Nipote del boss Salvatore Cappello avrebbe gestito i rapporti con il clan di Siracusa
C’è anche Vincenzo ‘Niko’ Pandetta, 35 anni, cantante neomelodico, autore, tra l’altro, dell’album ‘Malavita’, e nipote dello storico boss catanese Salvatore ‘Turi’ Cappello, tra i 15 destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Catania, su richiesta della locale Dda, nell’ambito dell’operazione ‘Abisso’ della Guardia di finanza su un traffico di droga aggravato dall’avere favorito due clan mafiosi, i Cappello-Bonaccorsi del capoluogo etneo e quelli di Santa Panagia di Siracusa.
Secondo l’accusa, mentre era in carcere, avrebbe fatto da intermediatore in affari di droga, tramite un altro detenuto, con la cosca siracusana.
Agli atti dell’inchiesta ci sarebbero videochiamate intercettate tra Pandetta ed esponenti del clan Cappello-Bonaccorsi. In una di queste uno degli arrestati, Antonio Vasta, confesserebbe la sua disperazione per l’impossibilità di recuperare, per conto di ‘amici’ calabresi, un carico di circa 2.000 chilogrammi di cocaina, lasciato in mare, davanti le coste del Catanese, intercettato e recuperato dalla Guardia di finanza. Vasta parla della vicenda con un altro indagato e con Pandetta, che a volte chiama Niko Cappello lamentando un mancato guadagno di 30milioni di euro con cui avrebbe sistemato quattro-cinque famiglie. Niko Pandetta sta scontando una condanna a quattro anni e cinque mesi di reclusione per spaccio di droga ed evasione. Era stato arrestato il 19 ottobre del 2024 dalla polizia a Milano in esecuzione di un provvedimento di carcerazione emesso dal Tribunale di Catania dopo che otto giorni prima la Cassazione aveva respinto il suo ricorso, rendendo definitiva la condanna. E’ tra gli indagati nell’inchiesta della Dda di Palermo su un traffico di cellulari e droga nel carcere Pagliarelli.
Un video di Pandetta era stato mostrato nella notte tra l’1 e il 2 maggio del 2025 dal trapper Baby Gang durante il concerto One Day alla Plaia di Catania. La vicenda aveva fatto scalpore e fatto scattare una perquisizione nel carcere in Calabria dove Pandetta era detenuto e dove agenti della polizia penitenziaria, su input della Procura e della Squadra mobile della Questura di Catania, trovarono dei cellulari.




