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Stop alla macellazione dei cavalli, raggiunte 50mila firme. “Sono animali d’affezione”. Catania e la tradizione in crisi

- 30/10/2026
Stop alla macellazione dei cavalli, raggiunte 50mila firme. "Sono animali d'affezione". Catania e la tradizione in crisi

La proposta di legge popolare supera la soglia prevista dalla Costituzione e punta a riconoscere cavalli, asini e muli come animali d’affezione. Ma nella città etnea il divieto minaccia di sconvolgere una tradizione gastronomica radicata e un settore che, secondo FIPE Confcommercio, coinvolge circa 300 locali. Il Parlamento è chiamato a confrontarsi anche con le conseguenze economiche della scelta.

Stop alla macellazione dei cavalli, raggiunte 50mila firme. "Sono animali d'affezione". Catania e la tradizione in crisi
Stop alla macellazione dei cavalli, raggiunte 50mila firme. "Sono animali d'affezione". Catania e la tradizione in crisi

A Catania il profumo della carne di cavallo arrostita sulla brace è parte del paesaggio urbano. Si sente lungo via Plebiscito, nei dintorni del Castello Ursino, tra i vicoli del centro storico, dove macellerie e trattorie espongono le griglie sul marciapiede e il fumo del carbone accompagna le serate. Le polpette avvolte nelle foglie di limone, le fettine alla griglia, i panini consumati in piedi sono una consuetudine che attraversa le generazioni. Una tradizione gastronomica che adesso rischia di dover fare i conti con una legge destinata, se approvata, a cambiare radicalmente il mercato della carne equina in Italia.

La proposta di legge di iniziativa popolare promossa da Animal Equality insieme a Fondazione Islander ha infatti superato le 50mila firme certificate, raggiungendo con oltre due mesi di anticipo la soglia prevista dall’articolo 71 della Costituzione. La scadenza era fissata al 6 gennaio 2027. Il risultato, annunciato il 29 ottobre dalle associazioni promotrici, apre una nuova fase nella battaglia per vietare la macellazione di cavalli, asini, muli e degli altri equidi, riconoscendoli giuridicamente come animali d’affezione, al pari di cani e gatti. L’iniziativa era stata depositata alla Corte di Cassazione il 2 luglio scorso. In quattro mesi, attraverso le sottoscrizioni digitali autenticate con Spid o carta d’identità elettronica, ha ottenuto il sostegno necessario per la presentazione alle Camere.

«La voce di oltre 50.000 persone non può essere ignorata: rappresenta una richiesta di cambiamento che le istituzioni hanno il dovere di ascoltare», afferma Matteo Cupi, direttore esecutivo di Animal Equality Italia. Una richiesta che, secondo i promotori, rispecchia una crescente sensibilità nei confronti degli animali storicamente utilizzati per il lavoro, lo sport e l’alimentazione. Nicole Berlusconi, presidente di Fondazione Islander, interpreta il risultato come la conferma di un cambiamento culturale ormai maturo. E avverte: «Non siamo disposti ad accettare alcuna interferenza da parte di personalità politiche che si stanno opponendo». Ma tra il principio della tutela animale e le conseguenze di un divieto generalizzato esiste una questione economica che riguarda direttamente la Sicilia. E soprattutto Catania.

Nella città etnea la carne di cavallo rappresenta qualcosa di diverso da una semplice abitudine alimentare. È un elemento dell’identità popolare, nato dalla necessità di assicurare alle famiglie meno abbienti una fonte di proteine relativamente economica e diventato, con il passare dei decenni, una specialità riconosciuta anche dai turisti. Intorno a questa tradizione è cresciuta una rete di attività commerciali: macellerie equine, bracerie, trattorie, paninerie, fornitori e imprese della distribuzione. Realtà che hanno costruito la propria clientela, e in molti casi la stessa identità commerciale, proprio sulla vendita di carne equina. A quantificare il fenomeno è stato Dario Pistorio, presidente di FIPE Confcommercio Catania, che lo scorso febbraio, intervenendo nel dibattito sul possibile divieto, aveva indicato circa 300 locali collegati al consumo di carne di cavallo, tra trattorie, bracerie e attività di street food. Secondo le stime da lui riferite, il fatturato annuo della ristorazione catanese riconducibile a questo prodotto sarebbe compreso tra 2 e 4 milioni di euro. Sono valutazioni dell’associazione di categoria, non una stima ufficiale delle perdite che deriverebbero da un eventuale divieto. Ma descrivono le dimensioni di un comparto che dovrebbe affrontare una trasformazione profonda. Per una trattoria che propone anche carne di cavallo, cambiare il menù potrebbe essere relativamente semplice. Molto diverso sarebbe il destino delle macellerie specializzate, delle attività che lavorano quasi esclusivamente carni equine e degli esercizi la cui notorietà è legata a un prodotto preciso. In questi casi, la riconversione richiederebbe nuovi investimenti e una clientela disposta a modificare abitudini consolidate.

Il sindaco di Catania, Enrico Trantino, aveva già espresso pubblicamente le proprie perplessità, contestando il rischio che una scelta ideologica finisse per cancellare tradizioni gastronomiche radicate. Una posizione condivisa, sul versante economico, da rappresentanti del commercio e dell’agricoltura. Dall’altra parte, le associazioni animaliste ricordano che la tutela degli animali non può essere subordinata esclusivamente al valore commerciale della loro carne. Secondo un’indagine Ipsos citata da Animal Equality, il 17 per cento dei consumatori di carne dichiara di mangiare quella equina almeno una volta al mese, mentre il 73 per cento degli intervistati manifesta empatia nei confronti dei cavalli, considerandoli alla pari degli animali domestici.

Il confronto riguarda anche i numeri della macellazione. Secondo i dati del Sistema Informativo Veterinario del ministero della Salute diffusi dalle associazioni, nel 2025 in Italia sono stati macellati 22.854 equidi. Nei dati disponibili per il 2026 il numero ha già raggiunto almeno 14.670 capi. Il problema, dunque, non riguarda soltanto la tradizione siciliana. È una questione nazionale nella quale si confrontano sensibilità etiche, interessi economici e modelli culturali differenti.

Il Parlamento, intanto, aveva già avviato la discussione sulla materia. Il 26 ottobre la Camera ha esaminato nelle linee generali la proposta di legge presentata da Luana Zanella di Alleanza Verdi e Sinistra, insieme ai testi collegati di Michela Vittoria Brambilla, Susanna Cherchi del Movimento 5 Stelle ed Eleonora Evi del Partito Democratico. Un percorso legislativo che ha incontrato difficoltà e contrasti anche all’interno della Commissione Agricoltura. La proposta popolare aggiunge adesso il peso delle sottoscrizioni raccolte. Il superamento delle 50mila firme consente di presentare formalmente il testo alle Camere, ma non determina automaticamente la sua approvazione e neppure obbliga il Parlamento a pronunciarsi nel merito: tempi e modalità dell’esame dipendono dai regolamenti parlamentari. Resta soprattutto da definire la portata concreta dell’eventuale divieto, comprese le disposizioni sulla commercializzazione, i rapporti con le importazioni dall’estero e le misure per accompagnare la riconversione delle attività economiche interessate.

Le associazioni chiedono di togliere definitivamente gli equidi dalla filiera alimentare. Gli operatori del settore temono di perdere una parte importante del proprio lavoro. E mentre la raccolta delle firme ha già raggiunto l’obiettivo, alla Camera la discussione è ancora aperta. Nessuna legge è stata approvata e nessuna data è stata fissata per l’entrata in vigore di un eventuale divieto. Fino ad ora.

Stop alla macellazione dei cavalli, raggiunte 50mila firme. "Sono animali d'affezione". Catania e la tradizione in crisi
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Giuseppe Bevacqua
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Giuseppe Bevacqua è giornalista e direttore di Voce di Popolo, laureato in Economia e abilitato dottore commercialista. Si occupa di cronaca, politica, amministrazione pubblica e approfondimenti, con particolare attenzione a Messina e alla Sicilia. Cura analisi, inchieste e commenti sui temi di interesse pubblico e sulle dinamiche del territorio.