Un appartamento trasformato in un mattatoio, una famiglia distrutta e un presunto assassino in fuga. Dietro il triplice omicidio che la sera di venerdì 27 giugno 2026 ha insanguinato via Montiglio 35, nel quartiere romano di Casalotti, si delinea in modo sempre più nitido la pista passionale. Le vittime — Kamal, la moglie Jahan e la loro figlia di appena otto anni — sono state trucidate a colpi di mannaia. A salvarsi solo il figlio ventenne, Amir, rientrato dal lavoro nel momento peggiore: dopo una violenta colluttazione con il presunto killer, il giovane è riuscito a fuggire ed è ora ricoverato al Policlinico Gemelli in prognosi riservata.
Il ricercato numero uno della polizia è Shahadat Hossain, connazionale delle vittime. Secondo la ricostruzione degli investigatori, alla base del massacro ci sarebbe un’ossessione dell’uomo per Jahan. Un attaccamento sfociato in un comportamento di controllo asfissiante e culminato nel sangue, probabilmente in risposta a un rifiuto o a un tentativo di allontanamento.
L’ospitalità tradita e i pettegolezzi nel quartiere
La vicenda inizia circa sette mesi fa, quando Shahadat arriva a Roma in cerca di lavoro dopo un periodo trascorso in Inghilterra, dove ha lasciato moglie e figli. È proprio Kamal, in un gesto di profonda fiducia e solidarietà, ad aiutarlo a inserirsi: contatta il datore di lavoro di un conoscente per procurargli un posto letto. Un’ospitalità che si ritorcerà drammaticamente contro di lui.
Nella comunità bengalese della Capitale, le voci su un rapporto anomalo tra Shahadat e Jahan circolavano con insistenza. «Tutti, nella nostra comunità, dicevano che erano fidanzati», racconta Alì Ahamad, coinquilino del presunto assassino. «Qualcuno sosteneva addirittura che lo fossero già in Bangladesh». Ahamad descrive scene di quotidianità che alimentavano i sospetti: i due camminavano spesso fianco a fianco, facevano la spesa insieme e rientravano a casa l’uno accanto all’altra. Una vicinanza vissuta quasi alla luce del sole, tanto che appena tre giorni prima della strage, Shahadat aveva cenato in un ristorante indiano del quartiere proprio con Kamal, Jahan e i figli.
Un’ombra costante: l’ossessione fuori controllo
Ciò che dall’esterno poteva apparire come un’assidua frequentazione, nascondeva però i contorni inquietanti della persecuzione. Soprattutto nelle ore in cui Kamal era fuori per lavoro, Shahadat diventava una presenza fissa in casa e fuori. Accompagnava Jahan ovunque e la seguiva anche durante le semplici uscite con la figlia piccola.
«Era come se volesse controllarla», confermano i gestori di un bar vicino all’abitazione della famiglia. «Entrava nel nostro locale senza consumare nulla, la osservava. Succedeva spesso». Un comportamento che, analizzato a posteriori dagli inquirenti, evidenzia la morbosità del sospettato.
La lite e la decisione di Kamal
Che l’atmosfera fosse diventata incandescente lo conferma anche la testimonianza di Amir. Il ventenne, pur sotto shock per l’orrore vissuto, ha rivelato ai soccorritori che i nodi erano ormai venuti al pettine. «La mia famiglia aveva discusso con lui», ha confidato prima del ricovero, alludendo a tensioni diventate insostenibili.
Kamal aveva compreso la gravità della situazione e aveva deciso di intervenire drasticamente per proteggere la sua famiglia. «Mio padre voleva allontanare Shahadat dalla comunità», ha aggiunto il ragazzo. Una presa di posizione netta che, unita forse all’ennesimo rifiuto da parte di Jahan, potrebbe aver armato la mano di Shahadat, trasformando un’ossessione d’amore in una spietata vendetta. Le forze dell’ordine mantengono il massimo riserbo mentre stringono il cerchio per catturare l’uomo in fuga.




