Francantonio Genovese (ancora lui!) tiene tutti in ostaggio, battendo i pugni sul tavolo per pretendere la presidenza delle circoscrizioni. Quanti sono i mazzi di carte in gioco?


di GIUSEPPE BEVACQUA
Messina era già un laboratorio di disfunzionalità politica ben prima che le urne del referendum sulla giustizia ne certificassero il disastro strutturale. Oggi, all’indomani di un voto che ha lasciato macerie ovunque, quella che era una modesta commedia degli equivoci si è trasformata in una polveriera. E mentre i partiti tradizionali si accorgono improvvisamente di essere saltati in aria, c’è chi in questo caos ci nuota con lo stile e l’arroganza di un campione olimpico: Cateno De Luca.
La strategia della rana bollita
La favola della rana che cuoce a fuoco lento non è mai stata così calzante per descrivere il centrosinistra e il centrodestra messinese. Da mesi, fin dal primissimo sentore di elezioni anticipate, l’attuale sindaco di Taormina ha iniziato ad apparecchiare la tavola. E non lo ha fatto in silenzio, tessendo trame occulte nei salotti buoni. Lo ha fatto sbraitando, annunciando le sue mosse, occupando militarmente ogni centimetro di spazio mediatico e fisico. Di fronte a questo baccano programmato, le coalizioni avversarie hanno optato per la patetica strategia del letargo, sottovalutando l’avversario e cullandosi nell’illusione che l’acqua fosse solo piacevolmente tiepida. Ora che bolle a cento gradi, si scoprono cotti a puntino.
Il suk del centrodestra e i moralizzatori impotenti
Basta guardare lo spettacolo indecoroso offerto dal centrodestra nelle ore immediatamente successive al flop referendario per misurare la temperatura del disastro. Non si tratta di una coalizione, ma di un condominio rissoso sull’orlo di una crisi di nervi. Da una parte c’è il fuggi fuggi generale, con Matilde Siracusano che, dopo essersi spesa in prima linea per un “Sì” evaporato nelle urne, si prepara a sfilarsi garbatamente dal ruolo di capolista di Forza Italia al Consiglio comunale. Dall’altra, va in scena il consueto suk delle spartizioni: Francantonio Genovese tiene tutti in ostaggio, battendo i pugni sul tavolo per pretendere la presidenza della Seconda, Quinta e Settima circoscrizione, brandendo la solita minaccia di liste autonome. In mezzo a queste macerie si aggira Nino Germanà, che con il candore di chi si sveglia contromano in autostrada, invoca “un chiarimento politico” per non “andare a sbattere”. Troppo tardi, lo schianto c’è già stato.
Cosa fanno dunque le coalizioni per mascherare l’emorragia interna? Provano a deviare l’attenzione scagliandosi sull’avversario. Si stracciano le vesti perché De Luca ha disertato le urne, snobbando la riforma e bollandola come una “puttanata” che non sfiora i veri cancri della giustizia vissuti sulla sua pelle. Si unisce al coro degli indignati anche il Pd, con il segretario provinciale Armando Hyerace che accusa Sud Chiama Nord di avere una linea “ondivaga e fumosa”. Tutto politicamente legittimo, se non fosse che queste reprimende assomigliano ai latrati di cani spelacchiati contro la luna, utili solo a nascondere l’assenza totale di una proposta alternativa.
L’unica variabile fuori controllo: i messinesi, ma anche il civismo
Questo è esattamente l’habitat perfetto, lo scenario che va oltre le più rosee aspettative del leader di Sud Chiama Nord: il caos totale, il vuoto pneumatico e l’inconsistenza assoluta della classe dirigente tradizionale messinese. In questo pantano, De Luca e le sue truppe sguazzano felici.
L’unico ago della bilancia, la flebile e ultima speranza di non consegnare a scatola chiusa il futuro di Messina, restano i cittadini. Più che sui simboli stinti dei partiti, il peso specifico si misurerà sulla reale caratura dei candidati: sulla loro statura politica e sulla capacità di condurre una campagna elettorale seria, portando programmi reali e una visione di città all’interno di coalizioni che oggi sono soltanto gusci vuoti, confusi e dilaniati. E poi c’è l’altra speranza: il civismo, quello vero, quello fatto di esperienza. Ma ci vorrebbe sensibilità, dignità e orgoglio per comprenderlo e per sposarlo.
Se la politica tradizionale non riuscirà a esprimere un sussulto di dignità attraverso nomi di peso, se i messinesi non recupereranno la “M” maiuscola che la storia cittadina ha vantato nel suo passato, il finale è già scritto. E procede esattamente secondo i piani del sindaco di Taormina.




