L’appello al rinnovamento dell’ad di Mediaset riaccende lo scontro nell’Isola. Falcone denuncia un «partito latitante», Calderone affonda il colpo sulla gestione Caruso: «Serve svecchiare, non ha l’autorevolezza». E Mulè avverte: «Adesso Tajani verificherà se sono solo spifferi o folate di vento»

PALERMO – La scossa tellurica parte da Cologno Monzese, ma l’epicentro politico rischia di spostarsi rapidamente a Palermo. Le parole di Piersilvio Berlusconi sull’urgenza di «volti nuovi» e di un rinnovamento programmatico non sono rimaste confinate nelle cronache mondane o nelle strategie aziendali: sono diventate, nel giro di poche ore, il detonatore di una tensione latente dentro la roccaforte azzurra in Sicilia.
Lì dove Forza Italia ha toccato vette di consenso ineguagliate alle ultime Europee, paradossalmente, si consuma la partita più complessa. L’endorsement dell’ad di Mediaset al cambiamento suona come una sveglia per l’opposizione interna al governatore Renato Schifani, il quale, fedele al suo stile istituzionale, sceglie la via del silenzio. Nessun commento da Palazzo d’Orleans. Ma se il vertice tace, la base — e soprattutto i colonnelli — rumoreggiano.
Il nodo della governance

Il bersaglio grosso non è tanto (o non ancora) la ricandidatura del presidente uscente, quanto l’attuale assetto del partito. Nel mirino c’è Marcello Caruso, coordinatore regionale e figura simbiotica con Schifani, di cui è segretario particolare. È qui che si salda l’asse dei critici. Tommaso Calderone, deputato nazionale, non usa fioretto ma sciabola: l’incompatibilità politica, a suo dire, è nei fatti. «Il segretario particolare del presidente non può guidare il partito», sentenzia, evocando un deficit di carisma e autorevolezza. La richiesta è netta: azzerare la gestione attuale prima che si apra il tavolo per le prossime Regionali. «Stavolta non glielo consentiremo», è l’avvertimento che sa di ultimatum.
Il paradosso del consenso
Da Heidelberg, dove è in corso il vertice del Ppe, arriva l’analisi fredda di Marco Falcone. L’eurodeputato, forte delle sue 100mila preferenze, smonta la narrazione del “miracolo siciliano”. I numeri ci sono, ammette, ma sono «frutto del radicamento dei singoli», non di un’azione corale. La diagnosi di Falcone è impietosa: Forza Italia in Sicilia è «un po’ latitante». L’appello di Berlusconi jr. diventa così la sponda ideale per chiedere di passare da una somma di portatori di voti a un partito strutturato, che guardi al collettivo e superi l’attuale stallo.
L’arbitro Tajani
La partita non si risolverà nelle stanze palermitane. Lo sguardo è rivolto a Roma, verso Antonio Tajani. È il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, a evocare l’intervento diretto del segretario nazionale. Sarà Tajani a dover «sondare gli umori», a capire se le critiche sono solo «piccoli spifferi» o, come credono i dissidenti, «folate di vento» capaci di scoperchiare il vaso di Pandora.
La questione è strategica: il rinnovamento evocato dalla famiglia Berlusconi impone di “svecchiare” subito, suggerisce Calderone. E mentre si attende il congresso, la Sicilia diventa il laboratorio dove si misurerà la capacità di Forza Italia di sopravvivere ai suoi stessi successi elettorali, trasformando i voti in una classe dirigente che non sia solo lo specchio del potere regionale.




