Appena il 6,57% delle risorse Fesr liquidate su oltre 5 miliardi disponibili. A rilento anche il Fondo di Sviluppo e Coesione siglato nel 2024. Un tesoro da 10 miliardi che la Regione non riesce a mettere a terra.

In Sicilia, mentre nei palazzi della politica si rincorrono le dichiarazioni d’intenti, i miliardi europei rimangono confinati nei fogli di calcolo. I dati aggiornati al 28 febbraio dalla Ragioneria generale del Ministero dell’Economia restituiscono la fotografia impietosa di un’occasione storica che rischia di naufragare nell’immobilismo amministrativo: la Sicilia è ultima in Italia per percentuale di spesa dei fondi Fesr.
Su una dotazione di oltre 5 miliardi di euro, l’Isola è riuscita a certificare pagamenti per un magro 6,57 per cento (circa 350 milioni in valore assoluto). Si tratta di un dato inequivocabile, che colloca la Regione siciliana due punti e mezzo sotto la già non brillante media delle aree italiane meno sviluppate. Per avere un termine di paragone, la Campania – che condivide una dotazione complessiva quasi identica – viaggia al 7,82%, mentre la Calabria raggiunge il 9% e la Basilicata tocca il 14%. Se poi volgiamo lo sguardo ad altre latitudini, il divario si allarga: il Friuli Venezia Giulia è al 26,72% e la Puglia si attesta sull’11,6%.
Un leggero sussulto si registra sul fronte del Fondo sociale europeo (Fse). Su un budget di oltre 1,2 miliardi, la percentuale di spesa siciliana sfiora l’11 per cento. Un risultato che permette di superare Molise e Basilicata, ma che resta un’evidente corsa a ostacoli se si considera che le “gemelle” del Sud, Puglia e Campania, galoppano tra il 22 e il 23 per cento, staccando l’Isola di ben sei punti rispetto alla media delle regioni svantaggiate.
Il capitolo politicamente più scottante riguarda però il Fondo di sviluppo e coesione (Fsc). Era il 27 maggio del 2024 quando, sotto i riflettori del Teatro Massimo di Palermo, la premier Giorgia Meloni e il governatore Rosario Schifani siglavano solennemente il patto per la Sicilia. A quasi due anni di distanza da quella stretta di mano, l’avanzamento della spesa su un portafoglio di circa 5 miliardi si è arenato al 5,06 per cento. È innegabile che l’iter abbia scontato qualche mese di ritardo nell’approvazione rispetto ad altre zone della Penisola, ma i numeri del resto d’Italia non ammettono sconti: se Sardegna e Puglia annaspano attorno al 2%, la Campania è già all’8,35%, la Calabria al 9,53%, la Lombardia sfiora il 10% e il Lazio vola oltre il 18%, per non parlare del 40% raggiunto dalla Liguria.
L’economista John Maynard Keynes ricordava che la vera difficoltà non sta nello sviluppare nuove idee, ma nello sfuggire da quelle vecchie. L’abitudine all’inefficienza e alla lentezza burocratica è il vero avversario di questa partita. Sul piatto ci sono oltre dieci miliardi complessivi, una leva finanziaria capace, da sola, di colmare i gap infrastrutturali ed economici di una terra da troppo tempo ultima nelle classifiche. L’occasione è di quelle che cambiano il volto di un territorio, ma la partenza, carte alla mano, smentisce la retorica: i fondi ci sono, è la capacità di spenderli che finora è venuta meno.





