Dai disallineamenti milionari sui debiti fuori bilancio al “giallo” da 70 milioni del caso Ricciardello. Le otto pagine del magistrato contabile smontano la narrazione dei conti in ordine e impongono nuove verifiche urgenti al Piano di riequilibrio.


di GIUSEPPE BEVACQUA
I “complimenti” che Cateno De Luca si auto-intestava prima delle sue dimissioni nel 2022, celebrando l’uscita dal guado del dissesto, perdono improvvisamente consistenza di fronte ai crudi fatti: il Comune di Messina non è affatto fuori pericolo, ma resta un ente “sorvegliato speciale”, incastrato in un Piano di riequilibrio dove i disallineamenti contabili non sono fastidiose formalità, ma eventi intollerabili.
Ogni sei mesi, infatti, la Corte dei Conti accende il faro per verificare se le promesse messe nero su bianco dal Comune si siano trasformate in fatti o se siano rimaste, per l’appunto, promesse. Lo scorso 20 marzo, il magistrato istruttore Massimo Giuseppe Urso ha preso carta e penna e ha inviato a Palazzo Zanca una nota di ben otto pagine. Il succo della premessa, tradotto dal burocratese, è impietoso: i documenti mandati dal Comune sono un tale guazzabuglio che non si capisce nulla. Per dirla con le parole esatte della Corte, la documentazione «non ha consentito di comprendere compiutamente la coerenza d’insieme dei collegamenti delle informazioni finanziarie». A dover raccogliere i cocci e tentare di fornire una quadra entro la perentoria scadenza del 9 aprile è toccato al commissario straordinario Piero Mattei.
Ma cos’è che non torna alla magistratura contabile? Praticamente tutto. Sfogliando i rilievi, come scrive Gazzetta del Sud, sembra di assistere a un gioco di prestigio.
- I debiti fantasma: Nel secondo semestre del 2024 si dichiara che ci sono ancora debiti fuori bilancio da riconoscere per 11,4 milioni di euro. Peccato che, nel totale ufficiale dei debiti dichiarati, la cifra si fermi a 8,9 milioni.
- I conti che non si parlano: Stessa musica per il 2023 e il 2024. Da un lato il Comune giura di aver riconosciuto debiti per 16,5 milioni, dall’altro ammette di doverne effettivamente pagare 18,7.
La Corte, di fronte a questo festival dell’incoerenza, chiede di “riconciliare” i dati: mettersi d’accordo su debiti fuori bilancio, rateizzazioni, debiti censiti e potenziali.
A un certo punto, i numeri sembrano estratti a sorte. Un singolo dato, riportato in tre atti diversi, si presenta con tre abiti differenti: prima 688mila euro, poi lievita a 4,5 milioni, infine precipita a 92mila euro.
Emblematica la transazione del creditore Ricciardello. Negli atti attuali viene indicata una diminuzione monstre di 82,7 milioni di euro. Un successone clamoroso, se non fosse che negli atti precedenti (sempre firmati dal Comune) risultava che il debito residuo da ripianare fosse ampiamente inferiore, pari ad appena 13,5 milioni. Una bazzecola: ballano quasi 70 milioni di differenza. E la Corte, giustamente, vorrebbe capire come si faccia a cancellare un debito di oltre 80 milioni quando il passivo ne segnava poco più di 10.
A chiudere il cerchio, le inevitabili discrepanze sulle spese dei fondi vincolati, quelli utilizzabili solo per scopi ben precisi. Tra i dati forniti dal Comune e i rendiconti ufficiali ballano 17,4 milioni nel 2022 e 338mila euro nel 2023. Anche qui la Corte esige i prospetti analitici di ogni singola spesa e vuole sapere per filo e per segno quanti soldi statali e regionali, tra il 2022 e il 2024, siano stati destinati specificatamente a tappare il buco.
Ora le risposte del commissario sono arrivate, ma sarà solo la Corte a decidere se queste pezze a colori siano sufficienti. Nel frattempo, la narrazione politica di una “Messina salva dal dissesto” continua, imperterrita, a schiantarsi contro l’inesorabile realtà dei numeri. E Basile dovrebbe quanto meno chiarire la situazione ai suoi concittadini.





