29
Giugno

Ex Fiera, il nuovo waterfront riapre alla città. Ma è davvero un “Parco Urbano”?

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L’annuncio dell’Autorità di Sistema Portuale restituisce a Messina 32mila metri quadri affacciati sul mare. Tra prati inglesi, sole e salsedine, si accende però il dibattito: senza alberature, zone d’ombra e una reale infrastruttura ecologica, la definizione regge alla prova dei fatti?

Ed è bellissimo perdersi in questo incantesimo“. Con i versi immortali di Franco Battiato, l’Autorità di Sistema Portuale ha comunicato l’apertura dell’area dell’ex Fiera. Uno spazio di circa 32.700 metri quadri presentato ufficialmente alla città come “Parco Urbano”, segnando la riconsegna di un perimetro fino a ieri precluso e ricucendo uno strappo storico tra Messina e il suo mare. Guai a lamentarsi della riapertura, un traguardo di per sé positivo. Eppure, osservando la distesa assolata che si apre oltre i cancelli, sorge un interrogativo tecnico e ambientale: la definizione di parco urbano collima realmente con questo scenario?

L’ombra che non c’è: anatomia di uno spazio verde

Dinanzi agli occhi dei cittadini si presenta un’area innegabilmente ordinata, dominata però da un caduco e delicato prato all’inglese, esposto al sole e alla salsedine. Gli alberi, elemento fondativo di qualsiasi polmone cittadino, sono giovani, radi o del tutto assenti.

Nella pianificazione moderna, le alberature non hanno un mero ruolo ornamentale. Sono un’infrastruttura vitale per ragioni ben precise:

  • Ombra e vivibilità: Creano zone fresche essenziali, rendendo l’area fruibile anche durante le roventi estati siciliane.
  • Clima e salute: Depurano l’aria assorbendo le polveri sottili e mitigano il pericoloso effetto “isola di calore”.
  • Schermo acustico: Isolano il parco dai rumori del traffico cittadino circostante.
  • Biodiversità: Offrono rifugio, habitat e nutrimento alla fauna locale in contesti fortemente cementificati.

Alberature che NON CI SONO. Senza macchie di arbusti strutturati e coperture arboree mature, l’area soddisfa solo in minima parte l’idea piena di parco urbano. Più correttamente, appare come un eccellente waterfront riqualificato, dotato di verde attrezzato, percorsi pedonali e aree sportive.

La questione normativa: oltre la vetrina estetica

Il D.M. 1444/1968 non inquadra il parco urbano come un vezzo linguistico o una categoria estetica, ma stabilisce rigorosi standard di dotazione pubblica. Per le attrezzature di interesse generale, il decreto richiede spazi che siano effettivamente utilizzabili, escludendo dal calcolo le semplici fasce verdi ornamentali o spartitraffico.

I dati diffusi parlano di un 60% della superficie destinata a verde, con oltre 7.000 nuove piantumazioni, aree fitness e percorsi. Numeri che, se confermati dagli elaborati tecnici, iscrivono l’intervento nella categoria del verde pubblico attrezzato. Tuttavia, dalle prime immagini emergono criticità evidenti. Le ampie superfici pavimentate e le campiture blu – verosimilmente pavimentazioni antitrauma o sportive – non possono essere considerate verde in senso stretto. Molte porzioni erbose si riducono a fasce lineari che, ai fini degli standard urbanistici, non equivalgono a un parco realmente vivibile. Il vero tema non è il nome di battesimo dell’area, ma quanta di questa superficie sia realmente permeabile, ecologicamente funzionale e stabile nel tempo (considerando anche che la concessione al Comune ha una durata di sei anni).

Oltre “prato e panchine”: le sfide ambientali

L’ISPRA e la Strategia nazionale del verde urbano spingono le amministrazioni verso un cambio di paradigma radicale: ridurre l’asfalto, passare dalla logica dei meri metri quadrati a quella degli ettari forestati, e rafforzare i servizi ecosistemici. Anche la legge 10/2013 obbliga gli enti a incrementare il verde per favorire il recupero delle acque piovane e la qualità urbana.

Chiamare l’ex Fiera “Parco Urbano” ha una sua innegabile efficacia sul piano comunicativo e amministrativo. Ma si tratta di uno spazio pubblico, attrezzato e con una quota significativa di prato. Sotto la lente rigorosa degli standard urbanistici e ambientali, la qualifica si rivela debole. Più che un parco ecologicamente compiuto, Messina ha guadagnato un suggestivo parco lineare sul mare. Per trasformare questo incantesimo scenografico in un’infrastruttura verde matura, l’ombra e la forestazione dovrebbero necessariamente guadagnare terreno sul cemento.