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Cronache da Villa Igiea – De Luca cerca casa per le Regionali, ma trova porte chiuse: il ticket che non arriva, la poltrona che pretende ed il suo vocabolario ormai stanco

- 11/06/2026

Il leader di Sud chiama Nord prova a entrare nella partita del dopo Schifani, ma la trattativa si arena sempre nello stesso punto: la candidatura deve essere la sua. E intanto il repertorio delle battute, dal “condominio” alle “sedute spiritiche”, mostra la corda.

La riunione riservata a Villa Igiea, raccontata oggi da Repubblica Palermo, fotografa meglio di molti comizi il momento politico di Cateno De Luca. Il leader di Sud chiama Nord cerca casa per le prossime Regionali siciliane. La cerca nel centrodestra, la cerca tra i malumori contro Renato Schifani, la cerca dentro quella zona grigia dove si incontrano ambizioni personali, tatticismi romani e insofferenze palermitane. Ma la casa, per ora, non si trova.

Il vertice avrebbe dovuto misurare la possibilità di un’intesa sul dopo Schifani. Al tavolo, secondo la ricostruzione del quotidiano, anche Giorgio Mulè e altri esponenti del mondo politico ed economico siciliano. Risultato: nessun accordo. Non solo per le frizioni interne al centrodestra, già attraversato da sospetti, ultimatum e candidature potenziali. Ma anche perché De Luca continua a muoversi con uno schema ormai prevedibile: entrare nella partita, alzare il prezzo, chiedere il ticket utile, pretendere la centralità assoluta.

Il punto è tutto qui. De Luca non cerca semplicemente un’alleanza. Cerca una consacrazione. Vuole che una forza politica nazionale gli apra la porta, gli dia copertura, gli consegni una candidatura competitiva per Palazzo d’Orléans. Ma quella candidatura, nella sua visione, non può che avere un solo nome: il suo. Ogni altro profilo diventa inadeguato, debole, improvvisato, inadatto. Nessuno va mai bene. Nessuno può mai essere abbastanza. Perché il metro di giudizio resta sempre lo stesso: se non è De Luca, non funziona.

Così anche il nome di Mulè viene liquidato con la solita battuta sul “condominio”. Una frase già sentita, già usata, già consumata. Il problema non è neppure la durezza della critica politica. Quella ci sta. Il problema è la ripetizione. Il repertorio è diventato stanco. Le stesse formule, gli stessi bersagli, lo stesso lessico da assalto permanente. Anche le “sedute spiritiche”, espressione che De Luca rispolvera a ogni tavolo politico non controllato da lui, ormai appartengono a un vocabolario trito. Una volta facevano rumore. Oggi sembrano un automatismo.

La contraddizione, però, è più profonda. De Luca attacca i riti della politica, ma poi li frequenta. Denuncia le manovre di palazzo, ma cerca proprio lì la sponda decisiva. Si presenta come uomo libero dai partiti, ma punta a farsi sostenere da una forza nazionale. Critica le coalizioni, ma sa che senza una coalizione vera la scalata alla Regione resta una rischiosa corsa solitaria. È il suo qualunquismo politico: stare fuori e dentro, contro e insieme, anti-sistema quando parla alla piazza, pienamente dentro il sistema quando si apre una trattativa.

Il centrodestra siciliano, dal canto suo, vive una fase di evidente nervosismo. Fratelli d’Italia rivendica un ruolo, Forza Italia difende l’assetto, la Lega osserva, gli alleati minori pesano ogni mossa. Schifani chiede continuità e rilancio. Ma dietro le parole ufficiali si muovono ipotesi alternative, candidature possibili, regolamenti di conti rinviati. In questo scenario De Luca prova a infilarsi come fattore di rottura. Solo che la rottura, per diventare progetto, deve avere numeri, sponde, affidabilità. Non basta la battuta. Non basta il palco. Non basta la diretta social. Non bastano i sondaggi dell’amico Nicola Piepoli che voci raccontano sia stato ospite a Fiumedinisi.

Il vertice saltato conferma il dato politico più scomodo per Sud chiama Nord: De Luca può essere utile come disturbatore, può essere temuto come competitore, può essere cercato come alleato tattico. Ma nessuno, almeno finora, sembra disposto a consegnargli le chiavi della coalizione e la candidatura alla presidenza solo perché lui la pretende.

È questo il limite della sua strategia. La protervia funziona finché costringe gli altri a inseguire. Diventa un boomerang quando gli altri cominciano a sbattere le porte. E le porte, in questa fase, sembrano chiudersi una dopo l’altra.

Alla fine, la riunione di Villa Igiea restituisce il vero risultato di una delle tante operazioni che De Luca bollerebbe volentieri come “seduta spiritica”: nessun accordo, nessuna investitura, nessuna casa politica pronta ad accoglierlo alle sue condizioni. Solo l’ennesima prova generale di un’ambizione che cerca un approdo nazionale, ma continua a inciampare nella stessa pretesa: la poltrona deve essere sua.

E forse, prima ancora di trovare casa, De Luca dovrebbe cambiare almeno il vocabolario. Perché anche le formule più fortunate, quando diventano tic, non fanno più politica. Fanno solo eco.

GIUBE

Giorgio MULE’