
Il primo maggio scrivevo del parere “non ostensibile” sulle quindici liste di Basile e dell’ombra di un voto sub iudice. Oggi quel documento emerge: la deroga poteva valere per una lista, non per quattordici copie collegate. Il TAR dovrà decidere. Ma una cosa è già chiara: ciò che allora veniva liquidato come allarmismo era un problema vero. E adesso il rischio lo corre un’intera città.


di GIUSEPPE BEVACQUA
Stamattina, 19 agosto, sono tornato a leggere quello che avevo scritto il primo maggio. Sono passati poco più di tre mesi, un’elezione, una vittoria annunciata come plebiscitaria, una nuova giunta, un nuovo Consiglio comunale e, soprattutto, molte parole pronunciate con quella sicurezza che a Messina, ormai, troppo spesso viene scambiata per verità.
Ho riletto il titolo: “Il Segreto di Fatima ‘non ostensibile’: il parere secretato sulle liste di Basile e l’ombra del TAR”.
Allora scrivevo che quel documento esisteva, che era stato sottratto alla conoscenza pubblica proprio mentre si decideva dell’ammissione delle quindici liste a sostegno di Federico Basile e che quella scelta avrebbe potuto trasformare le elezioni in un campo minato.
Scrivevo anche che, se dopo il voto fosse emersa l’illegittimità dell’ammissione di quelle liste, Messina avrebbe potuto ritrovarsi davanti allo spettro dell’annullamento e del commissariamento. Sembrò quasi una provocazione. Qualcuno sorrise. Qualcuno liquidò quelle considerazioni come esercizio di fantasia giuridica. Qualcun altro mostrò la solita sicumera di chi, da queste parti, ha imparato che basta parlare più forte degli altri perché una tesi diventi improvvisamente legge. Oggi, però, quel documento parla. E le parole, quelle di maggio, tornano indietro come pietre.
La Gazzetta del Sud, che oggi presenta come documento esclusivo il contenuto del parere dell’Ufficio legislativo e legale della Regione Siciliana, riferisce ciò che allora non era possibile conoscere ufficialmente: le firme servivano. Più precisamente — ed è una distinzione importante — la deroga prevista per un partito rappresentato all’Assemblea regionale avrebbe potuto consentire a Sud chiama Nord di presentare una lista con un unico contrassegno senza raccogliere le sottoscrizioni. Non quindici liste differenti attraverso l’inserimento, più o meno piccolo, del simbolo del partito nei vari contrassegni. Per le altre quattordici, secondo l’orientamento espresso il 28 aprile dall’Ufficio legislativo e legale, le firme sarebbero state necessarie. Esattamente il nodo che si tentava di sollevare allora. Il dettaglio che rende questa vicenda ancora più paradossale è il seguente: l’Ufficio legislativo venne investito della questione il 24 aprile, nel pieno della fase di presentazione delle candidature, e si pronunciò il 28 aprile. Ma il parere fu dichiarato “non ostensibile”. La motivazione, secondo quanto oggi ricostruito, sarebbe stata quella di evitare che la sua conoscenza potesse “alterare il procedimento elettorale”, anche perché Sud chiama Nord aveva agito confidando in un precedente orientamento (un semplice orientamento!) del Dipartimento regionale delle Autonomie locali che lasciava intendere una possibilità più ampia di utilizzare l’esenzione.
Così per non alterare il procedimento elettorale si è deciso di non mettere a disposizione, nel momento in cui quel procedimento si stava svolgendo, proprio il parere giuridico che avrebbe potuto chiarire uno dei suoi punti più controversi. Per tutelare chi aveva confidato in un’interpretazione, si è lasciato all’oscuro chi doveva decidere. Ma per evitare un possibile danno allora, se ne rischia uno infinitamente più grande oggi. La norma che consente la “non ostensibilità” dei pareri legati a una lite potenziale avrà certamente la sua ratio giuridica. Ma applicata a una vicenda del genere produce un risultato che il cittadino comune fatica persino a comprendere: un atto che avrebbe potuto contribuire a evitare un contenzioso viene sottratto alla conoscenza perché quel contenzioso potrebbe nascere. E infatti è nato.
Oggi è più chiaro, e deve esserlo senza alcun dubbio di alcuno, che prima delle elezioni il TAR non stabilì che la questione delle firme fosse infondata. Non disse che le quindici liste erano certamente regolari. I giudici dichiararono inammissibili i ricorsi per ragioni legate alla legittimazione e alla fase procedimentale, senza entrare nel merito, ricordando sostanzialmente che la contestazione avrebbe potuto essere proposta dopo il voto. Ed eccoci qua.
Oggi risultano depositati tre ricorsi complessivi sulle amministrative di Messina e Barcellona Pozzo di Gotto, due dei quali riguardano Messina. Tra le questioni sollevate c’è proprio l’ammissione delle liste collegate a Basile senza le sottoscrizioni; uno dei giudizi messinesi ha udienza fissata per il 20 ottobre. Sarà il TAR a decidere. E questo va detto senza anticipare sentenze e senza trasformare un parere amministrativo in una decisione giudiziaria che ancora non esiste. Come va ribadito e sottolineato che l’annullamento delle elezioni non è oggi un fatto. E’ uno scenario possibile. Ma non è più, certamente, una fantasia. Qui sta il cuore politico della vicenda.
Cateno De Luca aveva costruito la propria difesa sui precedenti orientamenti amministrativi. Federico Basile aveva parlato di “procurato allarme”. Sud chiama Nord aveva rivendicato la correttezza della procedura e, dopo l’ammissione di tutte le liste, quella decisione era stata presentata quasi come la certificazione definitiva che chi aveva sollevato il problema avesse torto. Adesso sappiamo che, negli stessi giorni, negli uffici regionali esisteva un parere di segno diverso. Che non vincola il TAR, che non cancella automaticamente il voto, che non significa che domani mattina Palazzo Zanca verrà commissariato. Ma che significa una cosa politicamente enorme: il dubbio non era campato in aria. Anzi. Era scritto. Protocollato. Datato 28 aprile. Solo che i messinesi non potevano leggerlo.
Forse è il momento di smetterla con l’idea che ogni obiezione sia un attacco, ogni domanda un complotto, ogni giornalista che scava un nemico e ogni regola un fastidioso ostacolo da piegare alla forza del consenso. Perché si può vincere un’elezione. Si possono riempire le liste. Si possono mettere in campo mille candidati. Si può ottenere una maggioranza enorme. Ma la democrazia non è soltanto contare i voti alla fine della notte. È anche come ci si arriva a quei voti. Quattordici liste senza firme significano centinaia di candidature immesse nella competizione senza quell’adempimento richiesto alle normali liste civiche. E se il TAR dovesse ritenere illegittima quell’esenzione estesa, il problema non riguarderebbe più De Luca o Basile. Riguarderebbe Messina. Riguarderebbe un sindaco eletto da pochi mesi, una giunta appena insediata, un Consiglio comunale appena ricostituito, gli atti già approvati e quelli ancora da approvare. Riguarderebbe soprattutto una città che potrebbe essere costretta ancora una volta a fermarsi, commissariarsi e tornare alle urne. E qualcuno, a quel punto, dovrebbe anche spiegare ai cittadini quanto costerebbe tutto questo. Non soltanto politicamente. Anche economicamente. Parlare oggi automaticamente di “danno erariale” sarebbe giuridicamente prematuro: servirebbero responsabilità individuate, nessi causali e accertamenti specifici. Ma che un eventuale annullamento e una nuova consultazione comporterebbero costi pubblici e un prezzo amministrativo rilevante è difficile negarlo. Per questo la domanda non può essere soltanto chi avesse ragione ad aprile. La domanda è perché si sia scelto di correre. Perché, davanti a un dubbio così grande, non si sia preferita la soluzione più prudente. Raccogliere le firme. Punto.
Insomma, magari sarebbe stato faticoso. Magari avrebbe costretto l’imponente macchina elettorale di Sud chiama Nord a dimostrare sul territorio, lista per lista, quella rappresentatività che poi le urne hanno comunque dimostrato. Ma oggi non saremmo qui. Non ci sarebbe un parere diventato improvvisamente leggibile dopo essere stato invisibile quando davvero serviva. Non ci sarebbe l’attesa di ottobre. Non ci sarebbe una città ancora una volta appesa a una sentenza. Ha prevalso invece la certezza assoluta, l’arroganza di avere ragione. Quella miscela di presunzione politica e arroganza comunicativa che considera la prudenza una debolezza e il dubbio quasi un’offesa personale. Che se ci fate caso, succede da sempre con questo susseguirsi di amministrazioni che si succedono autoamputando il proprio tempo a disposizione, sistematicamente, e solo per gli interessi di “uno”.
E adesso? In queste ore circola persino l’indiscrezione, al momento non confermata (ed alla quale francamente sia impossibile credere, sarebbe troppo), secondo cui Federico Basile potrebbe nuovamente meditare le dimissioni. Di nuovo? Mi auguro sinceramente di no. Perché se davvero qualcuno pensasse di trasformare ancora una volta Palazzo Zanca in una pedina di strategie politiche più grandi della città, saremmo davanti alla ripetizione ostinata di un errore che Messina ha già pagato. Errare humanum est, perseverare autem diabolicum. E perseverare facendo ricadere ogni volta le conseguenze su una città intera sarebbe persino peggio.
Il primo maggio concludevo quell’articolo pensando al “Segreto di Fatima” custodito negli uffici della Regione. Oggi il segreto non è più tale. Sappiamo almeno cosa diceva. Adesso resta un mistero molto più difficile da decifrare: perché, davanti a un rischio tanto evidente, nessuno abbia avuto l’umiltà di scegliere la strada più semplice e più sicura. Povera Messina, verrebbe ancora da dire. Ma soprattutto ingenui noi messinesi, se dopo tutto questo continueremo a confondere la forza con l’arroganza, la propaganda con la verità e una vittoria elettorale con il diritto di considerare le regole un dettaglio. La domanda, allora, è sempre la stessa.
Ci sveglieremo finalmente?








