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La “tribù” dello Stretto e la sindrome del vigile: messinesi attenti a ciò che desiderate

- 14/05/2026

Strade a imbuto, allergia al Codice e i nuovi (tanti) vigili al lavoro: anatomia di una città suddita che preferisce il mugugno al rispetto delle regole, nell’eterna attesa del prossimo (o sempre lo stesso) ras da venerare.

di GIUSEPPE BEVACQUA

C’era una volta il Codice della Strada. Questo oscuro e misterioso testo esoterico che in riva allo Stretto viene tradizionalmente consultato, se va bene, per incartare il pesce o per pareggiare la gamba di un tavolo zoppo. Che il messinese medio abbia un rapporto conflittuale con il volante è un segreto di Pulcinella: la freccia direzionale è considerata un optional per deboli, il rosso semaforico una mera suggestione cromatica, la doppia fila un diritto costituzionalmente garantito, e la tripla un esercizio di alta ingegneria logistica.

Eppure, in questo ecosistema già di per sé incline all’anarchia motorizzata, si è abbattuta la scure di una pianificazione urbanistica che definire “creativa” è un eufemismo. Negli ultimi anni, in nome di non si sa quale visione metropolitana d’avanguardia, abbiamo assistito alla sistematica e scientifica distruzione della viabilità. Strade ristrette, carreggiate strangolate, imbuti d’asfalto in cui si costringe l’automobilista indisciplinato a una convivenza forzata e rabbiosa con il proprio simile. Un sadico esperimento sociale, prima ancora che viabilistico, per vedere l’effetto che fa mettere un predatore abituato alla savana all’interno di una gabbia per criceti.

Ma la vera apoteosi dell’ipocrisia cittadina, lo si raggiunge sul capitolo “Vigili Urbani“. Ricordate le litanie decennali? “Eh, ma qui non controlla nessuno“, “Eh, ma i vigili non ci sono mai“, “Eh, ma dov’è lo Stato?“. Fiumi di lacrime versate sull’altare dell’abbandono istituzionale. Poi, per uno strano scherzo del destino e per necessità, qualcuno decide di assumerli, questi benedetti vigili. E li manda in strada. E quelli, clamorosamente, fanno il loro lavoro: multano chi parcheggia sul marciapiede, addirittura sanzionano chi blocca gli incroci, e perfino pretendono che le auto non vengano abbandonate in mezzo alla carreggiata con le quattro frecce accese “solo per prendere un caffè”.

Apriti cielo.

Il messinese, così, scopre all’improvviso che le regole valgono anche per lui. Ed è qui che scatta il vecchio adagio: fai molta attenzione a ciò che desideri, perché potresti ottenerlo. Ottenuto lo sceriffo, parte immediatamente il contro-lamento: “Eh, ma non si può più vivere”, “Eh, ma il Comune fa cassa”, “Eh, ma prendono di mira la povera gente che lavora”. Prima invocano la legge e l’ordine, poi inscenano sommosse popolari ma solo sui social, perché qualcuno osa far rispettare la legge e l’ordine.

Il problema è che tutto questo non è un pittoresco incidente di percorso. È l’essenza stessa di una città che si rifiuta categoricamente di essere una comunità. Una città che non legge (se non i post su Facebook), non s’informa (se non con Tik Tok), e considera il rispetto delle regole non un collante sociale, ma un sopruso intollerabile. Perché formare una vera comunità significherebbe avere una cultura da difendere, un’identità per cui battersi, diritti da rivendicare a testa alta.

Ma a Messina, storicamente, si preferisce di gran lunga la scorciatoia: asservirsi al potente di turno. È la secolare, inesorabile svendita della propria dignità. Un retaggio antico, quasi antropologico, che trasforma il cittadino in suddito, alla perenne e disperata ricerca di un “capo tribù” da ossequiare. Il tutto in cambio di quel piccolo, misero favore personale, quella magnanima briciola di pane raffermo che fa percepire come una benevola concessione dall’alto ciò che, in un Paese civile, sarebbe semplicemente un diritto.

E così, tra una strada ristretta e una multa presa perché “tanto lo facevano tutti”, il messinese continua a fare l’unica vera cosa che gli riesce in modo eccellente: lamentarsi. Si lamenta nei bar, si lamenta sui social, si lamenta in coda nel traffico. Ma scendere in campo per cambiare le cose, combattere per elevarsi dal proprio brodo di coltura, ribellarsi allo status quo? Quello mai. Troppa fatica. Meglio essere leoni da tastiera criticando il “potente”, per poi invece, di presenza, togliersi il cappello e genuflettersi ipocritamente e tragicamente in un “benediciti”. Insomma, restando sulla viabilità, molto meglio suonare il clacson a vuoto e pregare che il capo tribù di turno, nella sua infinita magnanimità, ci liberi per sempre da questi “insopportabili vigili urbani“.