L’inchiesta della Procura di Roma punta a ricostruire la rete di relazioni attorno al tentativo di modificare il parere negativo sull’opera. Al centro degli accertamenti Saccomanno, Virgiglio e Miele. Ma i pm cercano anche eventuali promesse arrivate da altri soggetti
Potrebbe non essere stata soltanto un’iniziativa personale. Potrebbe esserci stato qualcosa di più strutturato. Forse una catena di interessi. Forse una regia. Forse uno o più “mandanti”.
È questo il nodo politico e giudiziario che emerge dall’inchiesta della Procura di Roma sulle presunte pressioni esercitate sui giudici della Corte dei conti per modificare il parere negativo sul progetto del Ponte sullo Stretto di Messina. Un’inchiesta che, se confermata nelle sue ipotesi investigative, rischia di aprire una crepa profonda nella narrazione muscolare costruita negli ultimi anni attorno all’opera-simbolo del governo e della Lega.
Martedì sono state eseguite perquisizioni e sequestri nei confronti di tre indagati. I nomi sono pesanti. L’avvocato Giacomo Francesco Saccomanno, uomo di riferimento di Matteo Salvini in Calabria e consigliere della Stretto di Messina Spa. L’imprenditore edile Vincenzo Virgiglio. E Tommaso Miele, ex presidente aggiunto della Corte dei conti, in pensione da febbraio 2026.
Le ipotesi di reato sono corruzione e rivelazione di segreto. Ma il punto più delicato non sta solo nei nomi degli indagati. Sta nella direzione degli accertamenti. I pm vogliono capire se dietro Saccomanno e Virgiglio ci fossero altri livelli. Altri interessi. Altri soggetti pronti a promettere utilità o incarichi per orientare un giudizio sgradito.
Secondo l’impostazione della Procura, Saccomanno, attraverso l’intermediazione di Virgiglio, sarebbe riuscito ad avvicinare Miele. Quest’ultimo, secondo gli investigatori, si sarebbe messo a disposizione per procurare documenti riservati e per intervenire sui colleghi della magistratura contabile. In cambio, secondo l’accusa, avrebbe ricevuto la promessa di mediazioni utili a ottenere incarichi dopo la pensione.
È qui che l’inchiesta cambia passo. I pubblici ministeri Fabrizio Tucci e Francesco Gualtieri, coordinati dall’aggiunto Giuseppe De Falco, hanno chiesto ai carabinieri di cercare eventuali “promesse di utilità” provenienti da Virgiglio, da Saccomanno o da terzi di cui i due si sarebbero fatti portavoce. Una formula che pesa. Perché apre la porta a un livello superiore rispetto al semplice scambio tra privati.
Gli investigatori devono verificare anche l’esistenza di comunicazioni tra gli indagati e soggetti della Stretto di Messina Spa e di Webuild/Eurolink, cioè la società pubblica concessionaria e il contraente privato incaricato della realizzazione dell’opera. Non risultano, allo stato, accuse nei confronti dei vertici delle società. Ma il fatto che i magistrati cerchino contatti e interlocuzioni dimostra quanto sia ampia la rete da ricostruire.
Il passaggio più significativo riguarda proprio Saccomanno. La sua non è una figura periferica. Non è un passante della politica. È consigliere della Stretto di Messina Spa. È un uomo inserito nei meccanismi del potere leghista in Calabria. Ed è descritto dagli stessi atti come soggetto capace di muoversi tra apparati, società pubbliche e ambienti ministeriali.
Secondo la Procura, Saccomanno avrebbe veicolato informazioni e documenti all’amministratore delegato della Stretto di Messina Spa, Pietro Ciucci, che risulta estraneo all’inchiesta. Il 2 ottobre, Saccomanno chiede e ottiene di essere ricevuto in extremis dall’Ad nel suo ufficio. “Ho già avvisato Ciucci”, dice in una conversazione intercettata, dopo avere tentato invano, scrivono i pm, di informare qualcuno al ministero.
Il quadro politico è ancora più delicato. Saccomanno è indicato come persona molto vicina a Matteo Salvini, anche lui estraneo all’inchiesta. Una email della Lega Calabria del 17 luglio 2024 lo descrive come professionista che “lavora a stretto contatto con il ministro Salvini” e come consulente esperto del ministro per seguire lo sviluppo delle infrastrutture in Calabria. Nella stessa comunicazione si legge che il Ponte sullo Stretto è un progetto chiave e che Saccomanno è “al centro di questa collaborazione”.
Parole che oggi assumono un peso diverso. Perché collocano l’avvocato non ai margini, ma dentro il cuore politico dell’operazione Ponte. Un’opera venduta come riscatto del Sud, ma sempre più circondata da zone d’ombra, forzature procedurali, accelerazioni propagandistiche e resistenze istituzionali.
Negli atti compare anche Franco Gemoli, responsabile della comunicazione della Lega Calabria, non indagato. Il 2 ottobre Saccomanno gli confida: “Te lo dico a te… tu e Ciucci lo sapete”. Una frase che gli investigatori dovranno collocare nel suo contesto. Ma che conferma l’esistenza di un circuito informativo ristretto, politico e societario, attorno a una vicenda istituzionale delicatissima: il giudizio della Corte dei conti su una delle opere pubbliche più costose e controverse della storia repubblicana.
C’è poi un altro filone. Quello del presunto tentativo di “arruolamento” di altri magistrati. Non solo Miele. Secondo gli atti, la coppia Saccomanno-Virgiglio avrebbe provato ad avvicinare almeno altri due magistrati, le cui posizioni sono ora al vaglio della Procura. In un episodio dell’ottobre 2025, Virgiglio si rivolge a un pubblico ministero in aspettativa invitandolo a partecipare a un evento dell’Accademia di Calabria. “Così facciamo una chiacchierata, ti presento altri personaggi”, dice. Poi aggiunge: “Vengono tre Ad… ferrovie, ferrovie, autostrade, hai capito?”.
Un linguaggio allusivo. Una rete di relazioni. Un metodo. Non la trasparenza delle istituzioni, ma la diplomazia opaca dei contatti riservati. Il potere che si muove nei corridoi, negli incontri laterali, nelle promesse non scritte.
Al centro di questa trama c’è anche Tommaso Miele. Ex alto magistrato contabile, in pensione da febbraio 2026, secondo gli investigatori sarebbe stato interessato a ottenere incarichi dopo la quiescenza. Il più noto, poi sfumato, sarebbe stato quello di presidente dell’Antitrust. In una conversazione intercettata nell’aprile 2026, Miele dice a Saccomanno: “Dopo la pensione avrò avuto una decina di incarichi, ma grossi… uno più grosso dell’altro”.
Gli incarichi, in effetti, non mancavano. L’8 ottobre 2025 l’ex presidente della Figc, Gabriele Gravina, lo nomina alla guida della commissione delle Licenze Uefa di primo grado, organismo che valuta i requisiti dei club per partecipare alle competizioni europee. Il 17 aprile 2026 la Regione Abruzzo lo indica come consigliere giuridico per la cabina di coordinamento presieduta dal governatore Marco Marsilio.
Il tema, però, non è soltanto giudiziario. È politico. Perché il Ponte sullo Stretto è diventato negli anni molto più di un’infrastruttura. È una bandiera. Una prova di forza. Un simbolo identitario agitato contro ogni dubbio tecnico, ambientale, economico e istituzionale. Chi solleva perplessità viene spesso trattato come un nemico del progresso. Chi chiede verifiche viene dipinto come sabotatore. Chi invoca prudenza viene bollato come nemico del Sud.
Ora l’inchiesta romana ribalta il tavolo. Perché il problema non è più soltanto se il Ponte sia utile, sostenibile, finanziabile o tecnicamente realizzabile. Il problema diventa un altro: fino a che punto qualcuno avrebbe tentato di piegare gli organi di controllo pur di neutralizzare un parere negativo?
La Corte dei conti non è un ostacolo burocratico. È un presidio di legalità contabile. È lì per controllare l’uso delle risorse pubbliche. Se davvero qualcuno ha provato a condizionarne l’orientamento, il tema non riguarda più solo Messina, la Calabria o il futuro collegamento stabile tra le due sponde. Riguarda la qualità della democrazia amministrativa.
La frase attribuita a Miele in una conversazione con Virgiglio del 31 ottobre 2025 è rivelatrice del clima: “I miei amici del governo, a cominciare da Salvini, si sarebbero aspettati una presa di distanza”. Il riferimento sarebbe all’imbarazzo per la bocciatura della delibera Cipess da parte della Corte dei conti. Salvini, è bene ribadirlo, è estraneo all’inchiesta. Ma il peso politico di quel nome dentro la conversazione resta evidente.
Il Ponte, ancora una volta, mostra il suo vero volto. Non solo cemento, piloni e campate. Ma potere. Relazioni. Pressioni. Apparati. Ambizioni personali. Carriere da sistemare. Incarichi da promettere. Pareri da neutralizzare.
La magistratura farà il suo corso. Gli indagati avranno modo di difendersi. Le ipotesi della Procura dovranno essere provate. Ma politicamente il danno è già enorme. Perché attorno all’opera più propagandata d’Italia compare l’ombra peggiore: quella di un sistema disposto a forzare i controlli pur di non fermare la macchina.
E quando un’opera pubblica ha bisogno di pressioni riservate, contatti opachi e possibili mediazioni di potere per superare un parere negativo, allora la domanda non è più soltanto quanto costerà il Ponte.
La domanda vera è chi lo vuole davvero. E per quale ragione.





