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Messina, la campagna avvelenata e il conto che resta alla città

- 21/05/2026

Finita la stagione degli insulti e delle promesse, resta la domanda vera: chi avrà il coraggio di dire alla città come stanno davvero le cose? La lezione di fine campagna elettorale

di GIUSEPPE BEVACQUA

Questa campagna elettorale avrebbe dovuto parlare di Messina. Dei suoi conti. Dei suoi quartieri. Dei servizi che non funzionano. Dei giovani che vanno via. Dei cantieri da chiudere. Delle opere da non perdere. Del Comune da rimettere in ordine.

Invece, per troppi giorni, ha parlato d’altro. Insulti. Disinformazione. Propaganda grossolana. Tifo organizzato. Video, slogan, mezze verità, accuse personali, narrazioni costruite per occupare lo spazio pubblico e impedire una discussione seria. La città avrebbe meritato programmi. Ha ricevuto spesso rumore.

E questa, non lo dimentichiamo, non è una normale campagna elettorale. Messina sarebbe dovuta andare al voto il prossimo anno. Ci arriva prima perché Federico Basile si è dimesso con un anno di anticipo rispetto alla scadenza naturale del mandato, annunciando contestualmente la propria ricandidatura. Una scelta politica legittima sul piano formale, anche se debole nelle motivazioni, ma pesantissima sul piano istituzionale. Perché ha interrotto il mandato, ha aperto una fase commissariale e ha trasformato la città nel terreno di una nuova prova di forza, quasi un referendum cittadino che porta un altro nome rispetto a quello dei candidati in campo.

Quindi, il punto è qui. Non nelle urla. Non nelle tifoserie. Non nelle curve social. Il punto è il conto lasciato sul tavolo.

Il Documento unico di programmazione 2026-2028 è ancora al centro dell’attività consiliare. Una proposta di variazione del DUP discussa a pochi giorni dal voto. Un bilancio che resta il vero convitato di pietra di questa campagna. Perché senza numeri, ogni programma è letteratura. E senza coperture, ogni promessa è propaganda. Un viaggio pindarico verso una immaginifica Dubai che invece è Messina.

Poi c’è il debito. Enorme. Quasi mezzo miliardo se si guarda al quadro consolidato dei conti richiamato nelle analisi sui bilanci comunali: 498 milioni nel 2023, scesi a 462 milioni nel 2024. Valori figli anche della operazione maquillage che scorpora i debiti del Comune da quelli delle partecipate. Ma le addizioni sono semplici operazioni. E seppur una riduzione del debito c’è stata, il problema resta. Pesante. Strutturale. Non cancellabile con una conferenza stampa. Non con la solita narrazione di regime.

C’è anche la Corte dei conti. Che non è un dettaglio tecnico per addetti ai lavori. È il luogo in cui la narrazione incontra le carte. La magistratura contabile è tornata a chiedere chiarimenti sullo stato di attuazione del piano di riequilibrio, sui debiti del Comune, sulle riconciliazioni contabili, sui debiti fuori bilancio e sui collegamenti tra dati finanziari e prospetti extracontabili. Chiede chiarezza laddove ci sono incongruenze e superficialità. Tradotto: non basta dire che Messina è salva. Bisogna dimostrarlo, numero per numero.

E il PNRR? Il dopo è il vero nodo da affrontare e del quale non si è discusso. Perché con i soldi chiunque è bravo ad amministrare. Ma i toni avvelenati hanno distratto dalla vera questione. La grande stagione dei finanziamenti europei si avvia alla chiusura. Il processo di attuazione del Piano arriva alla scadenza del 30 giugno 2026, con ulteriori passaggi finali per obiettivi, richieste di pagamento e completamento delle procedure. Per una città che ha scommesso molto sulle opere finanziate, questo significa una cosa sola: i prossimi mesi saranno decisivi. O i cantieri camminano, oppure il rischio è lasciare alla prossima amministrazione un catalogo di opere incompiute, definanziate o da rifinanziare con soldi che non ci sono. Non c’è “rimodulazione” che tenga.

Dentro questo quadro ci sono i cinque candidati.

Federico Basile ha difeso la “continuità”, chiedendo alla città di trasformare la sua interruzione di mandato in un nuovo mandato. È il paradosso politico della sua campagna: presentarsi come garante della stabilità dopo avere prodotto una rottura istituzionale. La sua forza resta l’organizzazione, almeno quella narrata. Il suo limite resta il peso dei conti, delle partecipate, delle opere da chiudere e di una narrazione amministrativa che spesso corre più veloce della realtà. Un dato che per chi è stato definito “il guardiano dei conti” appare davvero un tragico paradosso.

Marcello Scurria ha provato a occupare lo spazio dell’alternativa di centrodestra. Ha parlato di amministrazione, di quartieri, di discontinuità. Ma l’alternativa, per essere credibile, non può limitarsi a denunciare il sistema uscente. Deve spiegare come si governa una città indebitata, frammentata, appesantita da procedure, contenziosi e scadenze. La critica è necessaria. Il piano operativo lo è di più.

Antonella Russo ha portato in campagna elettorale il tema sociale, i servizi, le fragilità, le periferie, la città che resta fuori dai grandi racconti. È un terreno reale, forse il più reale di tutti. Ma anche qui il rischio è antico: trasformare la denuncia in testimonianza, senza farla diventare progetto di governo. Messina non ha bisogno solo di sapere che sta male. Lo sa già. Ha bisogno di capire chi è in grado di curarla.

Gaetano Sciacca ha rappresentato una candidatura tecnica e civica, con un profilo meno urlato e più amministrativo. In una campagna dominata dal frastuono, questo è stato un elemento di distinzione. Ma la competenza, da sola, non basta se non diventa forza politica, consenso organizzato, capacità di incidere.

Lillo Valvieri ha incarnato il candidato fuori dagli schemi. Popolare, diretto, distante dai grandi apparati. La sua presenza ha ricordato che esiste una Messina minuta, commerciale, quotidiana, che non si riconosce nei blocchi tradizionali. Anche questa è politica. Ma la politica cittadina, oggi, non può vivere solo di autenticità. Deve misurarsi con bilanci, uffici, debiti, personale, aziende partecipate, fondi europei, manutenzioni, servizi.

Si è prodotto, insomma, tanto rumore. Quel che resta è un dato amaro: la campagna elettorale, invece di costringere tutti a questo confronto, spesso lo ha evitato. Ha preferito la rissa alla verifica. La suggestione al numero. Il sospetto alla proposta. La propaganda alla responsabilità.

Così Messina arriva al voto con una domanda semplice e durissima: chi sarà in grado di governare il giorno dopo?

Non chi saprà vincere meglio. Non chi avrà gridato di più. Non chi avrà costruito la narrazione più efficace. Chi saprà entrare a Palazzo Zanca, aprire i fascicoli, guardare i conti, salvare il salvabile, dire qualche no, smontare qualche promessa e restituire alla città un principio elementare: prima si governa, si fa, si realizza e poi si racconta.

La campagna elettorale ha avvelenato il clima ancora di più di quanto non lo fosse già. Ha diviso ancora di più cittadini già divisi. Gli uni contro gli altri, hanno soffocato la riflessione annegandola negli slogan, tra le illazioni, le querele, le contumelie, alimentate da piccolezze insipide partorite da becere strategie. Anche figlie di timori inconfessabili e, soprattutto, inaspettati, travestiti da una fastidiosa, superstiziosa ed inopportuna, quanto insidiosa, sicumera.

Ma questa campagna ha anche mostrato il punto vero: Messina non può più permettersi la politica come spettacolo permanente.Adesso la città aspetta altro. Meno insulti. Meno favole. Meno comizi travestiti da futuro. Aspetta serietà. E soprattutto aspetta i conti. Quelli veri. Chi siederà sullo scranno di sindaco di Messina avrà colto ed imparato la lezione?