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Il centrodestra siciliano tra vittorie di Pirro e faide interne: l’ombra del voto anticipato

- 17/06/2026
schifani

Dopo le amministrative la maggioranza di Schifani scopre la propria fragilità: Fratelli d’Italia alza il prezzo, Forza Italia difende il fortino, Mpa e Lega si contendono il territorio. E sullo sfondo torna l’ipotesi del voto anticipato

La Sicilia del centrodestra non è crollata nelle urne. Sarebbe una lettura comoda, ma sbagliata. Il problema è peggiore: non è caduta, si è incrinata dall’interno. Le elezioni amministrative del 24 e 25 maggio, chiuse poi con i ballottaggi del 7 e 8 giugno, hanno consegnato un quadro politico molto più complesso della narrazione ufficiale. La coalizione resta numericamente competitiva, continua a disporre di apparati, liste, sindaci, reti territoriali. Ma non riesce più a presentarsi come blocco politico ordinato.

Il caso non nasce dalla sconfitta aritmetica, ma dalla perdita di comando.

La tornata che ha coinvolto 71 Comuni siciliani, compresi tre capoluoghi come Messina, Enna e Agrigento, ha mostrato una maggioranza regionale che nei territori non marcia più compatta. A Messina il centrodestra è stato ridotto a comparsa dal sistema deluchiano, con Federico Basile rieletto al primo turno e Marcello Scurria fermo ben lontano. A Enna ha vinto Vladimiro Crisafulli, senza il simbolo del Pd ma con un radicamento personale che ha travolto lo schema classico degli schieramenti. Ad Agrigento, infine, il ballottaggio ha prodotto il segnale politico più duro: Michele Sodano ha conquistato Palazzo dei Giganti con una percentuale larga, mentre il centrodestra si è ritrovato a misurare il costo delle proprie divisioni.

Il punto è questo: la coalizione che governa la Regione non perde solo contro gli avversari. Spesso perde contro sé stessa.

A Palazzo d’Orléans il voto amministrativo ha fatto emergere ciò che da mesi fermentava sotto traccia. Renato Schifani guida formalmente il governo regionale, ma la sua leadership non appare più intoccabile. Forza Italia continua a considerare la presidenza della Regione come un presidio naturale. Fratelli d’Italia, forte del peso nazionale del partito di Giorgia Meloni, non accetta più un ruolo da comprimaria. La Lega prova a difendere le proprie postazioni. La Democrazia Cristiana di Totò Cuffaro guarda alla sanità e agli enti intermedi. L’Mpa di Raffaele Lombardo si muove come ago della bilancia, pronto a pesare ogni voto e ogni assenza.

Il risultato è un condominio politico in cui tutti abitano lo stesso palazzo, ma nessuno riconosce davvero l’amministratore.

La frattura più visibile è quella tra Fratelli d’Italia e Forza Italia. I meloniani considerano Schifani il prodotto di una stagione precedente, utile nel 2022 per tenere insieme la coalizione, ma oggi meno coerente con i nuovi rapporti di forza nazionali e regionali. La richiesta è chiara: rimpasto vero, redistribuzione del potere, fine della centralità esclusiva dell’area forzista. Non una manutenzione di facciata, ma un riequilibrio politico.

La formula è sempre la stessa: rilanciare l’azione di governo. Tradotto dal politichese: cambiare i rapporti di comando.

Forza Italia, dal canto suo, non intende cedere facilmente. Schifani è il suo presidente, il suo argine, la garanzia che la Regione non finisca nelle mani degli alleati. Ma proprio questa difesa del fortino rischia di trasformarsi in un boomerang. Perché più Forza Italia presidia le caselle decisive, più gli alleati denunciano squilibri. Più il presidente tenta di mediare, più appare prigioniero della sua stessa maggioranza.

A rendere più instabile il quadro c’è poi il fronte autonomista. Raffaele Lombardo non ha mai smesso di interpretare la politica siciliana come una partita di controllo territoriale. Il suo Movimento per l’Autonomia rivendica autonomia vera, peso nelle scelte e distanza da una Lega percepita come forza a trazione settentrionale. Il nodo dell’autonomia differenziata resta una ferita aperta: per gli autonomisti siciliani, il rischio è che l’Isola paghi il prezzo di un disegno politico costruito altrove, mentre a Palermo si distribuiscono incarichi e compensazioni.

La contraddizione è evidente. La Lega in Sicilia chiede spazio dentro il governo regionale, ma resta legata a un progetto nazionale che molti amministratori del Sud guardano con sospetto. L’Mpa usa questa ambiguità per alzare la posta. E Schifani si ritrova ancora una volta nel mezzo: se privilegia l’asse con il Carroccio, irrita gli autonomisti; se concede troppo a Lombardo, apre un nuovo fronte con gli altri partiti della coalizione.

Nel frattempo, la sanità resta il vero campo di battaglia. Non solo perché rappresenta il settore più delicato per i cittadini, ma perché in Sicilia è da sempre il punto in cui amministrazione, consenso e potere si intrecciano. Le nomine dei manager di Asp e ospedali hanno lasciato scorie profonde. Ogni partito rivendica equilibrio, competenza, rappresentanza. Ma dietro le parole nobili si muove la sostanza cruda della politica: chi controlla la sanità controlla una parte decisiva della macchina regionale.

Su questo terreno il centrodestra ha mostrato il peggio di sé. Liste d’attesa, mobilità sanitaria, pronto soccorso intasati, carenza di personale e sfiducia crescente dei cittadini non sono soltanto problemi amministrativi. Sono diventati materiale elettorale. Nei Comuni, il voto ha intercettato anche questa stanchezza. L’elettore che non trova una visita, che attende mesi per un esame, che vede la sanità trasformata in una geografia di appartenenze, difficilmente premia chi appare vicino al potere regionale.

La crisi, però, non si consuma soltanto fuori. Si consuma soprattutto dentro l’Assemblea regionale siciliana. Sala d’Ercole è ormai il luogo in cui la maggioranza misura la propria paura. Il voto segreto è diventato l’arma dei regolamenti di conti. Disegni di legge svuotati, norme affossate, franchi tiratori, assenze strategiche: il Parlamento siciliano restituisce l’immagine di una coalizione che ha i numeri sulla carta, ma non sempre li controlla in aula.

Il caso del ddl Enti locali è stato emblematico. Una riforma annunciata si è trasformata in un campo minato. La maggioranza è andata sotto più volte. Alcune norme sono saltate. La Lega ha parlato apertamente della necessità di capire se e come proseguire la legislatura. Non è una frase ordinaria. È il sintomo di una maggioranza che non si fida più di sé stessa.

Il paradosso è che l’opposizione spesso deve fare poco. Le basta aspettare che il centrodestra si faccia male da solo.

Da qui nasce l’ombra del voto anticipato. Nessuno, ufficialmente, vuole intestarsi la crisi. Troppo alto il rischio di passare per irresponsabili. Troppo incerto il quadro nazionale. Troppo complicata la selezione di un nuovo candidato alla presidenza della Regione. Ma nei palazzi palermitani l’ipotesi circola, perché la legislatura naturale fino all’autunno 2027 appare oggi più lunga di quanto dica il calendario.

Il punto non è se Schifani cada domani. Il punto è se riuscirà ancora a governare davvero.

Per farlo dovrebbe imporre una regia politica che finora è mancata. Dovrebbe tenere insieme Fratelli d’Italia senza consegnare la Regione ai meloniani. Dovrebbe difendere Forza Italia senza farla apparire come una forza proprietaria del governo. Dovrebbe evitare che Mpa e Lega trasformino ogni provvedimento in una prova muscolare. Dovrebbe rilanciare la sanità non come terreno di spartizione, ma come emergenza pubblica. Dovrebbe, soprattutto, riportare la maggioranza a votare come una maggioranza.

Operazione difficile. Perché la coalizione, oggi, non litiga più sui dettagli. Litiga sul potere.

Le amministrative non hanno creato la crisi. L’hanno resa leggibile. Hanno mostrato che il centrodestra siciliano è ancora forte nei pacchetti di consenso, ma debole nella direzione politica. Ha apparati, ma non armonia. Ha voti, ma non disciplina. Ha leader locali, ma non una guida riconosciuta.

E quando una maggioranza arriva a temere più i propri alleati che l’opposizione, la crisi non è più un incidente. È una condizione permanente.

La Sicilia rischia così di diventare il laboratorio più insidioso per il centrodestra nazionale. Non perché l’opposizione abbia già costruito un’alternativa compiuta, ma perché la maggioranza sta consumando dall’interno il capitale politico accumulato. In una regione dove il potere ha sempre avuto una memoria lunga e una pazienza corta, il logoramento può diventare rapidamente valanga.

Schifani prova a resistere. Gli alleati trattano. I partiti misurano i rapporti di forza. Ma il dato politico resta: la coalizione che doveva governare la Sicilia come prova di stabilità rischia di trasformarla nel proprio Vietnam. Non per assenza di numeri. Per eccesso di appetiti.