
Il “maestrone” si è spento all’età di 86 anni. Poeta, scrittore e voce critica del nostro tempo, ci lascia in eredità brani immortali come “La Locomotiva”, “L’Avvelenata” e “Autogrill”.

La musica italiana perde uno dei suoi padri nobili, la cultura uno dei suoi intellettuali più acuti e disincantati. È morto all’età di 86 anni Francesco Guccini, il cantautore che ha saputo raccontare, con la chitarra in mano e la voce inconfondibile, le contraddizioni, i sogni e le grandi disillusioni di intere generazioni.
Non è stato solo un cantante, Guccini. È stato un cantastorie nel senso più alto del termine, un poeta prestato alla melodia e uno scrittore capace di trasformare la quotidianità, la provincia e la grande Storia in un’epica popolare accessibile a tutti. Con la sua scomparsa se ne va un pezzo fondamentale della memoria collettiva del nostro Paese, un artista che ha sempre rifuggito le etichette del music business per rimanere ostinatamente fedele a un’idea di arte autentica, ruvida e profondamente radicata nei valori dell’umanesimo.
Il suo lascito discografico è un monumento inestimabile che attraversa decenni di storia italiana. Tra i solchi dei suoi vinili restano incisi capolavori assoluti, a partire da “La Locomotiva”, molto più di una canzone: un vero e proprio inno cantato a squarciagola in migliaia di concerti e piazze, una ballata anarchica e romantica che resterà per sempre il simbolo di un’irriducibile sete di giustizia sociale. Come non citare poi “L’Avvelenata”, uno sfogo viscerale, ironico e spietato in cui Guccini si scagliava contro le ipocrisie del mondo dello spettacolo e dei finti perbenisti, dimostrando una lucidità ancora oggi disarmante. E ancora “Autogrill”, dove intimismo e malinconia si fondono in un racconto cinematografico, un capolavoro di narrazione visiva che condensa la magia di un incontro fugace lungo un’autostrada italiana.
Guccini aveva scelto da tempo di allontanarsi dai grandi palcoscenici musicali, ritirandosi nella sua amata Pavana, sull’Appennino, per dedicarsi prevalentemente alla scrittura, ai libri e alla custodia delle radici. Ma la sua assenza dai riflettori non aveva mai intaccato il suo peso specifico nel dibattito culturale. Le sue parole, lette o cantate, hanno continuato a essere un faro e un rifugio.
Oggi l’Italia intera gli rende omaggio, consapevole di aver perso non solo un musicista eccezionale, ma un pensatore libero. Il viaggio del “maestrone” si è concluso, ma le sue storie continueranno a viaggiare.









