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Roma, la mattanza di Casalotti. Il figlio superstite: «Mi stava aspettando»

- 28/06/2026

Il ventenne Amir sfuggito al massacro in cui sono morti i genitori e la sorellina di otto anni. Caccia a un connazionale 43enne. Si indaga sull’ipotesi del movente passionale.

Roma – “Mi stava aspettando a casa, mi stava aspettando per ammazzarmi“. Sono le parole, lucide pur nel terrore, pronunciate ai soccorritori da Amir, il ventenne sfuggito per miracolo allo sterminio della sua famiglia. È scappato in strada da pochi minuti, grondante di sangue, fuggendo dal suo appartamento in zona Casalotti, nel quadrante nord-ovest della Capitale, teatro di una vera e propria mattanza. All’interno giacciono i corpi senza vita del padre Kamal, della madre Jahan e della sorellina di appena otto anni.

A impugnare l’arma un conoscente: Shahadat Hossain, 43enne connazionale bengalese, attualmente in fuga e braccato dalle forze dell’ordine.

Il macabro rientro dal lavoro

Tutto si consuma in pochi, drammatici istanti. Amir rientra nell’appartamento dopo il turno di lavoro. “Lui era lì. I primi secondi non mi sono accorto di niente”, racconta dal letto del Policlinico Gemelli, dove è ricoverato in prognosi riservata per le gravi ferite riportate al capo e alle gambe.

La scena del delitto è stata accuratamente ripulita dal killer. I cadaveri sono nascosti sotto il letto. Regna un silenzio irreale in una casa che avrebbe dovuto essere animata, come ogni giorno, dalla routine serale. Poi, il dettaglio agghiacciante che spezza l’illusione di normalità: il piedino della sorella minore che spunta da sotto il materasso della camera dei genitori. In quel momento scatta la colluttazione feroce. Hossain si avventa sul giovane con una mannaia; volano spintoni e fendenti, fino alla disperata e salvifica corsa di Amir giù in strada.

L’ombra del movente passionale

Un eccidio pianificato e consumato con brutalità inaudita all’interno della comunità bengalese romana. Gli inquirenti in queste ore scavano nella vita della famiglia Uddin e del sospettato, concentrandosi sulla pista del movente passionale. Al centro del massacro ci sarebbe l’ossessione del 43enne per Jahan, la madre 38enne di Amir. Un’attrazione morbosa, culminata di fronte ai ripetuti rifiuti della donna.

Le tensioni, ormai, erano esplose. “Avevamo litigato la scorsa settimana”, ha ammesso Amir agli investigatori. “Mio padre voleva allontanare Shahadat dalla comunità. È stato lui”. Un epilogo spietato per un’escalation di rancori e risentimenti, covati all’ombra di una frequentazione fino a poco tempo fa assidua dell’abitazione.

Lo sgomento della comunità bengalese

Nel quartiere l’incredulità si mescola allo shock. La famiglia Uddin era perfettamente integrata e stimata da tutti. “Conoscevo tutta la famiglia”, racconta Abdul Mannan, connazionale e conoscente delle vittime. “Kamal era davvero un ragazzo perbene, onesto, lavorava al supermercato. Questa cosa terribile è una vergogna per il Bangladesh”.

La comunità ora chiede giustizia rapida e si stringe, seppur a distanza, attorno all’unico superstite di una violenza insensata. “Purtroppo non c’è sicurezza”, aggiunge Mannan. “Al movente passionale credo, e spero che chi ha fatto questa strage venga preso presto. È fuggito, ma le telecamere in zona ci sono”.

Mentre gli investigatori stringono il cerchio attorno al fuggiasco setacciando i filmati di videosorveglianza del quadrante nord-ovest, resta la tragedia di un ragazzo di vent’anni costretto a fare i conti con la brutale cancellazione del proprio mondo.