6 views 5 min 0 Comment

Ponte sullo Stretto, l’ombra della corruzione e la battuta sul “Totocalcio”: cosa c’è dietro l’inchiesta di Roma

- 26/06/2026

ROMA — «Ho una buona notizia da darti». Dall’altra parte del telefono c’è la replica ironica, quasi scaramantica: «Abbiamo vinto al Totocalcio?». «Ancora no, però potremmo vincere…». Basterebbe questo breve scambio di battute, intercettato dai carabinieri del Ros il 2 ottobre del 2025, per restituire il clima di febbrile attesa e le manovre sotterranee attorno alla grande opera da 13,5 miliardi di euro: il Ponte sullo Stretto di Messina. A parlare sono Giacomo Francesco Saccomanno, storico esponente della Lega in Calabria, e Pietro Ciucci, amministratore delegato della società Stretto di Messina.

Ciucci non è indagato, ma quella conversazione è oggi uno dei tasselli chiave dell’informativa depositata agli atti dell’inchiesta della Procura di Roma. Un’indagine che sta scuotendo i vertici della magistratura contabile e il mondo politico, portando alla luce presunti tentativi di pilotare il controllo di legittimità sulla maxi-delibera del governo per la ripartenza dei cantieri.

Nel registro degli indagati, con le accuse a vario titolo di corruzione e rivelazione di segreti d’ufficio, ci sono lo stesso Saccomanno, l’imprenditore reggino Vincenzo Virgiglio e Tommaso Miele, ex presidente aggiunto della Corte dei conti. L’ipotesi degli investigatori è dirompente: l’asse politico-imprenditoriale calabrese avrebbe promesso a Miele incarichi di prestigio per il suo “dopo-toga” — come la presidenza dell’Antitrust o posizioni di vertice in società partecipate di Stato — in cambio di una corsia preferenziale, o quantomeno di informazioni riservate, sul via libera della magistratura contabile al progetto. Miele, secondo l’accusa, si sarebbe persino reso disponibile a redigere una memoria difensiva a favore della società per contrastare i rilievi dei suoi stessi colleghi. Un coinvolgimento pesante che nelle ultime ore lo ha spinto a rassegnare le dimissioni dal suo incarico di presidente del collegio dei revisori dei conti del Csm.

Ma l’indagine non si ferma al presunto patto corruttivo. Dalle carte emerge uno spaccato inquietante dei mesi cruciali dell’autunno scorso, culminati il 29 ottobre con la temporanea bocciatura della convenzione da parte della Corte dei conti. Una decisione che ha scatenato la reazione durissima del fronte pro-Ponte. Nelle intercettazioni registrate l’indomani, il 30 ottobre, Saccomanno riporta a Virgiglio la furia del ministro dei Trasporti Matteo Salvini. «Mi ha scritto che, comunque, ha detto: “se i magistrati vogliono la guerra, la guerra sia”», racconta il dirigente leghista ridendo, per poi definire il blocco contabile senza mezzi termini come «un provvedimento eversivo». A suo dire, infatti, i giudici non avrebbero avuto alcun titolo per «entrare nel merito del progetto», in quella che interpreta come una risposta corporativa della magistratura alla riforma che ne limiterà i poteri. Parole che hanno immediatamente innescato l’offensiva delle opposizioni, con l’Alleanza Verdi e Sinistra che ha chiesto pubblicamente a Salvini di venire a riferire in Parlamento.

Il pressing sui giudici contabili, secondo gli inquirenti, avrebbe però potuto spingersi anche oltre la figura di Miele. Nelle carte si legge infatti come Virgiglio si vantasse con Saccomanno di avere a disposizione «altri due membri molto importanti» del collegio giudicante, figure che l’imprenditore avrebbe voluto invitare a cena per ammorbidirne le posizioni. I nomi di questi due magistrati restano al momento coperti da omissis, ma su di loro i pm romani e i carabinieri del Ros stanno cercando stringenti riscontri, setacciando smartphone e pc appena sequestrati agli indagati.

L’inchiesta entra così nella sua fase più delicata. Se la società Stretto di Messina, tramite Ciucci, ha ribadito la propria totale estraneità ai fatti (precisando che Saccomanno non detiene per loro alcuna delega né potere di rappresentanza), il faro della Procura resta acceso su quell’intreccio opaco di relazioni, promesse e pressioni istituzionali. Un groviglio nato all’ombra del cantiere più discusso d’Italia, dove la politica, l’imprenditoria e la giustizia sembrano essersi sfidate in una partita in cui la posta in gioco valeva ben più di un tredici al Totocalcio.