
L’intesa romana con Sud chiama Nord mette in imbarazzo i meloniani di Messina, fino a ieri all’opposizione dello «Scateno» di Taormina




di GIUSEPPE BEVACQUA
Come faranno, adesso? La domanda circola da giorni nelle sezioni di Fratelli d’Italia e non è affatto retorica. Per anni i rappresentanti del partito di governo sul territorio hanno fondato la propria identità su un’opposizione senza sconti a Cateno De Luca e alla sua compagnia. Poi, a Roma, la linea è cambiata. Sud chiama Nord ha chiuso un accordo di apparentamento con Fratelli d’Italia a livello nazionale, e quello che al Nord si chiama «realismo» sullo Stretto somiglia molto a un cortocircuito.
La contraddizione in termini ha un nome e un cognome. Il commissario regionale di FdI, Luca Sbardella, che questo pomeriggio si collegherà online con i suoi di Messina per cercare di spiegare come stanno le cose, è lo stesso che in questa storia ci ha messo la firma. Sabredella farà “il carabiniere”, il controllore con il difficile compito di far si che l’accordo De Luca lo rispetti. E tenere “Scateno” dentro i binari dettati dal vertice per il povero Sbardella non sarà roba facile. Il commissario siciliano, infatti, è uno dei due deputati che, con un «prestito tecnico», hanno fatto nascere la componente di Sud chiama Nord a Montecitorio. E non è un dettaglio: grazie a quel passaggio, De Luca potrà raccogliere 1.500 firme anziché 6mila per ogni collegio, sfuggendo alla tagliola che la nuova legge elettorale riserva ai piccoli partiti. Il cespuglio da potare, insomma, viene salvato dal partito che governa, ma che De Luca ha da sempre avversato, insultato e dileggiato. E a chi sta sul territorio, dopo gli attacchi mal sopportati in anni di gavetta politica e porta a porta, si chiede oggi di applaudire. Fino a che punto i “fratellini” ci staranno a stare zitti, buoni e sorridenti?
Ma soprattutto, dov’è la coerenza politica in tutto questo? Perché dura e pura, l’opposizione a De Luca non può più esserlo: non si può combattere in consiglio chi a Roma si sostiene in coalizione. E a complicare il quadro ci pensa lo stesso De Luca, che ha chiarito di avere in Sicilia «le mani libere». In questo momento, ha detto, in Sicilia si va da soli, e ha rincarato la dose di girandolismo, confermando che la sua compagine all’ARS resta all’opposizione del governatore Schifani. Quindi: alleato a Roma, avversario a Palermo, interlocutore a Messina. Non sarà facile per i fratellini d’Italia spiegare agli elettori, e prima ancora a se stessi, in quale film recitano. Anche perché c’è chi osserva che sia molto difficile immaginare i due partiti insieme alle Politiche e su fronti opposti alle Regionali. Così come è difficile che De Luca in Sicilia si accontenti di recitare un ruolo di comprimario ed accettare quella carica di vicepresidente della Regione che è alla base vera dell’accordo. Un’indiscrezione certamente, ma che spiega anche la transumanza che dal centrodestra si è materializzata alle ultime politiche. Chi non se l’era spiegata, adesso alla luce dell’inciucio potrà farsene una chiara ragione, comprendendo anche da quanto tempo De Luca sta tessendo la tela.
Ma il malessere non è solo di una parte. Che dire degli elettori di De Luca? Il j’accuse del gruppo di Pozzallo, che ha annunciato l’addio al leader con un post pubblicato, ritirato e poi ripubblicato (e questo già è chiaro termometro di una temperatura altissima in Sicilia), racconta bene lo smarrimento di chi aveva abbracciato la causa deluchiana contro la «banda bassotti» e che oggi si ritrova arruolato proprio in quella compagine che il suo leader aveva sempre avversato. L’ex Masaniello si è «allineato», è sceso a patti ed ha fatto l’inciucio (direbbe la comicità degli anni Novanta) e lo ha fatto senza chiederlo alla base. Ha “tradito” direbbe lui, ma il re non fa corna. Quel che è chiaro è che De Luca ha perseguito l’interesse di un partito in affanno, il suo. Resta da capire se coincida con quello di chi lo votava.
Perché i numeri, al di là dei post trionfali, parlano chiaro. Le medie dei sondaggi lo collocano intorno all’1,1 per cento, e a quanto filtra anche da ambienti vicini al leader la discesa dall’1,5 all’1 è un dato che si respira. I numeri veri li conosceremo alle urne, quando la cambiale firmata oggi da De Luca in favore di Giorgia Meloni arriverà a scadenza. E potrebbe essere salata per l’aspirante sindaco d’Italia, post-ideologico e un po’ qualunquista. Conoscendo la premier, se le aspettative non saranno rispettate, i debitori non godono di sconti, e a rischio sarebbe l’intero impero dell’«Imperatore delle due Sicilie». Il premio, se tutto va bene, è decollare, il prezzo, diversamente, è scomparire. D’altronde, l’esperienza dei sondaggi sbandierati da De Luca alle Europee insegna qualcosa. E non di buono, per lui.




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