Il documento regionale sulle liste di Basile c’è ma resta inaccessibile. Tra i sospetti dell’opposizione, il disorientamento dei cittadini e l’ombra dei ricorsi lampo al Tar, l’esito del voto rischia di essere ribaltato nei primi cento giorni, condannando Palazzo Zanca all’incubo di un nuovo commissariamento e nuove elezioni. Tutto per una mancanza di trasparenza che sarebbe costata poco assicurarla, nel rispetto degli elettori.


di GIUSEPPE BEVACQUA
Che il parere esista, ormai, non è più materia di fede ma di cronaca. Lo ha dovuto ammettere a denti stretti persino il solitamente inarrestabile Cateno De Luca, che in un primo momento aveva preferito lanciarsi a testa bassa contro la sottosegretaria di Stato Matilde Siracusano. Invece, il documento c’è. È lì, nero su bianco, protocollato e secretato, sepolto in qualche faldone della burocrazia palermitana. Eppure, per i comuni mortali, resta un miraggio irraggiungibile. La Regione Siciliana ha infatti calato il suo velo di Maya: l’atto è “non ostensibile”.
Siamo di fronte, con ogni evidenza, a un nuovo Segreto di Fatima. Solo che, a differenza delle visioni di Suor Lucia, qui a Messina non ci sono apparizioni mistiche o pastorelli, ma più prosaicamente uffici legislativi, scartoffie e liste elettorali in cerca di legittimità. Il mistero riguarda la regolarità delle firme e dei requisiti delle quindici liste a sostegno di Federico Basile, che per intanto si sono rifatte “il trucco” per almeno superare il rischio della “confondibilità” visto che erano 15 simboli fotocopia.
L’atto di significazione che ha dato origine al responso regionale è stato proposto dal candidato Marcello Scurria. Ebbene, in un trionfo di logica kafkiana, il parere non è stato mostrato nemmeno a lui, ovvero a colui che lo ha richiesto. E per questo, più che piccato (forse anche preoccupato) De Luca annuncia esposti e guerre legali contro chi il contenuto lo conoscerebbe.
Come le profezie che non possono essere divulgate ai fedeli, questo documento “non ostensibile” non è mai arrivato sul tavolo della commissione elettorale. I commissari, privati dell’unica vera valutazione aggiornata, non hanno potuto fare altro che agire in totale cecità, applicando comodamente i vecchi pareri che lo stesso deputato regionale De Luca aveva richiesto in passato. Il risultato di questo blackout indotto? La Commissione ha vidimato con il timbro della piena regolarità tutte le 15 liste di Basile.
Ma quale contorsione giuridica ha spinto la Regione a blindare un documento che riguarda la linfa stessa della democrazia cittadina? Nelle dichiarazioni ufficiali, la dirigenza si è trincerata dietro la fredda e inattaccabile formula della “non ostensibilità”. Scavando nel diritto amministrativo, l’unica zattera a cui gli uffici palermitani possono aggrapparsi è derubricare il parere a “mera consulenza interna”. Una chiacchierata confidenziale tra l’ufficio legislativo e l’assessorato, insomma. Un carteggio privato che non deve turbare la serena inconsapevolezza degli elettori. Secretando il parere stesso perché usabile in una probabile controversia. Ma proprio da questa segretezza può nascere il contendere e molto di più: il rischio che una città torni a votare dopo la chiusura di queste urne.
Scurria, tuttavia, non sembra volersi accontentare del “mistero gaudioso”. Subodorando che il responso segreto contenga verità nefaste per l’armata di “Sud chiama Nord”, ha deciso di passare al contrattacco. Come fa a essere certo che il parere bocci le liste di Basile? La logica deduttiva aiuta: se il documento fosse stato favorevole, lo avrebbero sventolato sui palchi e stampato sui manifesti. Se invece viene occultato, trasformando una norma pensata per tutelare le liti in corso in un provvidenziale scudo pre-elettorale, è facile immaginare che la verità sia esplosiva. Per scardinare questa opacità di Stato, Scurria ha inviato una formale richiesta alla Prefettura e ha dato mandato a un legale di chiedere alla Procura il sequestro del parere.
Invocare la segretezza su un atto che inciderebbe in modo così massiccio e diretto sulla procedura democratica rischia di esporre l’intero impianto del voto al rischio di sgretolarsi nelle aule di tribunale. E le conseguenze per Palazzo Zanca, una volta chiuse le urne, si riassumono in un incubo ben preciso: ingovernabilità derivante dall’incertezza del futuro.
La mancata trasparenza trasforma questa tornata elettorale in un campo minato. Se, a posteriori, le liste del movimento dovessero essere giudicate illegittime perché ammesse in carenza dei requisiti previsti, assisteremmo a un devastante effetto domino. I candidati esclusi e le coalizioni sconfitte avrebbero sul piatto d’argento l’argomento perfetto per un ricorso fulmineo al Tar (tutto entro 100 giorni). I giudici amministrativi potrebbero disporre l’annullamento dell’elezione dei consiglieri legati a quelle liste o, in uno scenario ancora più drammatico, far saltare in aria l’intero procedimento elettorale.
Sullo sfondo prenderebbe già forma l’ombra di un nuovo commissariamento. Se i voti delle liste contestate risultassero decisivi per far scattare la vittoria al primo turno di Basile o per garantirgli il premio di maggioranza in Consiglio Comunale, una sentenza avversa, anche una sospensione cautelare e provvisoria dell’esito elettorale, raderebbe al suolo ogni equilibrio. Decadenza degli eletti, scioglimento anticipato dell’Aula e l’arrivo dell’inevitabile commissario straordinario da Palermo. Significherebbe far precipitare Messina in un nuovo periodo più o meno lungo di paralisi amministrativa assoluta, tenendo in ostaggio bandi, progetti del PNRR (ormai in prossima scadenza) e servizi essenziali.
E anche qualora non si arrivasse alla bomba del commissariamento, la debolezza politica si respirerebbe ogni giorno in Aula. Governare con il “vizio” originario del parere segreto significherebbe sedere su una poltrona con una perenne spada di Damocle sulla testa. Le opposizioni, forti del dubbio, tratterebbero l’amministrazione come un’entità sub iudice, minando alla base la legittimità di qualsiasi delibera, dai bilanci ai piani regolatori. Portare avanti un programma in un clima del genere non è politica, è sopravvivenza in trincea. Ben altro che le deboli motivazioni che hanno portato Federico Basile a dimettersi “perché non si può andare avanti così”.
Non culliamoci, infine, nell’idea che i tempi biblici della giustizia ci terranno al riparo. Nel diritto amministrativo italiano, per materie delicate come questa, i ricorsi elettorali viaggiano sui binari dell’alta velocità. Il legislatore ha saggiamente previsto un “rito accelerato” per impedire che le città restino nel limbo, ostaggio di amministrazioni precarie.
Il cronometro scatterebbe non nel giorno della chiusura delle urne, ma nel momento ufficiale della proclamazione degli eletti. Da quel giorno, i candidati sconfitti, le liste escluse o qualsiasi cittadino elettore del Comune di Messina hanno esattamente 30 giorni di tempo per depositare il ricorso al Tar della Sicilia (nello specifico, alla sezione staccata di Catania, competente per il territorio messinese). Una volta presentato e notificato il ricorso, i giudici amministrativi dovranno fissare la data dell’udienza di discussione in tempi strettissimi, solitamente entro e non oltre 30 giorni. In questa fase non sono ammessi rinvii strategici o lunghi periodi di decantazione. Dopo l’udienza, il Tar non farebbe aspettare la città. Il “dispositivo” (cioè la decisione nuda e cruda su chi ha vinto e chi ha perso la causa) viene pubblicato entro il giorno lavorativo successivo all’udienza. Le “motivazioni” (il testo integrale che spiega le ragioni giuridiche della decisione) vengono invece depositate entro i 10 giorni seguenti.
E se chi perdesse in primo grado non si arrendesse, come accade quasi sempre, adirebbe, ovviamente, la possibilità di ricorrere in appello al Consiglio di Stato. Anche qui i tempi sono contingentati: l’appello va depositato entro 20 giorni dalla notifica della sentenza del Tar. Il rito manterrebbe la sua corsia preferenziale per arrivare a un verdetto definitivo e inappellabile nel giro di poche settimane.
Se traduciamo questo scadenziario nella realtà politica di Messina, è evidente che l’ombra del ricorso sulle liste e sul parere “segreto” della Regione non terrebbe in ostaggio la città per anni, ma concentrerebbe la massima tensione nei cruciali primi cento giorni di mandato.
Il timer della bomba a orologeria corre in fretta, e Messina si appresta a votare non con la forza della chiarezza, ma con l’ansia di un segreto custodito troppo bene. Sperando, a questo punto, in un miracolo, di Fatima.




