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Morta la piccola guerriera: Palermo piange Alessia, l’ultras bambina che ha cancellato le rivalità

- 14/05/2026

Sconfitta dal cancro a soli 8 anni, la sua camera ardente al “Barbera” ha radunato istituzioni, giocatori e tifoserie avversarie. Venerdì mattina i funerali in Cattedrale.

Il commediografo greco Menandro scriveva che “muore giovane colui che al cielo è caro“. Una consolazione filosofica che tuttavia si scontra con il ruvido, inaccettabile risveglio di Palermo: la morte di Alessia La Rosa, otto anni appena, di cui sette trascorsi in una trincea oncologica. La sua non è stata soltanto la cronaca di un calvario clinico, ma la testimonianza di una tenacia che ha travalicato i confini della malattia per trasformarsi in un fenomeno sociale. Alessia, la “guerriera” rosanero, ha spento la voce ma ha riacceso l’anima di un’intera città.

La liturgia del dolore ha trovato il suo tempio laico allo stadio Renzo Barbera. Qui, all’interno della sala stampa trasformata in camera ardente (aperta fino alle 22 di oggi e dalle 7 alle 22 di domani), si è consumato l’omaggio di una comunità eterogenea. Fuori, i fumogeni accesi e i cori a squarciare il silenzio per accogliere la bara bianca; dentro, il cordoglio istituzionale e sportivo, con la presenza del governatore regionale Renato Schifani, del sindaco Roberto Lagalla, del presidente del club Dario Mirri e dell’intera rosa del Palermo.

Ma l’impatto di Alessia va misurato con un termometro diverso da quello delle presenze ufficiali. Il suo lascito più dirompente è l’anomalia statistica e culturale che ha innescato nel tessuto, spesso intossicato dal campanilismo violento, del tifo calcistico italiano. Attorno a lei sono crollate le barricate. “L’intera città è sgomenta, era la piccola principessa degli ultras”, ha ammesso Dario Bucchieri, tifoso del Catania, certificando come la presenza di una delegazione rossoazzurra al Barbera rappresenti un evento di rara potenza simbolica. La solidarietà ha risalito la penisola: nelle scorse settimane erano stati gli ultras del Venezia a invitarla al “Penzo”, un appuntamento mancato solo per l’aggravarsi del quadro clinico.

La statura morale di questa bambina emerge dai dettagli crudi della sua biografia. Durante il suo primo ingresso in campo, l’alopecia causata dai cicli chemioterapici divenne bersaglio di scherno da parte di alcuni coetanei. La crudeltà infantile fu però disinnescata da un gesto di istintiva civiltà: l’intervento di Ottavia, un’altra bambina che prese le sue difese. “Da quel momento mia figlia l’ha presa per mano e non l’ha più lasciata“, ricorda Lavinia Sposito, madre di Ottavia.

Alessia non era una semplice comparsa folkloristica. In Curva Nord brandiva il microfono con il carisma di un vero capo ultras, dettando i tempi del tifo, come ricorda il supporter Francesco Safina. Un’energia che ha contagiato anche il rettangolo verde. Per il centrocampista Jacopo Segre, che con lei era sceso in campo trovando poi la via del gol contro lo Spezia, Alessia era diventata un talismano e un’amica. Il suo congedo affidato ai social network è il referto di un dolore autentico: “Sentirò per sempre la tua mano nella mia, ogni volta che scenderò in campo. Ciao Ale, lotterò per te“.

Oggi a Torretta la squadra di Filippo Inzaghi ha fermato il pallone, osservando un minuto di silenzio prima della seduta di allenamento. Venerdì alle 9.30, sotto le navate della Cattedrale di Palermo, andrà in scena l’ultimo atto. Come ha sottolineato il tifoso Pietro Adragna, il sorriso di Alessia ci ha ricordato la nostra natura mortale e l’urgenza di vivere la vita a braccia aperte. La partita di Alessia contro il cancro è terminata con una sconfitta clinica, ma il suo passaggio ha lasciato un’eredità che le cronache calcistiche, da sole, non basterebbero a contenere.