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E’ morto Don Antonio Mazzi, il prete che restituiva un nome agli ultimi

- 31/07/2026

È morto a Milano a 96 anni il fondatore di Exodus. Educatore, giornalista e volto televisivo, trasformò la lotta alla droga in una missione fondata sull’ascolto, sulla responsabilità e sulla fiducia. La sua eredità interroga una società che continua a produrre emarginazione e poi finge di non vederla

E’ morto un uomo che lascia un vuoto. Ma soprattutto una domanda. Con la scomparsa di Don Antonio Mazzi, morto a Milano a 96 anni, non viene meno soltanto un sacerdote conosciuto, un educatore, un giornalista o un volto popolare della televisione. Viene meno una delle coscienze più ostinate di un’Italia che, davanti agli ultimi, troppo spesso ha preferito voltarsi dall’altra parte.

Don Mazzi aveva scelto di stare dove la società non ama fermarsi: accanto ai tossicodipendenti, ai ragazzi difficili, ai detenuti, alle famiglie spezzate, agli adolescenti considerati irrecuperabili. Non li chiamava “casi”, non li riduceva a diagnosi, statistiche o problemi di ordine pubblico. Prima della dipendenza vedeva la persona. Prima dell’errore cercava la ferita. Prima della condanna tentava di ricostruire una possibilità. Un valore quasi introvabile, quasi impraticabile nei difficili meandri di chi opera nel recupero della marginalità e del degrado che deriva dalla dipendenza.

Il suo valore fu una intuizione, tanto semplice quanto rivoluzionaria, che diede vita al Progetto Exodus. Negli anni in cui l’eroina devastava intere generazioni e il Parco Lambro di Milano era diventato uno dei simboli dello spaccio e dell’abbandono, don Mazzi comprese che non sarebbe bastato reprimere, rinchiudere o compatire. Servivano luoghi nei quali ricominciare, adulti capaci di restare e percorsi nei quali il lavoro, lo sport, la musica, il viaggio e la vita comunitaria diventassero strumenti educativi. Exodus nacque nel 1984 e si sviluppò attraverso comunità, cooperative, centri giovanili e progetti anche internazionali.

Quella di don Mazzi non era una solidarietà sentimentale. Non distribuiva assoluzioni facili e non trasformava la fragilità in un alibi. Ai ragazzi chiedeva fatica, disciplina, responsabilità. Ma offriva loro ciò che spesso era mancato: una presenza che non fuggisse al primo fallimento.

Era nato a Verona il 30 novembre 1929. Aveva perso il padre quando aveva appena tredici mesi e da quella assenza avrebbe tratto la spinta a esercitare una paternità diversa, rivolta a chi un padre non lo aveva mai avuto o lo aveva perduto lungo la strada. Studiò filosofia, teologia, psicologia e psicopedagogia, entrando nella Congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza fondata da san Giovanni Calabria. La sua formazione non rimase però rinchiusa nei libri: trovò il proprio senso nelle periferie, nei cortili e nelle comunità.

La televisione e i giornali lo resero familiare a milioni di italiani. Collaborò con diverse testate, scrisse libri e partecipò a numerosi programmi televisivi e radiofonici. Ma la popolarità, nel suo caso, non fu soltanto esposizione personale. Don Mazzi utilizzò i mezzi di comunicazione per trascinare al centro del dibattito coloro che normalmente restavano ai margini. Portò in televisione la droga, il carcere, l’Aids, il disagio giovanile, la solitudine delle famiglie e il bisogno di educatori quando molti preferivano relegare questi temi nelle pagine della cronaca nera. Rimosse il velo della vergogna e dell’ipocrisia mostrando chiaramente quel che le famiglie tendevano a tenere nascosto, segreto, ma incapaci di affrontarlo da sole.

Non fu un uomo accomodante. Aveva modi diretti, talvolta ruvidi, e parole che potevano dividere. Ma non cercò mai di costruirsi l’immagine del sacerdote perfetto. Preferiva apparire spettinato, irregolare e persino scomodo piuttosto che diventare una figura rassicurante per i salotti e inutile per chi aveva davvero bisogno.

Negli ultimi anni aveva compreso che le dipendenze stavano cambiando. All’eroina si erano aggiunte nuove sostanze, il gioco d’azzardo, l’abuso di psicofarmaci, l’isolamento digitale e una sofferenza psichica sempre più diffusa tra gli adolescenti. Per questo insisteva sulla necessità di intervenire prima che il disagio esplodesse. “Dobbiamo arrivare prima”, recita ancora il messaggio della Fondazione Exodus: prima che la vita dei ragazzi si spezzi.

La morte di don Mazzi smette così di essere soltanto una notizia e diventa un giudizio sul nostro tempo. Perché l’Italia è bravissima a commemorare i suoi educatori dopo averli lasciati spesso soli quando erano vivi. Li celebra, li cita, li trasforma in esempi. Poi continua a tagliare risorse, a soffocare le comunità nella burocrazia, a considerare l’educazione una spesa e non un investimento. Si indigna quando un ragazzo muore di droga, commette un delitto o precipita nel disagio, ma raramente si domanda quali adulti, quali istituzioni e quali presìdi siano mancati prima.

Don Antonio Mazzi ci ha ricordato per tutta la vita che gli ultimi non sono una categoria astratta. Hanno un volto, un nome, una storia. E soprattutto non sono mai definitivamente perduti.

Oggi se ne va il prete delle comunità e delle carovane, il sacerdote dei giovani difficili, l’uomo capace di parlare in televisione senza dimenticare il ragazzo incontrato per strada. Ma resta il suo insegnamento più severo: nessuna società può definirsi civile quando considera alcune vite materiale di scarto.

Il modo più onesto per ricordarlo non sarà riempire le dichiarazioni ufficiali di parole come solidarietà, speranza e inclusione. Sarà continuare ad aprire porte. Formare educatori. Sostenere le famiglie. Finanziare concretamente le comunità. Andare a cercare chi si è perduto. Senza vergogna e senza veli, al fianco di famiglie sempre più sole.

E PRIMA che sia troppo tardi.

GIUBE