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Pistunina, tre mesi dopo: sei vite spezzate, un uomo ancora senza sepoltura e una verità che attende risposte

- 30/10/2026
Pistunina, tre mesi dopo: sei vite spezzate, un uomo ancora senza sepoltura e una verità che attende risposte

Sono trascorsi 92 giorni dal crollo del palazzo di via La Pira. Messina ha celebrato cinque vittime, ma di Lahiru Warnakulasuriya non è stato ancora identificato alcun resto. La Procura indaga su cinque persone, mentre un nuovo video riapre gli interrogativi sugli ultimi istanti dell’edificio. E sulla memoria di una tragedia che rischia di sopravvivere soltanto nelle carte giudiziarie.

Pistunina, tre mesi dopo: sei vite spezzate, un uomo ancora senza sepoltura e una verità che attende risposte
Pistunina, tre mesi dopo: sei vite spezzate, un uomo ancora senza sepoltura e una verità che attende risposte

Tre mesi esatti. Novantadue giorni da quel pomeriggio del 30 luglio in cui un edificio di tre piani, lungo la statale 114, a Pistunina, si ripiegò su sé stesso trascinando sei persone verso la morte. Tre mesi durante i quali Messina ha pianto i suoi morti, ha assistito alle ricerche disperate tra le macerie, ha celebrato funerali e ascoltato le prime ricostruzioni di una tragedia che ancora oggi non ha una spiegazione definitiva.

Ma c’è un nome che, più degli altri, continua a interrogare la coscienza della città. È quello di Lahiru Warnakulasuriya, il collaboratore domestico originario dello Sri Lanka che quel pomeriggio si trovava all’interno della palazzina. Di lui non è stato ancora identificato alcun resto. Nessuna salma restituita ai familiari. Nessuna sepoltura sulla quale portare un fiore. La speranza di trovarlo vivo si è spenta da tempo. È rimasta quella, sempre più fragile, di poter recuperare almeno qualcosa che gli appartenga, un frammento da identificare attraverso il Dna, una traccia che consenta alla famiglia di concludere un’attesa che dura dal giorno del crollo. Tra le conseguenze di una tragedia esiste anche questa: l’impossibilità di dare un corpo al proprio dolore. Lahiru viveva a Messina da oltre vent’anni. Aveva una moglie e due figlie. Lavorava presso la famiglia Leone. La sua era una delle tante storie di immigrazione e lavoro che fanno parte della vita quotidiana della città, anche quando raramente conquistano uno spazio nelle cronache. Nelle ore successive al disastro i suoi familiari tentarono inutilmente di raggiungerlo telefonicamente. Il cellulare non rispondeva. La sorella raccontò ai giornalisti di un uomo laborioso, una persona perbene. La moglie e le figlie si affidarono all’avvocato Pierluigi Venuti per seguire gli sviluppi dell’inchiesta.

Poi sono arrivati i giorni delle ruspe, delle ricerche tra il cemento frantumato, dei reperti umani trasferiti nei laboratori per l’identificazione. Il nome di Lahiru ha continuato a comparire negli elenchi dei dispersi, anche quando gli altri cinque avevano ormai ricevuto una sepoltura. A tre mesi di distanza, resta l’unico dei sei per il quale non risulta ancora un’identificazione genetica positiva. Le verifiche sui reperti recuperati durante le operazioni di sgombero non hanno finora restituito alla sua famiglia la risposta attesa.

Pistunina, tre mesi dopo: sei vite spezzate, un uomo ancora senza sepoltura e una verità che attende risposte

I sei nomi dietro le macerie

Quella del 30 luglio è stata anche la tragedia di una famiglia quasi cancellata in pochi istanti. Carmelo Leone, 71 anni, imprenditore conosciuto in città, era il volto di un’attività commerciale che per decenni aveva fatto parte della storia economica messinese. Il nome Leone era legato alla vendita di elettrodomestici e prodotti elettronici, a una stagione nella quale i grandi negozi di famiglia rappresentavano punti di riferimento per intere generazioni. In quella palazzina, un tempo sede dell’attività, vivevano anche le sorelle Rosa e Sara. Sara si trovava a Pistunina per assistere Rosa, che aveva difficoltà a deambulare. La figlia Cristina Ponzio raccontò, nei giorni successivi al disastro, che la madre avrebbe dovuto trovarsi a Falcone, dove la famiglia trascorreva parte dell’estate. Era tornata a Messina per aiutare la sorella. Una circostanza che aggiunge al dolore dei familiari la consapevolezza di quanto sarebbe bastato poco perché le cose andassero diversamente.

Con loro morì Santino Magazzù, marito di Rosa, ferroviere in pensione. Il suo corpo non venne recuperato integro. Soltanto il 10 settembre gli accertamenti del Ris dei carabinieri consentirono di attribuirgli alcuni resti ossei, permettendo finalmente alla famiglia di organizzare le esequie.

La sesta vittima era la più giovane. Alessandra Frazzica aveva 21 anni. Studiava Lingue, Letterature straniere e Tecniche della mediazione linguistica all’Università di Messina. Aveva appena cominciato il suo percorso universitario e lavorava come commessa nel bazar che occupava parte dell’edificio. Quel pomeriggio era al lavoro. La sua morte racconta una delle condizioni più comuni tra i giovani: studiare e lavorare per costruirsi un futuro. Alessandra quel futuro non ha avuto il tempo di viverlo. Il 7 agosto Messina le diede l’ultimo saluto in una Cattedrale gremita. L’Università partecipò pubblicamente al lutto ricordando la sua giovane studentessa. Il dolore dei familiari accompagnò una cerimonia alla quale presero parte cittadini, amici e rappresentanti delle istituzioni.

Il 16 settembre, sempre in Duomo, si celebrarono i funerali di Carmelo, Sara e Rosa Leone e di Santino Magazzù. La magistratura aveva finalmente autorizzato la restituzione dei resti identificati. Due giornate di lutto cittadino. Cinque vittime alle quali è stato possibile dare l’ultimo saluto. Per Lahiru, invece, l’attesa non si è conclusa.

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Camera ardente di Alessandra Frazzica

Dalle ricerche alla difficile identificazione dei resti

Per quasi due settimane, dopo il crollo, i vigili del fuoco hanno scavato in condizioni estremamente difficili. L’edificio era diventato un ammasso di solai, pilastri e materiali combusti. Gli incendi sviluppatisi all’interno avevano ulteriormente complicato le operazioni. I primi quattro corpi recuperati furono quelli di Carmelo, Rosa e Sara Leone e di Alessandra Frazzica. Mancavano Santino Magazzù e Lahiru Warnakulasuriya.

Il 12 e 13 agosto si concluse la fase di ricerca e sgombero condotta dai vigili del fuoco. Una parte delle macerie era stata trasferita nel parcheggio dello stadio Franco Scoglio e in un’area militare per consentire ulteriori verifiche. I medici legali Elvira Ventura Spagnolo e Gennaro Baldino cominciarono a esaminare i resti biologici recuperati. Alcuni presentavano gravi segni di ustione e carbonizzazione. Il successivo lavoro del Ris permise di identificare i frammenti appartenenti a Santino Magazzù e di ricondurre altri reperti alle sorelle Leone. Nessun esito positivo, invece, per Lahiru.

Cinque indagati, due collaudi e la storia di un edificio da ricostruire

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L’avvocato Silvestro con Panarello, uno degli indagati

Sul versante giudiziario, i tre mesi trascorsi non sono stati privi di sviluppi. La Procura di Messina, guidata da Antonio D’Amato, ha aperto un’inchiesta affidata alle sostitute procuratrici Anita Siliotti e Antonietta Ardizzone. Le ipotesi di reato comprendono l’omicidio colposo plurimo, il disastro colposo e violazioni dolose delle cautele previste contro gli infortuni sul lavoro. Gli indagati sono attualmente cinque. I primi tre nomi emersi furono quelli di Alessandro Panarello, l’imprenditore che aveva preso in affitto locali dell’edificio per l’apertura di un supermercato; Pasquale D’Alì, titolare dell’impresa edile coinvolta in lavori all’interno della struttura; e Pietro Leone, ingegnere indicato come progettista e direttore dei lavori, legato alla famiglia proprietaria. L’indagine si è successivamente allargata ai collaudi effettuati nel corso della vita dell’immobile.

A settembre è stato iscritto nel registro degli indagati Francesco Colonna, ingegnere di 91 anni, che firmò il collaudo risalente al 1992. Poi è stata la volta di Roberto Campagna, 58 anni, responsabile di un successivo collaudo del 2007. L’attenzione degli investigatori si è quindi spostata progressivamente dalla situazione del cantiere presente al momento del disastro alla storia complessiva dell’edificio.

Che cosa ha fatto crollare quella palazzina? Continua ad essere questa la domanda che attende una risposta. Gli accertamenti devono verificare se le opere realizzate negli anni abbiano modificato il comportamento strutturale dell’immobile, se i materiali utilizzati fossero conformi alle caratteristiche previste, se i carichi risultassero compatibili con la struttura e se eventuali interventi abbiano compromesso elementi portanti. Nei giorni precedenti al disastro, secondo quanto emerso dalle ricostruzioni giornalistiche e dagli elementi iniziali dell’indagine, erano state segnalate crepe e vibrazioni. Alcuni pilastri avrebbero destato preoccupazione, tanto da determinare la richiesta di verifiche. È uno dei punti centrali dell’inchiesta: capire quali segnali fossero stati effettivamente rilevati, chi ne fosse a conoscenza e quali interventi fossero stati disposti.

Gli investigatori hanno acquisito documentazione presso il Comune e il Genio civile, oltre ai telefoni di alcuni indagati, alla ricerca di comunicazioni e informazioni utili per ricostruire la successione degli eventi. Tra gli aspetti emersi più recentemente c’è anche la documentazione relativa a un ampliamento risalente al 1996-1997, della quale, secondo le informazioni diffuse sull’ultima riunione tecnica, non sarebbe stata ancora rintracciata una corrispondente pratica negli archivi del Genio civile. Riferimenti a quelle modifiche comparirebbero tuttavia nella documentazione del 2007 relativa all’installazione di un ascensore. Un elemento da approfondire, che da solo non dimostra l’esistenza di irregolarità.

Il video inedito e quel minuto che avrebbe potuto cambiare tutto

L’ultimo sviluppo significativo risale al 26 ottobre. Durante un incontro in Procura, alla presenza dei consulenti tecnici e dei rappresentanti delle parti, è stato mostrato un filmato inedito acquisito dai carabinieri. Le immagini provengono da una telecamera che riprendeva l’edificio dalla zona antistante. La sequenza documenterebbe un primo cedimento, accompagnato da un movimento della parte superiore della palazzina. Poi una fase di apparente stabilità, durata all’incirca un minuto. Infine il collasso dell’intera struttura. Quel brevissimo intervallo consentì a diverse persone presenti nell’edificio di allontanarsi prima del cedimento definitivo. Il bilancio avrebbe potuto essere ancora più grave. Per le sei vittime, invece, quel tempo non fu sufficiente.

Il video costituisce adesso un elemento importante per i tre consulenti nominati dalla Procura: Andrea Prota, Antimo Fiorillo e Rodolfo Urbani. La loro ricostruzione dovrà essere confrontata con le caratteristiche della struttura, i progetti originali, le successive modifiche e le condizioni dei materiali. Ulteriori campioni saranno esaminati presso i laboratori dell’Università di Palermo, mentre sono previsti carotaggi sulle parti ancora in piedi, subordinati alle necessarie condizioni di sicurezza. Gli accertamenti si trovano dunque in una fase ancora aperta. Non risulta una perizia conclusiva che abbia individuato con certezza la causa del disastro.

La memoria di una città, oltre il giorno dei funerali

E poi c’è la memoria. Messina ha proclamato il lutto cittadino per Alessandra Frazzica e successivamente per la famiglia Leone e Santino Magazzù. Ha partecipato alle esequie, ha stretto i familiari in un abbraccio collettivo. All’inizio di settembre, a poco più di un mese dal crollo, circa cento persone si ritrovarono in via Giorgio La Pira per ricordare le vittime e chiedere sicurezza e giustizia. L’iniziativa, promossa su impulso del sindacato Orsa, vide una significativa partecipazione della comunità dello Sri Lanka. C’erano anche i familiari e le sorelle di Lahiru. È forse in quella presenza che si misura un aspetto meno raccontato della tragedia. Lahiru non apparteneva alla famiglia proprietaria dell’immobile. Non era un imprenditore conosciuto in città. Non aveva un’attività commerciale con il suo cognome sull’insegna. Era un lavoratore che da oltre vent’anni viveva a Messina.

La memoria pubblica, però, non può esaurirsi nelle bandiere a mezz’asta o nelle cerimonie. Quelle giornate hanno rappresentato momenti importanti di partecipazione. Rimane da capire quale spazio stabile questa tragedia troverà nella coscienza collettiva della città. Se resteranno i nomi delle sei vittime, le loro storie, la consapevolezza di ciò che è accaduto. Se l’eventuale accertamento di errori e responsabilità riuscirà a tradursi anche in una maggiore attenzione alla sicurezza degli edifici. Il ricordo di Pistunina pone una questione che riguarda tutti: come sia stato possibile che una costruzione destinata ad abitazioni e attività commerciali sia arrivata a un cedimento tanto devastante, in pieno pomeriggio, mentre al suo interno si svolgeva una normale giornata di lavoro. Sono domande alle quali, tre mesi dopo, non esiste ancora una risposta definitiva.

Intanto le vite degli altri sono andate avanti. La strada è tornata percorribile, le attività vicine hanno ripreso il lavoro, i mezzi di soccorso hanno lasciato il posto ai tecnici e agli investigatori. Le macerie, almeno quelle conservate per gli accertamenti, sono diventate reperti. I documenti edilizi sono oggetto di verifiche. I filmati vengono esaminati fotogramma dopo fotogramma. Le famiglie attendono. Quella di Lahiru aspetta ancora qualcosa di diverso da una perizia sulle cause del crollo. Aspetta che venga riconosciuto ciò che resta di un marito, di un padre, di un fratello. Che sia finalmente possibile dare una collocazione concreta alla sua assenza.

Sono passati novantadue giorni.

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Giuseppe Bevacqua
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Giuseppe Bevacqua è giornalista e direttore di Voce di Popolo, laureato in Economia e abilitato dottore commercialista. Si occupa di cronaca, politica, amministrazione pubblica e approfondimenti, con particolare attenzione a Messina e alla Sicilia. Cura analisi, inchieste e commenti sui temi di interesse pubblico e sulle dinamiche del territorio.