
Come due deputati in prestito hanno salvato De Luca dalle seimila firme



La notte scorsa, all’ora in cui i palazzi della politica si impegnano nelle “sedute spiritiche”, da una stanza romana è partito l’ultimo plico di documenti. Laura Castelli, presidente del movimento Sud chiama Nord, ne ha dato notizia a cose fatte: la componente alla Camera era costituita, formalizzata, spedita. E’ nato così il gruppo di Sud chiama Nord a Montecitorio, e una pianta, fragile e cespugliosa, rimasta a lungo esposta alle intemperie ha trovato finalmente un riparo.
Bisognava correre ai ripari, perché una falciatrice particolarmente pericolosa era in arrivo. La nuova legge elettorale aveva, infatti, alzato l’asticella delle firme: seimila per ogni collegio, una parete di roccia da scalare a forza di penne e banchetti. L’intento, dicono, era complicare la vita ai piccoli partiti, quelli che i giardinieri del Palazzo chiamano con affetto “cespugli”. E un cespuglio, sebbene “venduto” come robusto e in crescita, evidentemente, non sapeva difendersi. E’ sempre ed ancora una faccenda di firme. Così il cespuglio Sud chiama Nord poteva soltanto sperare che qualcuno lo trapiantasse prima dell’autunno. Ma la piantumazione in altra terra straniera non ne fa un arbusto.
Il trapianto de qua richiedeva tre deputati. Sud chiama Nord ne aveva solo uno, Francesco Gallo, eletto a Messina e solo come una sentinella in fortino, ed anche parecchio annoiato a parlare sempre e solo con sé stesso. Ne mancavano due e, alla fine, sono arrivati come arrivano “i nostri” a difendere il fortino dagli indiani. Il primo “salvatore” di Sud chiama Nord è Manlio Messina, catanese, uscito da Fratelli d’Italia circa un anno fa in polemica con la gestione del partito in Sicilia. Vi tornerà, raccontano, ma prima dovrà scontare gli ultimi mesi di legislatura accanto a De Luca. Un purgatorio a tempo che non è cosa da poco, ma con la data di scadenza e l’uscita assicurata, cosa che nei purgatori veri non si usa.
Il secondo è Luca Sbardella, commissario di Fratelli d’Italia in Sicilia e uomo vicinissimo alla premier. La sua presenza vale quanto un sigillo, una garanzia di operatività corretta e di rispetto degli accordi. Ed è lui stesso a spiegare all’Adnkronos la natura del beau geste: un «prestito tecnico». Ecco la parola meravigliosa. Quindi non un passaggio, non una conversione, non un matrimonio: un prestito, come i libri della biblioteca, da restituire in buono stato e nei termini, senza sottolineare le pagine. Senza sporcarli, insomma.
Una spiegazione, quella di Sbardella, non certo facile, tant’è che il nostro arriva financo ad evocare il «ministro dell’Armonia», Pinuccio Tatarella, maestro nell’allargare i confini del centrodestra. Sono confini singolari, che si lasciano spostare senza una sola fucilata e con un certo sollievo di chi li abita. Pare, secondo Sbardella, che la premier voglia “aprire ai civici, ai sindaci, a chi ha radici nel territorio”. Un cespuglio ha radici fragilissime, tanto delicate che nessuno prima d’ora aveva pensato di chiamarlo «civico». Ma Sbardella non si sogna di parlare di quell’1.1 per cento, della matematica, dei timori elettorali e di Vannacci.
Il conto, alla fine, è semplice. Milleecinquecento firme per collegio invece di seimila: quattromilacinquecento in meno, da risparmiare a ogni collegio, in ogni piazza, a ogni gazebo mancato. Un’economia di fatica che può tranquillamente definirsi, e con linguaggio sobrio, operazione salvataggio.
Intanto, vedendo l’abbraccio tra il centrodestra e il sindaco di Taormina, il campo largo siciliano ha chiuso la porta a ogni alleanza alle Regionali, con la delicatezza dei traslochi notturni. E vorrei ben vedere: già quella porta era socchiusa, tenuta semiaperta dal grande sforzo di un piede infilato a fare da ostacolo alla chiusura da chi, solitario, si era accollato la difesa d’ufficio del sindaco di Taormina. Chissà che dolor di piedi il povero Faraone.
Ma De Luca continua a dire di avere «mani libere» nello scacchiere dell’Isola. Libere, certo, benché a guardarle da vicino abbiano appena stretto altre mani, quelle che lui stesso ha definito per lungo tempo e con gran livore, quelle da abbattere, costruendoci sopra tutta la sua politica di rottura e d’assalto, quella che gli ha garantito consensi in Sicilia, molti di più a Messina. Cosa penseranno adesso i suoi elettori, adesso che le mani che De Luca ha stretto somigliano a quella “banda bassotti” che lui si era preso carico di avversare? Adesso, quanto vale davvero quell’1 per cento?
Resta da vedere cosa accadrà quando, tra qualche mese, i prestiti scadranno e i deputati torneranno ai loro scaffali. Il cespuglio allora dovrà decidere se è diventato bosco o se è soltanto rimasto al riparo del muro. E chi lo ha riparato comprenderà anche se ne valeva la pena.
GIUBE









