Il bluff politico dei 16 pilastri di Basile, lo spettro del default e il “doping” dei fondi europei agli sgoccioli: tutta la verità sui conti che spaventano la prossima amministrazione.


di GIUSEPPE BEVACQUA
Affiancando l’analisi lucida del collega Fabrizio Berté a quella dei “16 pilastri“ del programma del candidato Sindaco per Messina Federico Basile, emerge quella realtà che nessuno sembra voler sentire.
L’analisi dei 16 pilastri programmatici di Federico Basile è, infatti, come sospesa tra gli innegabili risultati sui servizi primari e i ritardi cronici sulle grandi opere. Si infrange contro il muro dei numeri. Incrociando la narrazione elettorale con la cruda realtà dei bilanci consolidati, emerge impietoso e fin troppo chiaro un quadro a due velocità: da una parte la propaganda della “Messina del futuro”, dall’altra lo stato patrimoniale di una città che cammina su un crinale debitorio estremamente pericoloso. Una realtà completamente diversa dall’annuncio di “Messina salva” dal dissesto.
Scrive Berté, le dimissioni sono state una fuga dal bilancio 2025? Anche. Perché di certo ha pesato la strategia deluchiana di volta a non far coincidere la tornata elettorale per il Comune di Messina con quella regionale e nazionale. Con l’obiettivo, sperato, di consolidare dapprima una atteso risultato elettorale a Messina da spendere, poi, sui tavoli politici in attesa del prossimo anno. Ma andrà davvero così? La crisi del consenso esiste ed è ormai più che palpabile. Così, oggi ancor di più, la giustificazione ufficiale delle dimissioni anticipate del sindaco che parlava di una maggioranza logorata, non regge più. Si tratta di ben altro.
A fare ulteriore chiarezza è la logica dei numeri. La realtà finanziaria suggerisce, infatti, una strategia orchestrata per disinnescare una vera e propria bomba a orologeria. Il bilancio consolidato 2025 avrebbe dovuto affrontare l’aula proprio in questi mesi. Da fedele “Guardiano dei Conti“, Basile sapeva che un Consiglio a fine mandato difficilmente avrebbe approvato per la terza volta un documento zavorrato dai debiti, compromettendo la sua ricandidatura. Da qui la mossa in puro stile deluchiano: azzerare il tavolo e puntare a far approvare i conti da una nuova assemblea, forte di un mandato fresco e retribuito a 4.000 euro al mese.

Mentre il programma elettorale vanta l’uscita dal pre-dissesto, i bilanci raccontano un’altra storia. Nel 2023 il Comune ha registrato oltre 54,6 milioni di euro di perdita totale, con un debito monstre di 498 milioni, gonfiato da 181 milioni di “altri debiti”, inclusi quelli tributari.
Nel 2024 si è assistito a una vera “rivoluzione” contabile: scorporando il conto economico dell’ente da quello delle partecipate, la gestione operativa è passata in positivo (28,4 milioni). Un’operazione di maquillage diciamo noi, un abile “magheggio” contabile, direbbe qualcun altro, che comunque non nasconde le crepe strutturali e che di certo non può sfuggire alla Corte dei Conti. Eppure, paradossalmente, pur aggiungendo oneri finanziari e pesantissime rettifiche di valore (oltre 34 milioni, un’anomalia confermata per due anni di fila), il bilancio del Comune di Messina si è chiuso comunque con una perdita di 29,4 milioni. Il debito totale pur essendo sceso a 462,5 milioni dopo il maquillage, rimane una cifra che paralizza ogni reale prospettiva di sviluppo. Ed annullato lo scorporo, effettuato sottraendo le cifre di competenza delle partecipate, se sommate a quelle del Comune, restituiscono il VERO gravame debitorio dell’Ente che è superiore ai 500 milioni di euro. C’è poco, dunque, di cui narrare decantando.
MA.. IL CONSIGLIO COMUNALE ERA IN “ANESTESIA COLLETTIVA”?
I bilanci del 2023 e del 2024, con i loro allarmanti campanelli d’allarme sulle rettifiche di valore (oltre 34 milioni di euro per due anni consecutivi) e l’esplosione della spesa corrente legata alle società partecipate, non sono documenti segreti. Sono passati sotto le lenti e al vaglio del Consiglio Comunale. Il fatto che il dibattito pubblico su queste voragini contabili sia emerso solo ora, a ridosso di elezioni anticipate, pone un interrogativo ineludibile sulla responsabilità politica dei banchi dell’opposizione. Si è trattata di una forma di “anestesia collettiva”? O c’è dell’altro?
Ci si trova di fronte a due scenari, entrambi politicamente disastrosi.
Il primo è quello dell’inadeguatezza tecnica: i consiglieri, chiamati a ratificare i documenti finanziari, non hanno semplicemente “guardato le carte”, o non hanno avuto le competenze per decifrarle? Hanno votato, o si sono astenuti, senza comprendere che lo scorporo del conto economico dell’ente da quello delle partecipate era una manovra di cosmesi contabile che nascondeva un debito monstre di quasi mezzo miliardo?
Il secondo scenario, decisamente più inquietante, è quello del calcolo politico. L’opposizione potrebbe aver compreso benissimo la gravità della situazione, scegliendo però di non affondare il colpo. Perché? La risposta risiede proprio nel cuore di quel debito: le società partecipate. Attaccare il bilancio significa attaccare la spesa per il personale di Messina Social City o MessinaServizi, un bacino occupazionale enorme che si traduce in migliaia di famiglie e, inevitabilmente, in un consenso elettorale trasversale. Nessuno, nemmeno all’opposizione, ha voluto assumersi l’impopolarità di denunciare un sistema che, seppur finanziariamente insostenibile, garantisce stipendi e “pace sociale”. Si è preferito un silenzio-assenso, aspettando forse che l’inevitabile collasso cadesse direttamente sulla testa del sindaco uscente.
LA SINDROME “DUBAI” IL “DOPING PNRR”
Integrando queste evidenze, la lettura dei 16 pilastri assume i contorni di un miraggio. Non si può promettere la Hydrogen Valley o l’Incubatore I-Hub da 26 milioni se si hanno sulle spalle quasi mezzo miliardo di debiti. I programmi elettorali in campo sembrano elaborati da un’intelligenza artificiale che confonde Messina con l’Emirato di Dubai. Parlare di “Messina 2031” senza prima chiarire come verranno ripianati i debiti è pura e consapevole distrazione di massa.
La tenuta dei bilanci degli ultimi anni è stata fortemente drogata dall’afflusso irripetibile dei fondi PNRR e delle varie linee di finanziamento europeo. Questo “scudo” ha permesso di appaltare lavori, acquistare bus e alimentare l’illusione di una città in boom economico, mascherando la paralisi della cassa. Ma ha una scadenza inderogabile: il 2026.
Mentre la vecchia amministrazione, dopo ben 8 anni, trasforma in “pilastro” ogni incompiuta, e sostanzialmente chiede ancora “più tempo” per “fare” quel che non è riuscita ad iniziare e men che mai a finire, nonostante i tantissimi fondi europei, la prossima amministrazione non avrà più questo paracadute finanziario per simulare capacità di spesa. Senza i fondi straordinari a oliare gli ingranaggi, come farà un Comune indebitato a sostenere i servizi essenziali e l’enorme spesa strutturale delle partecipate?
Il decantato boom occupazionale si basa quasi esclusivamente sulle assunzioni nelle società partecipate (Messina Social City, MessinaServizi, ATM), il cui peso a bilancio è diventato mastodontico, coprendo da solo l’intero buco del debito alleggerito dall’ente centrale. Oggi si vive un paradosso amministrativo: il 60% della spesa per il personale gravita sulle partecipate, contro il misero 40% dei dipendenti del Comune. Si è creata una sperequazione inaccettabile tra chi ha vinto un concorso pubblico e chi è stato assunto nelle partecipate. Questi ultimi godono di contratti differenti, percepiscono la quattordicesima e vantano retribuzioni annue superiori a parità di mansione. Un meccanismo che senza dubbio alimenta un enorme bacino di consenso elettorale, ma che rischia di schiacciare le casse pubbliche sotto il peso di una spesa corrente insostenibile.
La verità è che il prossimo sindaco non gestirà lo sviluppo, ma la pura e dolorosa sopravvivenza. Dovrà scegliere tra due opzioni politicamente suicide: tagliare drasticamente i servizi e il personale, oppure certificare l’insolvenza, riportando Messina sull’orlo del dissesto. Una realtà amara che, tra promesse faraoniche e silenzi complici del Palazzo, nessuno sembra ancora voler raccontare agli elettori.




