Il progetto può avere un’utilità, ma è ancora incompleto. Intanto emergono affidamenti diretti, oltre 1,5 milioni per il Polo Strategico Nazionale e un quadro economico con servizi esterni, convegni e missioni. Tutti numeri scomparsi dalla narrazione trionfale del Comune

Quarantamila sensori, intelligenza artificiale, algoritmi predittivi, una riproduzione tridimensionale di Messina precisa fino a cinque centimetri. Nel racconto di Palazzo Zanca il futuro è già arrivato. Rileva i guasti, prevede gli allagamenti, controlla i consumi e suggerisce agli uffici comunali come intervenire.
Manca soltanto un particolare: quanto costa tutto questo.
La lunga nota diffusa dal Comune non dedica una sola riga al valore economico dell’operazione. Non dice ai cittadini che il “Gemello Digitale Urbano” ha un costo complessivo di 2 milioni e 768 mila euro. Non spiega come siano distribuite le risorse. Non chiarisce quali spese continueranno a gravare sull’Ente dopo la conclusione del finanziamento. Preferisce parlare di “democrazia”, “visione”, “sovranità del dato” e persino del gradimento personale del sindaco Federico Basile: un sondaggio politico infilato dentro la presentazione di una piattaforma informatica, come se il consenso elettorale potesse certificare il funzionamento di un algoritmo.
Eppure il progetto non è ancora completato. Il Piano triennale per la transizione digitale del Comune lo indica come “in corso”, con scadenza fissata al 31 dicembre 2026. Anche il comunicato istituzionale del 24 luglio parla di “primi risultati”, di una demo e di funzioni che il sistema “sarà in grado” di svolgere. Dunque non è stato presentato un servizio pienamente operativo, ma una piattaforma ancora in costruzione, della quale non sono stati resi noti risultati misurabili, tempi medi di intervento ridotti o emergenze effettivamente prevenute.
Il Gemello Digitale può certamente avere un’utilità. Può raccogliere dati provenienti da sensori, contatori, telecamere e stazioni meteorologiche, collocarli su una mappa digitale e aiutare gli uffici a individuare anomalie. Può segnalare che una condotta perde, che un punto luce non funziona o che una zona potrebbe essere esposta a un allagamento.
Ma tra la segnalazione digitale e la soluzione reale c’è tutta l’efficienza – o l’inefficienza – della macchina comunale.
Un algoritmo può indicare una perdita, ma non la ripara. Può prevedere un allagamento, ma non pulisce una caditoia. Può rilevare una lampada spenta, ma non manda automaticamente una squadra sul posto. Se mancano personale, manutenzione, mezzi e capacità di intervento, il rischio è quello di costruire una sofisticatissima rappresentazione digitale dei problemi che i cittadini continuano a subire nel mondo reale.
Il costo nascosto dietro le parole
Il quadro economico ufficiale è assai meno immateriale della propaganda. Il progetto vale 2.768.000 euro. Tra le voci risultano 1,2 milioni per servizi esterni, 30 mila euro per missioni e 50 mila euro per convegni. Sono inoltre previsti quasi 492 mila euro di IVA e circa 75 mila euro sotto la generica classificazione “altro”.
C’è dunque una città virtuale, ma ci sono soprattutto costi perfettamente reali.
La voce più pesante riguarda i servizi esterni. E proprio all’esterno il Comune ha affidato una parte essenziale dell’operazione: lo studio dell’infrastruttura IoT già esistente e la prototipazione del modello del Gemello Digitale.
L’incarico è stato assegnato alla società BE-ON Srl per 100 mila euro oltre IVA, attraverso una trattativa diretta sul Mercato elettronico della pubblica amministrazione. Il costo complessivo supera quindi i 122 mila euro. La determinazione comunale parla esplicitamente di “affidamento diretto” per lo studio dell’infrastruttura e la “prototipazione del modello”.
La procedura è consentita dal Codice dei contratti pubblici, che permette l’affidamento diretto di servizi e forniture sotto i 140 mila euro anche senza consultare più operatori. Dunque l’incarico è legittimo. Il problema è politico e amministrativo: la legge consentiva di scegliere direttamente un’impresa, e il Comune ha deciso di avvalersi proprio di quella possibilità, senza una gara aperta e senza una competizione pubblica fra più offerte tecniche ed economiche.
Una distinzione fondamentale, perché la legalità formale non coincide automaticamente con la convenienza della spesa. Un affidamento può essere perfettamente legittimo e restare, nello stesso tempo, discutibile quanto all’opportunità, al prezzo e all’utilità finale.
BE-ON non ha ricevuto l’incarico per consegnare un’opera già collaudata e definitivamente funzionante, ma per studiare ciò che il Comune possedeva e realizzare un modello prototipale. Oltre 122 mila euro per una fase preliminare di un progetto che, a distanza di mesi, viene ancora presentato attraverso una dimostrazione e dovrà essere completato entro la fine dell’anno.
La domanda è inevitabile: quanto di quel prototipo diventerà un servizio quotidiano e quanto resterà una costosa prova tecnologica?
Un’altra componente rilevante riguarda l’adesione al Polo Strategico Nazionale, la società incaricata di ospitare in cloud dati e servizi della pubblica amministrazione. Per il Gemello Digitale di Messina risulta un importo di 1.586.128,50 euro, assegnato al Polo Strategico Nazionale Spa il 4 dicembre 2025.
Anche in questo caso non risulta una gara bandita dal Comune fra diversi fornitori: Palazzo Zanca ha aderito all’infrastruttura nazionale già individuata attraverso il sistema predisposto a livello centrale. Non è quindi corretto descrivere l’intera somma come un affidamento discrezionale alla maniera dell’incarico BE-ON, ma resta il fatto che più di un milione e mezzo di euro è stato impegnato senza una competizione organizzata localmente e senza che il cittadino ne abbia trovato traccia nella presentazione trionfale del progetto.
La nota comunale parla di “sovranità del dato”, quasi che bastasse collocare le informazioni nel Polo Strategico Nazionale per cancellare ogni problema. Ma il punto non è soltanto dove risiederanno i dati. Il punto è quanto costeranno nel tempo la loro conservazione, elaborazione, protezione, trasmissione e manutenzione.
Perché un Gemello Digitale non si paga una volta sola.
Occorrerà mantenere i sensori, sostituire quelli guasti, aggiornare la mappa tridimensionale, correggere i database, alimentare i server, raffreddare le apparecchiature, rinnovare software e licenze, proteggere il sistema dagli attacchi informatici, formare il personale e pagare l’assistenza tecnica. A ciò si aggiunge il rischio della dipendenza tecnologica dai fornitori: il Comune può essere proprietario dei dati, ma restare legato a chi controlla piattaforma, configurazioni, modelli e competenze necessarie per farli funzionare.
Questi sono i veri costi sommersi: non necessariamente spese occulte, ma oneri futuri e ricorrenti dei quali la comunicazione istituzionale non offre alcuna quantificazione. Nessuno dice quale sarà la spesa annuale dopo il 31 dicembre 2026, quando il finanziamento avrà esaurito la sua funzione iniziale e il sistema dovrà essere mantenuto con altre risorse pubbliche.
La propaganda arriva prima del collaudo
Il Comune sostiene che il sistema elaborerà previsioni su allagamenti, mareggiate, traffico, qualità dell’aria ed energia con un orizzonte compreso tra 24 e 72 ore. Ma non sono stati comunicati tassi di accuratezza, falsi allarmi, test effettuati o risultati di una validazione sul campo. È stato mostrato ciò che la piattaforma dovrebbe fare, non ciò che abbia già dimostrato di saper fare stabilmente.
Anche il numero dei quasi 40 mila sensori ha un’enorme efficacia comunicativa, ma senza un inventario analitico non consente di distinguere quanti siano i dispositivi fisici realmente attivi, quanti i contatori, quanti i punti luce, quanti gli alberi o gli elementi censiti e quanti trasmettano davvero informazioni in tempo reale.
La tecnologia non va demonizzata. Sarebbe miope rifiutare strumenti capaci di migliorare la prevenzione e la gestione urbana. Ma sarebbe altrettanto irresponsabile scambiare una demo per un risultato, un prototipo per un servizio e una promessa algoritmica per un miglioramento già prodotto nella vita dei cittadini.
Messina ha già conosciuto progetti digitali dai nomi accattivanti: Me@Smart, Me@GIS, Urbanite, Cloud@Me. Il Gemello Digitale dovrebbe riunirli e farli finalmente dialogare. Ma proprio questa necessità di integrare oggi ciò che è stato finanziato separatamente ieri impone una domanda: quanti milioni sono stati spesi negli anni per costruire sistemi che, evidentemente, non erano ancora capaci di comunicare tra loro?
Il problema non è essere contro l’innovazione. Il problema è impedire che l’innovazione diventi il nuovo vocabolario con cui trasformare ogni spesa in successo prima ancora di averne verificato l’utilità.
Il Gemello Digitale potrebbe diventare uno strumento utile. Oppure potrebbe trasformarsi nell’ennesima infrastruttura tecnologica costosa, utilizzata da pochi uffici, bisognosa di continui aggiornamenti e destinata a richiedere nuovi affidamenti per sopravvivere.
Al momento esiste una certezza: il progetto costa 2 milioni e 768 mila euro. Esiste un affidamento diretto da oltre 122 mila euro per studiarlo e prototiparlo. Esiste un impegno superiore a 1,5 milioni per il Polo Strategico Nazionale. Esistono voci per servizi esterni, convegni, missioni e spese genericamente indicate come “altro”.
Ciò che ancora non esiste è la prova che tutti questi soldi produrranno un beneficio proporzionato per Messina.
Ma quella prova, a Palazzo Zanca, sembra già superflua. Prima ancora che il Gemello Digitale sia completato, l’Amministrazione ha già generato il suo risultato più immediato: l’ennesimo annuncio.





