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Messina Social City, il “modello” perde quasi cinque milioni: la propaganda non è un’obbligazione giuridica, la stabilità invece si

- 21/07/2026

Il nuovo contratto di servizio resta senza firma e il Comune riduce del 27 per cento le somme destinate all’Azienda. Famiglie in allarme, stipendi contestati e vertenze aperte in tutte le partecipate: il sistema Basile comincia a presentare il conto della propria espansione

di GIUSEPPE BEVACQUA

Una determina dirigenziale spesso racconta la verità molto meglio di un comizio. Quella firmata l’8 luglio 2026 dal dirigente del Dipartimento Servizi alla persona, Salvatore De Francesco, certifica un fatto politicamente enorme: il Comune di Messina ha ridotto da 17 milioni 961 mila euro a 13 milioni 51 mila euro l’impegno di spesa destinato alla Messina Social City per l’anno in corso. Un taglio contabile di 4 milioni 910 mila euro, pari al 27,3 per cento della somma precedentemente impegnata. Oltre 409 mila euro al mese, se rapportati a un anno.

Un documento che frantuma inesorabilmente ogni artefatta ed edulcorata narrazione, una volta per tutte. Carta canta. È scritto nell’atto amministrativo: il maggiore importo viene cancellato perché, ed è la motivazione ufficiale, il nuovo contratto di servizio tra il Comune e l’Azienda speciale non è stato sottoscritto. Di conseguenza, le modifiche previste e l’aumento del corrispettivo non costituiscono un’obbligazione giuridicamente perfezionata. L’unico rapporto valido resta quello disciplinato dal contratto del 17 agosto 2022. Alla luce della documentazione ci si chiede come si siano potute pagare finora attività non previste nel contratto del 2022. Eppure…

In ogni caso il dato amministrativo, finanziario e politico è innegabile. In sostanza si tratta del primo, sostanziale passo indietro dell’amministrazione Basile dopo una campagna elettorale costruita anche sulla rappresentazione della Messina Social City come fiore all’occhiello del cosiddetto “Modello Messina”: welfare pubblico, stabilizzazioni, ampliamento dei servizi, sicurezza occupazionale, efficienza e programmazione. Nella relazione di fine mandato dello stesso sindaco, l’Azienda viene descritta come la dimostrazione che il pubblico possa gestire i servizi sociali con continuità, sostenibilità economica, controllo della qualità e responsabilità diretta.

Oggi, tuttavia, la continuità è messa in discussione, la sostenibilità deve essere dimostrata e la programmazione si è fermata davanti a una firma che manca da mesi. Per non parlare della regolarità dei pagamenti ai dipendenti che, al netto delle “sorprese in busta” lamentate dei dipendenti e dei ritardi accumulati, appare non molto diverso da quello tanto bistrattato delle cooperative.

Sulla questione della mancata approvazione del contratto di servizio della Messina Social City, che si è provato a farla passare come una mancanza del Consiglio comunale, la cronologia si dimostra impietosa. Il 4 marzo 2025 il Consiglio comunale aveva approvato una variazione di bilancio incrementando di 4 milioni 910 mila euro le risorse destinate al contratto di servizio della Messina Social City. La motivazione era precisa: coprire i maggiori costi derivanti dagli adeguamenti contrattuali e dalle stabilizzazioni del personale. Insomma questa marea di dipendenti, tra stabilizzati e precari, qualcuno deve pur pagarla.

E i soldi c’erano, almeno lo scorso anno. Tant’è che il 22 dicembre 2025 il dirigente aveva impegnato per il 2026 l’intera somma di 17 milioni 961 mila euro, destinata alla gestione di sette servizi.

Dopo meno di sette mesi, lo stesso importo aggiuntivo è stato integralmente disimpegnato. Perché? La motivazione ufficiale è, appunto, la mancata approvazione del nuovo contratto di servizio ed i “nuovi” servizi che prevedeva.

Qui occorre, però, distinguere tre concetti che la propaganda tende opportunamente a confondere: stanziamento, impegno e liquidità non sono la stessa cosa. I due atti non dimostrano che la cassa comunale sia vuota né certificano un dissesto finanziario. Dimostrano però qualcosa di già abbastanza grave: l’amministrazione aveva previsto e impegnato una maggiore spesa senza riuscire a completare in tempo il presupposto giuridico necessario per mantenerla.

La causa formale della riduzione è dunque la mancata firma del contratto? Non una non dichiarabile mancanza di liquidità? L’atto dell’8 luglio contiene una frase che impedisce ogni rassicurazione: la maggiore somma potrà essere nuovamente impegnata soltanto qualora il contratto venga sottoscritto e “permanga la disponibilità delle necessarie risorse finanziarie”.

Tradotto dal burocratese: quei 4,9 milioni non sono più blindati, sulla carta in qualità di impegno, per la Messina Social City. Potranno tornare, forse. A condizione che il contratto venga firmato e che, nel frattempo, le risorse siano ancora disponibili. Lo saranno? E da quale voce di bilancio arriveranno non essendo più impegnati? I nodi vengono al pettine?

In ogni caso ed a scanso di equivoci, di certo non è la prova della cassa vuota. Ma di certo lo è di un’incertezza finanziaria che il Comune stesso ha messo nero su bianco. Ma la colpa di questa mancata approvazione è davvero del Consiglio comunale? A ben vedere… non lo è.

La firma fantasma e il pasticcio politico del Consiglio comunale

Il contratto non è rimasto senza firma per un contrattempo dell’ultima settimana.

La proposta di approvazione del nuovo schema, la numero 278 del 9 settembre 2025, era già stata portata in Consiglio comunale il 24 settembre. Il testo aprì uno scontro politico e amministrativo sulla portata dell’affidamento, sull’autonomia dell’Azienda e sul trasferimento di ulteriori attività, tra cui strutture sportive, mensa, emergenza abitativa e altri servizi. Furono presentati numerosi emendamenti e la seduta venne rinviata.

Il 29 settembre la discussione si trasformò in un autentico incidente politico: sospensioni, votazioni contraddittorie, caduta del numero legale e contrasti persino all’interno della maggioranza sulla gestione degli impianti sportivi. Alla fine l’amministrazione decise di ritirare la proposta per ripresentarla.

Un nuovo schema, identificato come proposta numero 406 del 15 dicembre 2025, risultava ancora nel circuito consiliare nel febbraio 2026. Eppure, all’8 luglio, il contratto continuava a non essere sottoscritto. Le dimissioni del Sindaco e la campagna elettorale quanto hanno pesato?

Alla luce di questi fatti, dunque, la causa non può essere liquidata “sic et simpliciter” con la formula neutra della “mancata sottoscrizione”. Prima della firma serviva l’approvazione definitiva dello schema. Quell’approvazione non è arrivata perché il testo predisposto dall’amministrazione si è incagliato su questioni sostanziali: ampiezza delle funzioni da trasferire, controllo politico del Consiglio, gestione delle strutture, chiarezza dei costi e capacità della stessa maggioranza di sostenere ordinatamente la proposta.

Non è stato un contratto respinto da un destino cinico e baro. È stato un procedimento che l’amministrazione non è riuscita a governare. Disorganizzazione? Dimenticanza? Leggerezza? Campagna elettorale?

Nei due atti non è riscontrabile una specifica scadenza entro la quale il contratto dovesse necessariamente essere firmato. Sul piano della corretta programmazione, tuttavia, il termine logico era evidente: prima del 1° gennaio 2026, se l’incremento di quasi cinque milioni doveva finanziare per l’intero anno adeguamenti salariali, stabilizzazioni e servizi aggiuntivi. Al più tardi, la firma avrebbe dovuto precedere il mantenimento del maggiore impegno di spesa. Impegnare a dicembre risorse fondate su un contratto ancora inesistente e arrivare a luglio costretti a cancellarle non è prudenza contabile. È programmazione incompiuta. E leggerezza amministrativa di quella che narra sé stessa come “buona amministrazione”. Un concetto sul quale Basile ha fondato tutta la campagna elettorale e che ha annunciato una “fase 3” della quale non vi è ancora traccia.

Una macchina cresciuta più rapidamente delle sue fondamenta

Dalle cooperative alla partecipata in house Messina ci ha guadagnato? E se non la città ed i suoi utenti, chi ci ha davvero guadagnato? Fatto sta che pian piano la Messina Social City da piccola azienda strumentale, che si è fatta beffa dell’articolo 37 del CCNL delle Cooperative Sociali. Un articolo che è stato utilizzato ed abusato nel 2019 per consentire il transito diretto e senza selezione pubblica di circa 500 lavoratori ex cooperative all’interno dell’Azienda Speciale Messina Social City. Un abuso legale che si è scontrato con non pochi litigi giudiziari, ma che ha consentito una crescita esponenziale di quello che oggi appare sempre più un serbatoio di voti, al pari di come lo era quello delle cooperative.

Così, alla fine del 2024 Messina Social City contava già 1.303 dipendenti, dei quali 669 a tempo indeterminato. Il suo volume finanziario era passato da circa 25,8 milioni nel 2022 a oltre 31,2 milioni nel 2024, mentre proseguivano stabilizzazioni, ampliamenti dei servizi e nuove assunzioni. Soldi che sono serviti per dare assistenza o per pagare gli stipendi?

Se le stabilizzazioni del personale costituiscono un risultato sociale importante, è pur vero che ogni stabilizzazione, che produce inevitabilmente un costo strutturale, non può diventare uno slogan temporaneo, buono per ogni campagna elettorale. È sostenibile soltanto se accompagnata da entrate certe, contratti aggiornati, servizi effettivamente finanziati, una programmazione pluriennale credibile, e, soprattutto, una platea di cittadini/utenti davvero soddisfatti.

Il rischio che emerge oggi è quello di avere costruito prima la grande macchina occupazionale, vero serbatoio di voti, e soltanto dopo essersi posti il problema di rendere giuridicamente e finanziariamente solide le fondamenta.

Durante la stagione elettorale tutto appariva semplice: nuovi servizi, più occupazione, più welfare, più presenza pubblica. Dopo le elezioni arrivano le fatture, i rinnovi contrattuali, la quattordicesima, gli stipendi, le sostituzioni estive, i mezzi, le indennità e la necessità di trasformare ogni promessa in un’obbligazione realmente finanziata.

La propaganda, però, non è un’obbligazione giuridicamente perfezionata. La riduzione delle risorse si.

Gli assistiti pagano per primi la disorganizzazione: altro che “modello”

E, a proposito di utenti soddisfatti: mentre il contratto si perde nei corridoi del Comune, dalle famiglie arrivano segnalazioni sul peggioramento dei servizi domiciliari durante l’estate. Anziani, persone con disabilità e minori fragili si sarebbero trovati a fare i conti con sostituzioni improvvise, operatori scelti attraverso elenchi temporanei e interruzioni di quei rapporti fiduciari che, nell’assistenza alla persona, rappresentano parte essenziale della prestazione.

Le proteste raccolte dal consigliere comunale Alessandro Russo, solo per riportare uno degli esempi di denuncia politica, descrivono una programmazione delle ferie incapace di garantire sempre la continuità assistenziale e la presenza degli operatori abituali. Si tratta di segnalazioni politiche e familiari che devono essere verificate caso per caso, ma che non possono essere liquidate come semplici “disagi stagionali”. Anche perché le lamentele non sembrano avere alcuna stagionalità in Messina Social City.

Una persona non autosufficiente non è un fascicolo che può passare indifferentemente da una scrivania all’altra. Un bambino fragile, un anziano o una famiglia in difficoltà costruiscono con l’operatore un rapporto fatto di conoscenza, abitudini, fiducia e sicurezza. Cambiare continuamente personale significa spesso ridurre la qualità sostanziale del servizio, anche quando le ore risultano formalmente coperte.

Il “modello” deve essere giudicato da qui, non dalle fotografie delle inaugurazioni.

Per non parlare di uno dei servizi più delicati che Messina Social City è chiamata a svolgere, soprattutto in piena emergenza caldo: la struttura di Fratelli Tutti ci risulta sia chiusa da mesi. Lo denuncia la stessa sindacalista/candidata cons Sud chiama Nord, Clara Crocè. Una voce dall’interno, quindi, che non è tenera con gli stessi “suoi”: la struttura è chiusa per una invasione di cimici in una delle stanze di Fratelli tutti, ma di disinfestazione non se ne parla. Ed i fragili più fragili rimangono fuori.

I lavoratori…

Sul versante del personale, il consigliere Libero Gioveni ha denunciato il ritardo nel pagamento dello stipendio di giugno e della quattordicesima per oltre mille lavoratori, chiedendo un’audizione urgente dei vertici aziendali. La contestazione, al momento, resta una denuncia politica e sindacale che necessita di risposte ufficiali e dati contabili completi.

Le tensioni non nascono oggi. Già nel 2024 la FP Cgil chiedeva chiarimenti sulla modifica del contratto di servizio, sulle somme necessarie alle trasformazioni a tempo indeterminato, sui rimborsi per l’uso dei mezzi propri, sulle indennità di turno e sulla sorte dei lavoratori precari vicini ai 36 mesi di servizio.

Il problema amministrativo è quindi strutturale: una crescita occupazionale molto rapida, aspettative legittimamente alimentate e una cornice contrattuale rimasta indietro. Quello politico rimane quello più spinoso.

Basile in un mare di vertenze: i nodi vengono al pettine?

La crisi della Messina Social City non è un episodio isolato. È una delle crepe che stanno attraversando l’intero sistema comunale e il sistema “De Luca”.

Per il 31 luglio è stato proclamato lo sciopero generale dei dipendenti del Comune. Al centro della protesta vi sono le progressioni economiche orizzontali del 2024, il salario accessorio e la determinazione con cui la segretaria generale e direttrice generale Rossana Carrubba ha modificato i criteri applicativi, con conseguenze che, secondo i sindacati, penalizzerebbero circa trecento lavoratori per importi compresi tra 50 e 100 euro lordi mensili. Pochi soldi per chi porta a casa stipendi importanti come il sindaco, la giunta ed anche la segretaria e direttrice generale del Comune, che però per i dipendenti comunali sono vitali ed anche e soprattutto questione di principio.

Una questione diventata quasi una personale “ostinazione” della segretaria generale. Per la quale, politicamente, Basile non può nascondersi dietro Carrubba: la vertenza coinvolge il vertice dell’amministrazione, la sua capacità di mediazione e il rispetto degli accordi sottoscritti.

Il contrasto che deriva da questa vicenda è biasimevole e avvilente. Ai dipendenti si oppongono vincoli, interpretazioni restrittive e prudenza contabile; ai vertici amministrativi e politici le indennità spettanti vengono regolarmente riconosciute. Alla luce anche e soprattutto di recenti notizie relative ad un’integrazione annua di 36 mila euro collegata all’incarico di direttrice generale di Carrubba ed alla liquidazione di fine mandato vicina ai 50 mila euro per Basile. Sono somme che possono essere perfettamente legittime. Per sé stessi alcun vincolo nè alcun incaglio burocratico. Diversamente dai dipendenti. Notizie in atti pubblici che proprio per questo rendono ancora più esplosiva la distanza percepita dai lavoratori. La morale che ne discende ed la sensazione generata in chi guarda dal basso la governance basiliana? Che il rigore sembra diventare inflessibile soprattutto quando si guarda verso il basso.

Altra questione: all’Atm lo sciopero è stato sospeso, ma non revocato, dopo l’intervento del sindaco. Le organizzazioni sindacali hanno continuato a denunciare trasferimenti ritenuti punitivi, gestione autoritaria, problemi su ferie, straordinari e organizzazione del lavoro, chiedendo un cambio radicale nella conduzione aziendale.

Alla MessinaServizi i sindacati hanno sollevato questioni relative al clima aziendale, agli spostamenti del personale, al controllo dei lavoratori, alle ferie, alle condizioni economiche e, più recentemente, alla tutela degli addetti esposti alle temperature estreme.

E’ impossibile non vedere il filo comune: il Comune che avrebbe dovuto rappresentare un laboratorio nazionale di buona amministrazione si trova contemporaneamente in conflitto con i propri dipendenti e con parti significative del personale delle aziende partecipate. E nonostante tutto quanto rappresentato Basile dichiara ancora che “Il modello Messina sarà esportato in Sicilia”…Tutto in pieno sapore di campagna elettorale deluchiana per la poltrona della presidenza della Regione.

La vera buccia di banana e la resa dei conti

Che cosa sta accadendo, dunque?

Vi sono, del tutto evidenti, indizi politici e amministrativi di una difficoltà più profonda di quella che appare: il sistema ha moltiplicato strutture, assunzioni, stabilizzazioni, servizi e aspettative senza dimostrare di possedere la stessa velocità nella contrattualizzazione, nella copertura strutturale dei costi e nella gestione delle relazioni sindacali.

Il problema non è soltanto quanti soldi vi siano oggi in cassa. Il problema è quanti impegni permanenti siano stati assunti e quanto siano solide le entrate destinate a sostenerli negli anni. Senza dimenticare che il Comune di Messina resta un ente deficitario soggetto ad un Piano di riequilibrio stringente e sottoposto a verifica periodica da parte della Corte dei COnti.

Per cui… La riduzione dei 4,9 milioni non dimostra ancora il collasso del modello. Ne smonta, però, la pretesa infallibilità. Dimostra che tra il racconto elettorale e la macchina amministrativa esiste una distanza pericolosa. E che quella distanza comincia a essere pagata dai lavoratori, dalle famiglie e dagli assistiti.

Ma era stato “Tutto previsto”, non perché qualcuno possedesse una sfera di cristallo, ma perché era prevedibile che un sistema fondato sull’espansione continua, sulla personalizzazione politica dei risultati e sulla rappresentazione di ogni scelta come successo storico avrebbe prima o poi incontrato il limite dei contratti, dei bilanci e della realtà.

L’amministrazione Basile rischia di non essere abbattuta dall’opposizione. Rischia di consumarsi da sola, stretta tra le promesse fatte, i costi prodotti, gli accordi contestati e i lavoratori che non intendono più limitarsi ad applaudire. La buccia di banana non è soltanto la possibile mancanza di liquidità. È avere creduto che bastasse annunciare un modello perché quel modello fosse automaticamente sostenibile. E adesso che la propaganda ha finito il turno, restano da pagare gli stipendi, da garantire i servizi e, soprattutto, da firmare i contratti. Ma la cosa più preoccupante per Basile & co. , visto che la narrazione si sta sgretolando sotto i colpi della realtà quotidiana, rimanendo esposta, nuda e cruda, è che sono sempre meno quelli disposti a crederci ancora.