Una 23enne perde la vita in un drammatico schianto. Dall’auto coinvolta spunta uno smartphone per filmare il corpo tra sghignazzi e lamenti per il lavoro perso: “Questa è morta, bro”. Viaggio nel vuoto pneumatico di una generazione che scambia una tragedia reale per una story da postare su Instagram.
Ci dev’essere stato un momento esatto, nella catena dell’evoluzione umana, in cui il cervello ha smesso di dialogare con il cuore per connettersi direttamente alla fotocamera dello smartphone. O forse, più semplicemente, abbiamo allevato una generazione di sociopatici a nostra insaputa, convinti che la vita sia soltanto una gigantesca story di Instagram in cui anche la morte altrui è un contenuto da monetizzare in visualizzazioni.
Quel che riporta la cronaca a Ceriale, nel Savonese, lo suggerisce sopra ogni cosa. Sull’Aurelia si consuma una tragedia, di quelle che riempiono da decenni le brevi di nera: uno schianto violentissimo. Da una parte un motorino con due ragazze, dall’altra una Fiat Cinquecento. Sofia Barberi, ventitré anni, sbalzata sull’asfalto, muore poco dopo al pronto soccorso. L’amica che era con lei è gravissima. Si teme per la sua vita. Alla guida dell’auto una neopatentata. Fin qui, il dramma incancellabile, lo strazio delle famiglie, la fatalità o l’imprudenza criminale della strada.
Poi, però, arriva il dettaglio. Quello che trasforma un tragico incidente stradale nel manifesto agghiacciante di un vuoto cosmico, di una lobotomia di massa che non ha nemmeno bisogno di alcol o di droghe (la ragazza alla guida, per dire, è risultata lucida e negativa a tutto). Il dettaglio è, immancabilmente, un video.
Sull’asfalto ci sono due corpi, i lampeggianti forse non sono ancora arrivati o i passanti stanno disperatamente chiamando il 118. Che fa un essere umano normale, non dico dotato di grande statura morale, ma almeno provvisto del tronco encefalico di base, in questi casi? Presta soccorso. Urla. Piange. Si dispera. Chiama un’ambulanza. Maledice il destino. Sviene. Macché. Uno dei ragazzi a bordo della Cinquecento tira fuori il cellulare. Apre l’app. Inquadra la scena e, ridendo – ridendo – commenta a favore dei suoi follower: “Porca put… ve lo giuro, questa è morta, abbiamo rotto tutto stanotte, bro. Per un mese niente lavoro fratello, tentato omicidio ci han fatto…”.
Rileggetela bene, questa frase, perché c’è dentro l’abisso. “Questa è morta“. Non “una ragazza”, non “un essere umano”. “Questa“. Un ostacolo sulla carreggiata, un non-playing character, un intralcio in pixel che ha avuto la sfrontatezza di incrociare il paraurti del “bro”. Il dramma vero, per il giovanotto in questione, non è la vita spezzata di una ventitreenne, ma l’epica pecoreccia della serata (“abbiamo rotto tutto stanotte, bro”) e la conseguente, fastidiosa seccatura burocratica: “per un mese niente lavoro, tentato omicidio ci han fatto”. Ci han fatto. Come se il morto fosse un dispetto della magistratura o uno sgarbo del destino cinico e baro, tipo una multa presa per divieto di sosta o un autovelox tarato male. E le risate di sottofondo. La morte come entertainment, il sangue in diretta come filtro per fare hype.
L’anestesia morale è totale, clinica, irreversibile. Manca del tutto il principio di realtà. Il vetro del telefono è diventato un muro antiproiettile che separa questa gioventù dal mondo vero, quello tridimensionale dove se sanguini muori, dove se ammazzi qualcuno vai in galera, dove il dolore puzza e fa male sul serio.
Qualche ora dopo, smaltita l’adrenalina (o forse l’eventuale sbornia, o forse solo dopo essersi reso conto che nel mondo reale, fuori dalla bolla, la gente perbene inorridisce e ti denuncia), il “bro” ha pubblicato un secondo video. È la classica, pietosa retromarcia del leone da tastiera spaventato: “Non avevo capito la gravità delle cose, sono un coglione. Me ne vergogno”.
Ora, sul fatto che sia un coglione, non ci piove affatto, e gli va dato atto di una rara e fulminea onestà intellettuale nell’autodiagnosi. Ma è quel “non avevo capito la gravità delle cose” a gelare il sangue nelle vene. Cosa diavolo c’è da capire di fronte a un corpo esanime sull’asfalto? Serve forse un master in filosofia teoretica per intuire che se una tua coetanea non respira più sull’Aurelia, non è esattamente il caso di sbellicarsi dalle risate a favore di telecamera?
La cruda e terribile verità è che qui non siamo di fronte a una banale bravata, e nemmeno a una semplice mancanza di empatia. Siamo di fronte al fallimento totale, senza appello, di un sistema che ha allegramente barattato la realtà con la sua rappresentazione digitale. Abbiamo consegnato a questi ragazzi un palcoscenico virtuale permanente, dimenticandoci però di spiegare loro un dettaglio trascurabile: nel mondo reale si muore per davvero. E quando il sipario cala su una ragazza di ventitré anni sull’asfalto di Ceriale, non c’è nessun tasto “reset” da premere per farla rialzare. C’è solo una bara. E un “bro”, anzi un coglione, che ride.
giube




