Il ricordo di Paolo Borsellino e degli agenti della scorta si intreccia con gli interrogativi irrisolti sul movente, sull’agenda rossa, sul depistaggio Scarantino e sulle possibili responsabilità esterne a Cosa nostra.

di GIUSEPPE BEVACQUA
Trentaquattro anni non sono bastati. Sono bastati, invece, cinquantasette giorni per passare dall’autostrada sventrata di Capaci all’inferno di via D’Amelio. Cinquantasette giorni per eliminare Giovanni Falcone e poi Paolo Borsellino. Cinquantasette giorni durante i quali lo Stato sapeva che il secondo attentato sarebbe potuto arrivare, ma non riuscì — o non seppe — impedirlo.
Il 19 luglio 1992 era una domenica. Alle 16.58 una Fiat 126 imbottita di esplosivo saltò in aria davanti al civico 19 di via Mariano D’Amelio, a Palermo, dove viveva la madre del magistrato. Morirono Paolo Borsellino e cinque agenti della Polizia di Stato: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Antonino Vullo, impegnato a parcheggiare una delle vetture della scorta, fu l’unico poliziotto a sopravvivere.
I loro nomi dovrebbero essere pronunciati tutti, ogni volta. Non come appendice a quello di Borsellino, ma come parte della stessa storia. Erano donne e uomini incaricati di proteggere un magistrato che sapeva di essere stato condannato a morte. Lo accompagnavano in una Palermo nella quale il nemico non era soltanto invisibile: era organizzato, informato, armato e capace di colpire con una potenza militare.

Cosa nostra uccise Paolo Borsellino. Questo è il primo punto fermo, quello che nessuna lettura suggestiva, nessuna dietrologia e nessuna torsione ideologica possono cancellare. La decisione maturò dentro l’organizzazione mafiosa; uomini di Cosa nostra procurarono l’automobile, la riempirono di esplosivo, la collocarono nel luogo dell’attentato e azionarono il telecomando. I processi hanno individuato mandanti ed esecutori, mentre le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza hanno consentito di riscrivere una parte decisiva della preparazione materiale della strage e di riconoscere l’estraneità di persone ingiustamente condannate.
Ma dire che fu la mafia non significa affermare che ormai sappiamo tutto. È vero, semmai, il contrario.
Chi eseguì la strage è stato in larga parte accertato. Perché fosse necessario uccidere Borsellino proprio allora, con quella fretta e con quella devastante potenza, resta invece il cuore di una verità ancora contesa.
La risposta più solida rimane anche la più semplice: Borsellino era un pericolo mortale per Cosa nostra. Conosceva l’organizzazione, i suoi uomini, i suoi linguaggi e le sue relazioni. Aveva condiviso con Falcone un metodo investigativo fondato sull’analisi complessiva del fenomeno mafioso, sulla ricostruzione dei flussi economici e sulla capacità di leggere i singoli delitti come frammenti di un unico sistema criminale.
Dopo Capaci, egli rappresentava la continuità. E la continuità, per la mafia, era intollerabile.
Ridurre però tutto a una vendetta contro il magistrato antimafia rischia di lasciare fuori proprio ciò che rende via D’Amelio una ferita ancora aperta. Perché Borsellino non era soltanto il collega e l’amico di Falcone. Era un magistrato che, in quelle settimane, cercava di comprendere perché Falcone fosse stato ucciso, quali interessi fossero stati minacciati e quali rapporti si stessero muovendo attorno alla strategia stragista.
Stava ascoltando Gaspare Mutolo, collaboratore di giustizia in grado di parlare non soltanto dei vertici mafiosi, ma anche delle relazioni di Cosa nostra con uomini delle istituzioni e degli apparati. Borsellino partecipò agli interrogatori del primo, del 16 e del 17 luglio 1992. L’ultimo si concluse appena due giorni prima della sua morte.
Che cosa aveva appreso? Che cosa aveva già annotato? Che cosa intendeva approfondire?
È qui che riappare l’agenda rossa. Non un simbolo costruito a posteriori, ma un oggetto realmente esistito, custodito nella borsa del magistrato e mai ritrovato dopo l’esplosione. Le indagini non hanno individuato in via definitiva chi la prese né quale fosse il suo contenuto. L’ufficiale dei Carabinieri Giovanni Arcangioli, ripreso mentre si allontanava con la borsa, è stato assolto dalle accuse di furto e favoreggiamento. Ma l’agenda è scomparsa. E la sua assenza continua a pesare più di molte presenze.
Forse conteneva appunti sulle dichiarazioni di Mutolo. Forse riflessioni sulla morte di Falcone. Forse nomi, intuizioni, dubbi non ancora trasformati in verbali. Non lo sappiamo. Ed è precisamente questo il punto: non bisogna riempire il vuoto con la fantasia, ma non si può neppure fingere che quel vuoto non esista.
Poi c’è il depistaggio.
La falsa ricostruzione edificata sulle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino non fu un errore marginale commesso nella concitazione delle prime indagini. Produsse condanne ingiuste, costruì una fase esecutiva inesistente e impedì per anni di seguire la pista corretta. La sentenza del processo Borsellino quater lo ha definito uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana. Una trama così resistente da superare indagini, processi e giudicati prima di essere demolita dalle dichiarazioni di Spatuzza e dalle successive verifiche.
Ecco perché la parola “Stato” deve essere usata con precisione.
Lo Stato non è un’entità unica, indistinta e fatalmente colpevole. Stato erano Borsellino e gli uomini della sua scorta. Stato erano gli investigatori e i magistrati che, negli anni successivi, hanno riaperto fascicoli, ottenuto revisioni e restituito la libertà agli innocenti. Ma dello Stato facevano parte anche coloro che contribuirono a costruire una falsa verità, la avallarono o non seppero riconoscerne le contraddizioni.
La più dolorosa delle antitesi: lo Stato che combatte la mafia e lo Stato che, in alcuni suoi segmenti, ostacola la ricerca della verità sulla mafia.
Nel 2026 il quadro investigativo continua, peraltro, a essere attraversato da interpretazioni diverse. Durante l’audizione del 14 aprile davanti alla Commissione parlamentare antimafia, il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca ha sostenuto che il procedimento “mafia e appalti” rappresenti, con un elevato grado di attendibilità, una concausa della strage di via D’Amelio. Ha però precisato che questa valutazione non esclude possibili interventi esterni, trattandosi di un crocevia di interessi mafiosi, economici e politici. Nella stessa sede ha chiarito che, allo stato, sulla cosiddetta pista nera e sull’eventuale partecipazione di apparati deviati non vi sarebbero ancora elementi concreti pubblicamente esponibili.
È una posizione investigativa importante, ma non è una sentenza definitiva. Deve essere discussa, verificata e confrontata con gli altri elementi acquisiti. Soprattutto, non può essere trasformata nell’ennesima verità obbligatoria da sostituire alle precedenti.
Via D’Amelio ha già pagato un prezzo troppo alto alle verità prefabbricate.
Lo stesso vale per le ipotesi riguardanti esponenti dell’eversione nera, uomini dei servizi, ambienti economici e soggetti estranei a Cosa nostra. Sono piste che meritano approfondimenti quando poggiano su elementi concreti. Non possono essere liquidate per conformismo istituzionale, ma neppure innalzate a verità giudiziarie sulla base di associazioni, coincidenze o suggestioni.
La ricerca della verità non è un atto di fede. È disciplina del dubbio.
Restano dunque le domande. Perché, dopo Capaci, Paolo Borsellino non fu posto nelle condizioni di lavorare in un luogo realmente sicuro? Perché le misure di protezione non furono adeguate alla straordinaria intensità della minaccia? Perché nei cinquantasette giorni successivi alla morte di Falcone non venne ascoltato dai magistrati di Caltanissetta che indagavano sulla strage, nonostante avesse manifestato la volontà di offrire il proprio contributo? Perché la scena di via D’Amelio non fu preservata in modo tale da impedire la scomparsa di un oggetto tanto importante? Sono interrogativi richiamati anche negli atti parlamentari successivi al processo Borsellino quater.
A trentaquattro anni di distanza, commemorare è necessario. Ma commemorare non basta.
Non basta deporre corone, trasmettere vecchie immagini, ripetere discorsi sulla legalità e affidare ai ragazzi il compito di coltivare una memoria che gli adulti hanno troppo spesso trasformato in cerimonia. Non basta dichiarare Paolo Borsellino “eroe” se poi la sua storia viene separata dalle responsabilità, dalle omissioni e dalle domande che quella morte continua a rivolgere alle istituzioni.
Gli eroi sono rassicuranti quando appartengono al passato. Borsellino, invece, è ancora scomodo.
È scomodo perché ricorda che la mafia non vive soltanto di pistole, autobombe e uomini d’onore. Vive di relazioni, silenzi, complicità professionali, interessi economici e convenienze politiche. Diventa troppo facilmente mentalità.
È scomodo perché impone di distinguere la fedeltà allo Stato dalla fedeltà agli apparati, che non sempre coincidono. È scomodo perché ci obbliga ad ammettere che una democrazia non viene giudicata soltanto dalla capacità di arrestare gli assassini, ma anche dalla volontà di scoprire chi ha mentito, chi ha coperto e chi ha preferito non vedere.
La memoria senza verità diventa liturgia. La verità senza prove diventa propaganda. Fra questi due abissi resta il dovere della Repubblica: continuare a cercare, senza indulgenza e senza scorciatoie.
Trentaquattro anni dopo, via D’Amelio non chiede vendetta. Chiede qualcosa di assai più difficile.
Chiede allo Stato di non avere paura di se stesso.




