Cateno De Luca e il post-ideologismo della poltrona: l’arte di appattarsi con chiunque pur di agguantare Palazzo d’Orléans.

di GIUSEPPE BEVACQUA
«Tutti mi cercano, tutti mi vogliono», canticchia la fiammante maglietta sfoggiata in favor di telecamera da Cateno De Luca, l’uomo che è riuscito nell’acrobatica impresa di trasformare il movimento “Sud chiama Nord” in un più prosaico e redditizio “Poltrona chiama Cateno”.
Autodefinitosi con la consueta sobrietà «il Figaro di Sicilia», il Nostro si muove nel teatro della politica isolana col piglio del saltimbanco d’alto bordo, godendosi il ruolo di battitore libero pronto a ballare con chiunque gli offra il tappeto rosso.
E in effetti, a guardare lo spettacolo deprimente delle ultime settimane, viene da dargli ragione.
Ma chiamiamo le cose col loro nome: più che un “campo largo”, quello che si va delineando attorno alla figura dell’ex sindaco di Messina ha tutta l’aria di essere un gigantesco, oceanico campo qualunquista. Un’immensa ammucchiata dove le idee sono considerate un fastidioso fardello del secolo scorso e le coalizioni si misurano a tanto al chilo, unicamente in base ai decimali dei sondaggi.
De Luca si appatta con chiunque possa servire ai suoi personali, esclusivissimi desiderata. Non pone riserve politiche, non fa distinzioni morali, non manifesta imbarazzi gastrici. Che siano i redivivi cuffariani da imbarcare a Ribera e Agrigento, l’eterno centrodestra di Gianfranco Micciché, la “destrissima” melodica di Fratelli d’Italia o il centrosinistra smarrito e privo di bussola del Partito Democratico, per Cateno non fa differenza.
Ogni tavola è buona per sedersi a banchettare.«Resto fermo nelle mie posizioni, vediamo chi si avvicinerà alle nostre. Sono post-ideologico», dichiara lui dalle colonne del Corriere, ripulendosi la coscienza con una parolina magica. Il “post-ideologismo”: ecco il meraviglioso paravento moderno dietro cui nascondere il più antico e sfacciato qualunquismo. Un bel modo, tutto fumo e niente distintivo, per giustificare il fatto di essere disperatamente pronto a tutto pur di ottenere il raggiungimento del suo unico, vero, ossessivo scopo: la presidenza della Regione Siciliana.
E dire che molti lo pensavano ormai esausto, politicamente svuotato da questo faticoso post-elezioni. Un motore fuso, insomma. E invece no. Messina gli ha dato un’ottima spinta, un turbo che si credeva spento e che invece si è dimostrato ancora una volta più attivo e funzionante che mai, capace di rimetterlo al centro del mercato delle vacche.
Guardateli, d’altronde, i suoi disperati pretendenti. Nel Partito Democratico va in scena la solita commedia scissa: da un lato c’è l’ala vicina a Stefano Bonaccini, guidata dal capogruppo all’Ars Michele Catanzaro, che implora apertamente di «aprire a De Luca». Dall’altro c’è la corrente schleiniana che prova a fare la faccia feroce, salvo poi capitolare davanti al «modello Marsala», definendolo un laboratorio «replicabile». Insomma, se il De Luca delle Europee faceva orrore, il De Luca che promette di firmare un foglio di via sul “programma ambientale” diventa improvvisamente un alleato di progresso. Pur di mandare a casa il centrodestra, sono disposti a portarsi in casa il cavallo di Troia messinese.
E sull’altro fronte? Gianfranco Micciché lancia palesi segnali di fumo, invocando un confronto immediato per vedere De Luca «protagonista insieme a una figura forte del centrodestra». E Fratelli d’Italia? Il commissario regionale Luca Sbardella mica si tira indietro: dichiara serafico che loro sono favorevoli a discutere ogni iniziativa utile ad «allargare il perimetro». Traduzione letterale: se Cateno porta i voti per mantenere le poltrone, il passato si dimentica e le porte si spalancano.
Ed eccolo qui, il capolavoro del Figaro di Messina: corteggiato da chi dovrebbe combatterlo, desiderato da chi fino a ieri lo definiva un populista impresentabile. Tutti lo cercano, tutti lo vogliono, e nel frattempo lui si nega, gira al largo, si nasconde per far salire il prezzo del mercato. «Ma intanto, dov’è finito?», si domandano ansiosi a destra e a sinistra, come fidanzatine abbandonate sull’altare. È lì che osserva lo spettacolo, in attesa del miglior offerente. Perché l’ideologia sarà anche morta, ma la presidenza della Regione è una torta troppo ghiotta per andare per il sottile.




