essere presentato come una “conquista ambientale”.
È il caso di Santa Margherita, lungo la Statale 114, dove un’area di circa 1.700 metri quadrati è stata destinata alla realizzazione di 41 posti auto. Il progetto prevede uno stallo per persone con disabilità (SOLO UNO), uno per veicoli elettrici, due “stalli rosa”, illuminazione, videosorveglianza, sistemi di pagamento, regimentazione delle acque e infrastrutture di accesso. L’importo contrattuale dei lavori comunicato dal Comune è di 719.107 euro, mentre il quadro economico complessivo approvato dalla Regione supera 1,08 milioni, comprendendo somme a disposizione, espropri e altre voci. I lavori sono stati assegnati alla Saim Energy srl di Favara.
Dividendo meccanicamente il valore complessivo per i 41 stalli si ottiene un equivalente di oltre 26 mila euro per posto auto. È un calcolo puramente indicativo, perché nel conto rientrano impianti, sottoservizi, sicurezza, drenaggio ed espropriazioni. Ma è sufficiente per porre una domanda elementare: qual è il beneficio pubblico misurabile prodotto da questo investimento?
Il verde ridotto a decorazione

Non tutta l’area sarà coperta da asfalto tradizionale. Secondo il progetto, gli stalli dovrebbero essere realizzati con masselli autobloccanti, anche per consentire l’aerazione delle radici degli alberi esistenti, mentre l’asfalto riguarderà soprattutto corsie di ingresso, uscita e manovra. Sono previste inoltre aiuole perimetrali e marciapiedi.
Dunque non siamo davanti a una lastra di bitume uniforme. Ma il punto politico e urbanistico non cambia: la funzione prevalente dell’area resta quella di ospitare automobili. Il verde sopravvive come complemento del parcheggio, non il parcheggio come elemento subordinato a un progetto ambientale.
È il consueto capovolgimento delle priorità: prima si decide che servono gli stalli, poi si cerca uno spazio residuo per qualche albero. Le piante diventano il prezzemolo amministrativo con cui rendere più digeribile il cemento.
Invece Santa Margherita avrebbe potuto ospitare un’autentica porta verde della zona sud: alberature ad alto fusto, superfici permeabili, zone d’ombra, percorsi pedonali, panchine, giochi, piccoli spazi di socialità, chioschi e attività legate alle produzioni locali. Un luogo da vivere, non soltanto un punto in cui lasciare l’automobile. Ammesso che qualcuno ve la lascerà.

Il parcheggio non diventa sostenibile per decreto
Palazzo Zanca definisce l’opera un parcheggio di interscambio e la inserisce nella strategia per ridurre il traffico e favorire la mobilità sostenibile.
Ma l’interscambio non nasce pronunciandone il nome durante una conferenza stampa. Perché un parcheggio svolga davvero quella funzione deve essere collegato a servizi pubblici frequenti, affidabili e competitivi. Servono fermate vicine, tempi di attesa ridotti, coincidenze, informazioni agli utenti e tariffe integrate. Soprattutto, servono dati.
Quante automobili si prevede di intercettare ogni giorno? Quanti conducenti rinunceranno a proseguire verso il centro? Quali linee di trasporto pubblico serviranno l’area? Con quale frequenza? Quale riduzione del traffico e delle emissioni viene stimata?
Non v’è traccia di un’analisi della domanda capace di dimostrare che quei 41 posti cambieranno realmente le abitudini di mobilità. Senza questa dimostrazione, “interscambio” rischia di essere soltanto il nome elegante dato a un parcheggio di quartiere.
L’asfalto scalda, gli alberi raffreddano
Le pavimentazioni convenzionali, esposte al sole estivo, possono raggiungere temperature superficiali comprese tra circa 48 e 67 gradi. Le aree urbane possono risultare più calde delle zone circostanti di diversi gradi, mentre è scontato che alberi e vegetazione riducono le temperature attraverso ombreggiamento ed evapotraspirazione.
Inoltre le automobili parcheggiate aggiungono superfici metalliche e vetrate che assorbono e rilasciano calore. Le aiuole decorative, per quanto utili, non possono offrire gli stessi benefici di una copertura arborea continua e ad alto fusto.
E la vicinanza del mare non annulla il problema. Il mare mitiga il clima su scala più ampia; non impedisce a una superficie esposta, pavimentata e priva di ombra di trasformarsi in una piastra rovente nelle ore centrali della giornata.
ForestaMe, i milioni e la coerenza che manca
E ForestaMe? Perché Santa Margherita non è stata inserita fin dall’inizio nella progettualità di ForestaMe? Perché non è stata considerata una rete ecologica urbana più ampia? E perché il parcheggio non è stato concepito, ammesso che fosse indispensabile, come un’infrastruttura fortemente alberata e coperta da ombra vegetale o da pensiline fotovoltaiche? Messina Sud non ha bisogno di aree verdi?
Il parco vicino c’è. Ed è proprio questo il punto

Ma la situazione è più articolata di quanto possa apparire. Il 7 maggio 2026 il Comune ha consegnato i lavori per un distinto intervento di riqualificazione di Santa Margherita, del valore di circa 3,59 milioni di euro, che interessa un’area più vasta. Il progetto comprende pavimentazioni drenanti, verde attrezzato, panchine, giochi, servizi igienici, un campo da basket, illuminazione, irrigazione e una strada di collegamento tra via Nazionale e la Statale 114. Ma non alberi ad alto fusto. Un’altra area destinata al continuo assolamento.
La progettazione di un nuovo parco o area verde attrezzata che sia, non assolve automaticamente il parcheggio. Semmai rende ancora più urgente interrogarsi sulla pianificazione complessiva: perché non unire le due aree in un unico sistema ambientale? Perché non trasformare il parcheggio nella fascia alberata di accesso al nuovo spazio pubblico? Perché non concentrare gli stalli strettamente necessari sotto una copertura vegetale o fotovoltaica, restituendo il resto del suolo ai cittadini?
Non basta realizzare un’area verde da una parte per ottenere il diritto di impermeabilizzare dall’altra. La compensazione urbanistica non può funzionare come le indulgenze medievali: pianto un albero qui e posso asfaltare tranquillamente cento metri più avanti.
Chi incassa e chi guadagna davvero
L’impresa Saim Energy srl di Favara riceve il corrispettivo previsto dal contratto. Il Comune ottiene un’opera. E i cittadini che cosa ricevono esattamente? Quarantuno posti auto. Ma anche maggiore ombra? Minori temperature? Più suolo permeabile? Meno traffico? Più passeggeri sugli autobus? Una riduzione documentata delle automobili dirette verso il centro?
Sono questi gli indicatori che Palazzo Zanca dovrebbe rendere pubblici. Non slogan, rendering o nastri da tagliare, ma numeri: percentuale di copertura arborea, metri quadrati impermeabilizzati, temperature prima e dopo l’intervento, utilizzo medio degli stalli, numero di utenti trasferiti al trasporto pubblico, riduzione dei veicoli in ingresso alla città.
Altrimenti a guadagnare sarà soltanto la vecchia idea di città secondo cui ogni spazio libero è un vuoto da riempire, ogni terreno è una superficie da rendere carrabile e ogni automobile merita più attenzione di un bambino, di un anziano o di chi cerca semplicemente un albero sotto cui ripararsi.
Santa Margherita non aveva bisogno dell’ennesima etichetta verde applicata a un’opera grigia. Aveva bisogno di una scelta netta: meno suolo consegnato alle automobili, più ombra, più alberi, più vita.
Perché la sostenibilità non si misura contando le colonnine elettriche all’ingresso di un parcheggio. Si misura contando quanti cittadini, nel mese di luglio, riescono ancora a camminare per strada senza sentirsi dentro una fornace.





