Il vertice, i corrieri e la “torta al cioccolato”
Un’operazione su vasta scala dei Carabinieri ha azzerato un’organizzazione criminale attiva tra il capoluogo, la costa tirrenica e le Eolie. Tra stratagemmi ingegnosi, chat criptate e droga lanciata dai balconi, il giro d’affari sfiorava i mille euro al giorno.
All’alba di oggi, 25 marzo 2026, la provincia di Messina è stata teatro di una vasta operazione di polizia. Circa cento militari dell’Arma dei Carabinieri, con il supporto di elicotteri e unità cinofile, hanno eseguito 17 ordinanze di custodia cautelare in carcere. L’inchiesta, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia peloritana, ha portato alla luce reati gravi che vanno dall’associazione finalizzata al traffico di droga allo spaccio, fino alle minacce e alla detenzione di armi da fuoco.
Il vertice, i corrieri e la “torta al cioccolato”
L’indagine, inizialmente avviata nel 2023 dalla Procura di Barcellona Pozzo di Gotto, ha smascherato una struttura verticistica gestita da due promotori. I vertici controllavano l’approvvigionamento, concentrato nel quartiere Gazzi di Messina, e non esitavano a ricorrere a intimidazioni armate per mantenere il controllo e far eseguire gli ordini. La rete distributiva era estesa e capillare, coinvolgendo Messina, Milazzo, San Filippo del Mela, Merì, Barcellona Pozzo di Gotto e l’isola di Vulcano.
Per muovere la droga aggirando i controlli, i corrieri ricorrevano a manovre evasive, come l’attraversamento a piedi delle aree vicine ai caselli autostradali. Le comunicazioni avvenivano tramite app di messaggistica, utilizzando un linguaggio in codice dove hashish, cocaina e crack venivano camuffati da termini innocui come “caramelle”, “pietra”, “torta al cioccolato” o “quattro formaggi”.
Droga “a distanza” e l’insospettabile ruolo delle donne

I militari hanno documentato tecniche di spaccio particolari, studiate per azzerare i contatti diretti. Le dosi venivano lanciate direttamente dai balconi, mentre i clienti lasciavano il denaro dentro le cassette postali; un sistema che permetteva di spacciare persino a chi si trovava agli arresti domiciliari. Questo meccanismo ben oliato garantiva all’organizzazione introiti fino a 1.000 euro al giorno.
Un ruolo centrale e attivo era ricoperto da cinque donne, legate sentimentalmente ad alcuni degli arrestati. Le indagate gestivano le scorte in assenza dei compagni, confezionavano le dosi, curavano le comunicazioni della banda e attuavano manovre per nascondere lo stupefacente durante i controlli delle forze dell’ordine. La logistica sul territorio era inoltre facilitata da un soggetto di Torregrotta, che forniva un’officina e un immobile rurale per supportare le operazioni.
Il business estivo alle Eolie e il sostegno ai carcerati
Il sodalizio aveva allungato i tentacoli anche sulle piazze turistiche. Sull’isola di Vulcano, un indagato aveva monopolizzato il mercato estivo, smerciando in pochi mesi droga per un valore di circa 15.000 euro.
Oltre all’arricchimento personale, i proventi illeciti finanziavano una sorta di mutuo soccorso criminale, garantendo il mantenimento economico dei membri già reclusi. Alcuni di questi ultimi, peraltro, riuscivano a comunicare dal carcere utilizzando cellulari introdotti illegalmente. Una rete che, nonostante i sequestri di mezzo chilo di droga e gli otto arresti in flagranza avvenuti durante l’inchiesta, aveva dimostrato la capacità di riorganizzarsi e continuare a delinquere.




