La relazione annuale approvata dalla Commissione regionale descrive un sistema criminale meno visibile, ma ancora radicato nell’economia, nelle istituzioni e nelle periferie. Il documento lancia allarmi pesanti, ma lascia nell’ombra dati, territori e responsabilità. Su Messina, quasi nulla.

La mafia siciliana non è scomparsa. Ha semplicemente imparato a farsi vedere meno.
È questo il dato politico più chiaro e semplice che emerge dalla relazione annuale della Commissione Antimafia dell’Assemblea regionale siciliana, approvata il 24 giugno 2026 e riferita all’attività svolta nel corso del 2025. L’altro dato, quello che non si legge nella relazione, è quello dei dati, dei fatti, delle circostanze. Lasciando così monca e non efficace, una relazione che dovrebbe essere divulgata il più possibile, resa pubblica, analiticamente spiegata ai cittadini, ai siciliani.
Un documento che non racconta più la mafia delle stragi, delle autobombe e delle guerre aperte tra famiglie. Racconta una mafia più prudente, economicamente intelligente, capace di infiltrarsi nei settori produttivi, di usare professionisti, di dialogare con pezzi delle istituzioni e di trasformare il controllo del territorio in un potere meno appariscente, ma non meno pervasivo. Cosa nostra viene descritta come un’organizzazione oggi priva di un vertice unitario pienamente riconosciuto, ma tutt’altro che disarticolata. Le famiglie mantengono il presidio delle rispettive aree, conservano relazioni, gestiscono affari e provano continuamente a ricostruire forme di coordinamento. In altre parole, la mafia non ha bisogno di una nuova cupola per continuare a funzionare.
Le basta controllare il territorio, orientare l’economia, condizionare le imprese e trovare interlocutori disponibili.
Droga e crack, sono il motore economico dei clan. Il traffico di stupefacenti rimane la principale fonte di finanziamento delle organizzazioni criminali. Cosa nostra ha consolidato rapporti con la ’ndrangheta e con gruppi attivi fuori dalla Sicilia, costruendo reti capaci di garantire forniture, distribuzione e riciclaggio dei profitti.
La droga non rappresenta soltanto un affare miliardario. Diventa anche un fattore di equilibrio interno. La necessità di non mettere in pericolo le piazze di spaccio avrebbe infatti favorito una sorta di pax mafiosa tra famiglie rivali e, in alcuni territori, tra Cosa nostra e Stidda. La violenza non scompare, ma viene amministrata. Si spara quando serve. Si evita la guerra quando danneggia gli affari. La relazione richiama inoltre la diffusione del crack, non più confinata soltanto nelle grandi aree urbane di Palermo e Catania, ma ormai presente in maniera capillare in tutta la Sicilia. Questo è il volto più brutale del mercato mafioso contemporaneo: sostanze a basso costo, dipendenza rapidissima, periferie trasformate in mercati permanenti e migliaia di persone impiegate nello spaccio. Un sistema economico parallelo che cresce dove lo Stato arretra. E di questo ne abbiamo scritto già in tempi non sospetti, voce, la nostra, caduta nel nulla dell’indifferenza generale, il miglior carburante che fa funzionare la macchina mafiosa.
Anche il racket ha cambiato funzione. La richiesta estorsiva non serve più soltanto a finanziare il clan. In molti casi serve a riaffermarne l’autorità. La somma può essere persino modesta. Ciò che conta è che l’imprenditore riconosca chi comanda.
Accanto al pagamento in denaro resistono forme più sofisticate di imposizione: fornitori indicati dalla famiglia mafiosa, assunzioni pilotate, servizi affidati a imprese vicine ai clan, interferenze nella gestione delle attività economiche. La mafia non si limita a chiedere una quota. Decide chi può lavorare, con chi deve lavorare e a quali condizioni. Il dato più inquietante riguarda però le denunce, definite scarsissime e in alcuni territori quasi inesistenti.
Le estorsioni vengono scoperte soprattutto attraverso intercettazioni e indagini su altri reati. Non sono gli imprenditori a rivolgersi allo Stato. Sono gli investigatori a scoprire che il pizzo esiste. In alcuni casi, persino di fronte alle prove, le vittime continuano a negare. Paura, certamente. Ma non soltanto. Dietro questo silenzio può esserci anche convenienza, assuefazione, interesse a mantenere rapporti con il sistema mafioso. Ed è proprio questa zona grigia a rendere il quadro ancora più grave.
Professionisti, riciclaggio e silenzi
La relazione individua nei professionisti uno degli strumenti fondamentali del riciclaggio moderno. Avvocati, commercialisti, consulenti finanziari, esperti informatici e operatori economici possono fornire ai clan le competenze necessarie a nascondere capitali, costruire società, schermare proprietà e spostare denaro. La strategia cambia a seconda dei territori.
Nel Siracusano emergono turismo e terziario. Altrove prevalgono agricoltura, gioco, costruzioni, attività commerciali e strumenti finanziari digitali. La mafia investe dove trova margini, fragilità amministrative e controlli insufficienti. Eppure le segnalazioni di operazioni sospette provenienti dai professionisti continuano a essere poche. Anche qui il documento lancia l’allarme, ma non indica numeri, categorie maggiormente coinvolte, province più esposte o provvedimenti disciplinari. La zona grigia viene indicata, ma resta senza volto.
Un altro fenomeno segnalato dalla Commissione riguarda il ritorno nei territori d’origine di mafiosi condannati negli anni Novanta e Duemila, oggi liberi dopo avere scontato la pena. La detenzione non avrebbe spezzato le relazioni costruite in passato. Al contrario, diversi boss sarebbero riusciti a reinserirsi rapidamente nei contesti criminali, economici e istituzionali, recuperando prestigio, contatti e capacità di influenza. Il carcere, dunque, non sempre cancella il capitale mafioso. Talvolta lo conserva. E il boss che torna nel proprio territorio può ritrovare una rete pronta a riconoscerlo, ascoltarlo e servirlo.
Le carceri come centrali operative
La relazione denuncia anche la presenza di telefoni cellulari all’interno degli istituti penitenziari, compresi i reparti di massima sicurezza. Attraverso questi dispositivi, i capi mafiosi possono comunicare con l’esterno e impartire disposizioni. Il carcere, che dovrebbe interrompere il comando criminale, rischia così di trasformarsi in una centrale operativa protetta. La Commissione chiede un rafforzamento urgente dei controlli, ma non indica tecnologie, risorse, interventi organizzativi o responsabilità amministrative. Anche qui, l’allarme viene lanciato, ma la soluzione resta indefinita.
Armi, baby gang e periferie abbandonate
La presenza di armi da guerra viene indicata come diffusa. Il Catanese continua a essere attraversato da gambizzazioni, intimidazioni e scontri tra gruppi criminali. Fenomeni analoghi vengono segnalati anche nel Ragusano, con episodi che coinvolgono minorenni.
A questo quadro si aggiungono baby gang, microcriminalità, consumo di crack, violenza urbana e progressivo impoverimento del controllo pubblico. I sindaci ascoltati dalla Commissione hanno denunciato la scarsità delle forze dell’ordine, soprattutto nelle ore notturne, e la grave carenza di agenti della polizia municipale. Il risultato è un territorio meno presidiato e forze statali costrette a occuparsi anche di attività che dovrebbero spettare ai Comuni.
La mafia, ancora una volta, trova spazio nei vuoti. Non conquista necessariamente il territorio con la violenza. Talvolta le basta aspettare che lo Stato si ritiri.
Beni confiscati
La confisca dovrebbe rappresentare il momento in cui lo Stato sottrae ricchezza alla mafia e la restituisce alla collettività. Troppo spesso, invece, è soltanto l’inizio di un nuovo fallimento. La relazione descrive Comuni privi di risorse, competenze e personale. Beni assegnati ma inutilizzati. Immobili degradati. Procedure interminabili. Mancanza di manutenzione. La Commissione propone consorzi tra enti locali e l’utilizzo di una parte del Fondo unico di giustizia per recuperare i beni. Ma anche in questo caso mancano i dati. Non viene indicato quanti siano gli immobili assegnati, quanti quelli inutilizzati, quanti quelli occupati o danneggiati e quali somme servirebbero per renderli realmente fruibili. La mafia perde formalmente il bene. La collettività, però, spesso non riesce a conquistarlo, anzi mai.
Elisoccorso, concessioni e controlli che non controllano
Il capitolo sull’elisoccorso regionale meriterebbe un intervento giornalistico a parte. Perché fotografa uno dei punti più delicati dell’intera relazione: la debolezza dei meccanismi amministrativi di prevenzione della corruzione.
La Commissione ha rilevato la concentrazione di incarichi sullo stesso funzionario, dubbi sulla rotazione, affidamenti a professionisti esterni, proroghe, procedure negoziate e carenze strutturali negli uffici regionali. Non si parla necessariamente di mafia in senso giudiziario. Si parla però di condizioni che possono rendere la pubblica amministrazione vulnerabile: pochi controlli, responsabilità concentrate, procedure opache e uffici senza personale adeguato. Un quadro analogo emerge dalla vicenda della concessione del lido di Mondello, dove la Commissione ha riscontrato criticità nelle verifiche antimafia, nei subaffidamenti e nelle procedure di evidenza pubblica. La concessione demaniale diventa così un altro luogo di rischio. Non soltanto perché può essere infiltrata direttamente, ma perché può essere gestita per anni in assenza di verifiche reali. Il problema, dunque, non è soltanto chi vince una gara o ottiene una concessione. Il problema è chi controlla dopo. E soprattutto se controlla davvero.
Giornalisti ascoltati, ma il sistema dell’informazione resta fuori dall’inchiesta
La Commissione ha dedicato attenzione ai giornalisti minacciati e a coloro che denunciano mafia e corruzione. È un riconoscimento importante. Ma il documento non analizza fino in fondo le condizioni dell’informazione siciliana: querele temerarie, precarietà, dipendenza economica dalla pubblicità pubblica, concentrazione editoriale, isolamento dei cronisti locali. Si riconosce il valore del giornalismo, ma non si indaga sul sistema che spesso lo rende più debole, ricattabile e solo. Anche qui necessiterebbe di un’analisi approfondita. Di una maggiore riflessione, caso per caso, e di strumenti atti a garantire le mani libere a chi ha il coraggio di denunciare e di mantenersi indipendente.
Un milione per le periferie di Palermo, Catania e Messina
Dopo gli episodi di violenza verificatisi nelle periferie palermitane, la Commissione ha promosso un fondo regionale da un milione di euro destinato a interventi sociali e urbani a Palermo, Catania e Messina. Le risorse dovrebbero finanziare sport, cultura, scuole, presìdi sociali e iniziative di recupero. Ma un milione di euro diviso tra le tre città metropolitane appare una cifra modesta rispetto alla vastità delle emergenze descritte. La relazione, inoltre, non specifica quali quartieri siano stati scelti, quali progetti siano stati avviati, quante risorse spettino a ogni Comune e quale sia il cronoprogramma. Anche qui, l’annuncio precede la verifica.
Messina ascoltata, ma cancellata dalla relazione
Il limite più evidente, per il territorio messinese, è l’assenza quasi totale di contenuti specifici. La Commissione ha tenuto una seduta in Prefettura a Messina il 20 marzo 2025, ascoltando magistrati, investigatori, amministratori e rappresentanti istituzionali. Ma nella relazione non viene riportato praticamente nulla di ciò che è emerso.
Non c’è una ricostruzione dei clan messinesi. Non c’è un’analisi distinta della fascia tirrenica, della zona ionica o dell’area di Barcellona Pozzo di Gotto. Non si parla dei settori economici infiltrati, dei rapporti con le organizzazioni calabresi o catanesi, della droga, delle estorsioni, delle armi o delle amministrazioni locali. Messina viene ascoltata, ma non raccontata. Così il cittadino sa che l’audizione si è svolta, ma non sa che cosa abbiano riferito prefetto, procuratori e forze di polizia. È una lacuna grave.
Una Commissione d’inchiesta non dovrebbe limitarsi a dire di avere ascoltato. Dovrebbe restituire pubblicamente ciò che ha appreso, naturalmente nei limiti imposti dalla riservatezza investigativa. Altrimenti l’inchiesta resta chiusa nelle stanze istituzionali. Serve maggiore consapevolezza comune che può nascere e consolidarsi solo con la piena condivisione.
La mafia è cambiata. La Regione troppo poco
Il presidente Antonello Cracolici ha usato parole durissime. Ha parlato di una Sicilia peggiorata, di corruzione crescente, di politica vulnerabile, di indifferenza e di una società che sembra avere accettato la convivenza con la mafia. Ha evocato una cultura del favore e dell’amichettismo diventata sistema ordinario di accesso alla pubblica amministrazione. Sono valutazioni politiche pesanti, in parte più dure dello stesso documento ufficiale. La domanda che sorge è sempre la stessa, quella che aleggia nelle piazze, nei bar, nei sorrisi a mezza bocca, tra le facce sconcertate di chi si chiede sempre più insistentemente: “e la Magistratura?“
Emerge, però, anche qui, il limite principale della relazione. Se gli allarmi sono chiari, i numeri lo sono molto meno. Mancano schede provinciali, dati comparabili, indicatori, serie storiche, allegati statistici e una verifica puntuale sull’attuazione delle raccomandazioni formulate negli anni precedenti. La relazione descrive un sistema criminale capace di adattarsi. Ma non offre al lettore gli strumenti necessari per misurarne l’evoluzione. Racconta ciò che la Commissione ha fatto. Molto meno di ciò che ha scoperto. Il quadro finale, in ogni caso, è netto.
La mafia siciliana ha cambiato pelle. È meno rumorosa, ma più integrata. Meno militare, ma più economica. Meno visibile, ma capace di muoversi tra imprese, professioni, concessioni, appalti, periferie e pubbliche amministrazioni. Di fronte a questa trasformazione, la Regione appare ancora lenta, frammentata e debole nei controlli.
Gli uffici non comunicano. Le rotazioni non funzionano. Le concessioni vengono verificate tardi. I beni confiscati restano inutilizzati. Le periferie ricevono fondi insufficienti. I territori vengono ascoltati, ma non sempre raccontati. La relazione dell’Antimafia Ars ha il merito di descrivere un allarme reale. Ma lascia una domanda inevitabile.
Se la Commissione sa che la mafia è entrata nelle pieghe dell’economia e dell’amministrazione, perché continua a offrirci una fotografia senza dettagli, senza numeri e senza responsabilità chiaramente individuate?
La mafia ha imparato davvero a diventare invisibile? Si è come amalgamata con l’amministrazione? Ne ha corrotto le basi e la stessa essenza, tanto da confondersi con essa? Le istituzioni non possono permettersi di diventare opache.
GIUBE





