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CASO DIFTERITE – Anna Rosa aveva quattro anni. E troppe persone dovevano sapere. Il peso delle fake news. Ma se anche Trump…

- Editoriale, Ultima Ora
22/08/2026

Anna Rosa aveva quattro anni e mezzo. Per quattro anni e mezzo il suo nome dovrebbe essere comparso in registri, computer, elenchi, bilanci di salute, incroci di dati, verifiche vaccinali. Poi quel nome è comparso su un certificato di morte.

Anna Rosa aveva quattro anni e mezzo. Quattro anni e mezzo sono niente. Sono l’età delle matite colorate, delle bambole lasciate sul pavimento, dei cartoni animati guardati cento volte, delle domande alle quali gli adulti spesso non sanno rispondere. Non dovrebbero essere l’età in cui si muore di difterite, una malattia che la medicina aveva praticamente consegnato ai libri di storia.

E invece Anna Rosa è morta a Palermo. I suoi genitori sono adesso indagati per omicidio colposo perché avevano scelto di non vaccinarla. Non lei soltanto: secondo quanto emerso dalle indagini, nessuno dei loro cinque figli era stato immunizzato. La convinzione, riferita agli stessi medici, era quella che i vaccini potessero provocare l’autismo, dopo il caso di un cuginetto che la famiglia avrebbe attribuito proprio a una vaccinazione.

Una fake news. Una delle più vecchie, resistenti e disastrose della storia recente della medicina. Una falsità nata da uno studio pubblicato nel 1998 e successivamente ritirato, diventata nel frattempo una specie di religione sotterranea del sospetto. Da allora sono stati condotti studi, revisioni, metanalisi. L’Organizzazione mondiale della sanità ha riesaminato ancora nel 2025 la letteratura scientifica disponibile: le evidenze non dimostrano alcun rapporto causale tra vaccinazioni e autismo. Eppure la bugia sopravvive alla scienza. Sopravvive sui social, nelle chat delle mamme, nei video di sedicenti esperti, nelle teorie costruite sulla coincidenza temporale tra l’età nella quale si effettuano alcune vaccinazioni e quella nella quale possono manifestarsi i primi segnali dei disturbi dello spettro autistico. E diventa ancora più pericolosa quando smette di vivere soltanto nel sottobosco di Facebook e sale ai piani più alti del potere.

Donald Trump, presidente degli Stati Uniti e quindi uno degli uomini più influenti del pianeta, nel settembre del 2025 ha pubblicamente rilanciato sospetti sui vaccini infantili e sull’autismo, suggerendo di dilazionare e separare le vaccinazioni. Nell’agosto di quest’anno è andato oltre, firmando un ordine che punta a modificare il calendario vaccinale pediatrico americano e a separare, tra l’altro, le componenti del vaccino MMR, contro il parere delle principali organizzazioni mediche. Non ha semplicemente pronunciato la frase “non vaccinate i vostri figli”. Ha fatto qualcosa di più insidioso: ha dato dignità presidenziale al dubbio antiscientifico. E quando il dubbio viene pronunciato dalla Casa Bianca, il complottismo non sembra più complottismo. Diventa opinione, se non di più.

Poi succede che allo Zen di Palermo una bambina non viene vaccinata. E muore. Ma fermarsi alla responsabilità dei genitori sarebbe troppo facile. E probabilmente sarebbe anche un modo per assolvere tutti gli altri. Perché Anna Rosa aveva quattro anni e mezzo. Non quattro mesi. Quattro anni durante i quali qualcuno doveva sapere. Innanzitutto l’ASP. La vaccinazione antidifterica è obbligatoria in Italia e fa parte del ciclo esavalente previsto già nel primo anno di vita. La legge stabilisce inoltre che, quando l’obbligo vaccinale non viene rispettato, l’Azienda sanitaria debba convocare i genitori, informarli e sollecitare l’effettuazione della vaccinazione; l’Anagrafe nazionale vaccini registra anche i soggetti che devono ancora essere vaccinati.

Quindi una domanda elementare diventa inevitabile: da quanti anni l’ASP di Palermo sapeva, o comunque era nelle condizioni amministrative di sapere, che Anna Rosa non aveva ricevuto neppure il ciclo vaccinale di base? Sono state spedite convocazioni? Quante? I genitori sono stati chiamati? Sono stati effettuati colloqui? Sono state contestate le inadempienze previste dalla legge? Qualcuno ha tentato realmente di raggiungere quella famiglia, di convincerla, di spiegare, di insistere? Oppure tutto si è consumato dentro qualche schermata informatica nella quale accanto al nome di una bambina compariva semplicemente la parola “inadempiente”? Perché la prevenzione non può essere una PEC.

Poi c’è il pediatra. L’accordo nazionale entrato in vigore nel 2026 attribuisce espressamente al pediatra compiti di prevenzione, promozione della salute e perseguimento degli obiettivi del Piano nazionale di prevenzione vaccinale. In Sicilia esiste inoltre uno specifico coinvolgimento dei pediatri nelle campagne di recupero delle coperture vaccinali. La pediatra di Anna Rosa è stata ascoltata dalla Procura per i minorenni ed è la stessa che, secondo le ricostruzioni, nei giorni precedenti al ricovero aveva visitato la bambina e lanciato l’allarme clinico. Ha raccontato agli investigatori quanto sia difficile convincere alcune famiglie dello Zen a vaccinare i propri figli. Nel provvedimento della Procura minorile si parla addirittura di una credenza diffusa nel quartiere secondo cui i vaccini provocherebbero l’autismo. Non significa attribuire oggi una responsabilità precisa e definita alla pediatra. Non è questa la sede non sono io chi può farlo. Significa però porre una domanda diversa: quando un medico sa che una famiglia rifiuta sistematicamente vaccinazioni obbligatorie per cinque bambini, fin dove può arrivare il sistema prima di arrendersi alla volontà dei genitori? Perché se la risposta è “da nessuna parte”, allora bisogna avere il coraggio di ammettere che l’obbligo vaccinale è obbligatorio soltanto sulla carta.

E poi c’è la scuola. La legge è ancora più chiara. Dal 2019 gli istituti devono trasmettere entro il 10 marzo alle aziende sanitarie gli elenchi degli iscritti tra zero e sedici anni. Le ASL restituiscono gli elenchi indicando chi non risulta in regola. La scuola deve quindi chiedere ai genitori la documentazione e, per nidi e scuole dell’infanzia, la mancata regolarizzazione comporta la decadenza dall’iscrizione. Per i bambini fra zero e sei anni la vaccinazione obbligatoria non è quindi un dettaglio burocratico: costituisce requisito per l’accesso.

Quel che sappiamo è che dopo la morte della bambina la Procura per i minorenni ha disposto verifiche urgentissime nelle scuole dell’infanzia ed elementari dello Zen e della zona nord di Palermo. Secondo quanto sta emergendo, vi sarebbero famiglie che utilizzano la semplice prenotazione della vaccinazione come espediente per consentire l’iscrizione dei figli senza poi completare effettivamente l’immunizzazione. E allora le domande aumentano. Perché i controlli partono adesso? Perché dopo una bambina morta? Perché sempre dopo? C’è persino un numero che dovrebbe impedirci di considerare questa tragedia una fatalità isolata. Negli ultimi dati ufficiali disponibili del Ministero della Salute, riferiti al 2024, la copertura contro la difterite a 24 mesi in Sicilia era appena dell’85,13 per cento, contro il 94,46 per cento nazionale. A 36 mesi saliva all’89,49 per cento, mentre la media italiana superava il 95 per cento. Quindici bambini ogni cento, a due anni, risultavano senza ciclo antidifterico completo. Non è una sfumatura statistica. È un fallimento. Un fallimento della prevenzione, dell’informazione, della capacità di raggiungere le periferie sociali e culturali prima che vengano conquistate dagli imbonitori digitali, della Regione e del suo Assessorato. Non basta offrire gratuitamente un vaccino. Bisogna andare a prendere, metaforicamente e qualche volta quasi fisicamente, chi rimane fuori. Bisogna spiegare cento volte. Tornare. Telefonare. Coinvolgere pediatri, assistenti sociali, scuole. Distinguere chi dimentica da chi ha paura, chi è semplicemente disinformato da chi oppone un rifiuto ideologico. E quando davanti c’è un bambino, stabilire fino a quale punto la libertà del genitore possa trasformarsi nel diritto di esporre un figlio a una malattia potenzialmente mortale.

Poi rimane un altro capitolo, doloroso e ancora tutto da accertare. Anna Rosa il 13 agosto fu portata al pronto soccorso dell’ospedale Cervello su indicazione della pediatra. Venne dimessa circa due ore dopo con diagnosi di tonsillite essudativa febbrile. Nel referto risultava già scritto che non era vaccinata per scelta dei genitori. Due giorni dopo tornò in ospedale, ormai molto più grave. Seguirono intubazione, terapia intensiva, siero antidifterico, emodialisi, ECMO. Non bastò. Anche su quelle ore dovrà fare luce l’inchiesta. Senza processi sommari e senza sentenze giornalistiche. Perché ci sono i genitori, certamente. C’è una scelta che oggi la Procura considera tanto grave da ipotizzare l’omicidio colposo. Ma prima di loro, intorno a loro e sopra di loro esisteva una rete. ASP. Anagrafe vaccinale. Pediatria territoriale. Scuola. Servizi sociali. Sistema sanitario. Una rete costruita proprio perché un bambino non dovrebbe dipendere esclusivamente dalla competenza scientifica di suo padre e di sua madre. Anna Rosa aveva quattro anni e mezzo. Per quattro anni e mezzo il suo nome dovrebbe essere comparso in registri, computer, elenchi, bilanci di salute, incroci di dati, verifiche vaccinali. Poi quel nome è comparso su un certificato di morte. Ed è questa distanza, tra tutti quelli che potevano sapere e una bambina che non poteva scegliere, che adesso la Sicilia dovrebbe avere il coraggio di spiegare.

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