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Furto al MuMe, la pista del mare porta verso Est: barche e yacht al setaccio, si cercano le tavole di Antonello

- 22/08/2026

L’ipotesi di un trasferimento via mare delle opere trafugate a Ferragosto acquista peso nell’inchiesta. Gli investigatori ricostruiscono i movimenti delle imbarcazioni nello Stretto e nei porticcioli. Sullo sfondo l’ipotesi di una successiva rotta verso l’Est europeo. Un precedente inquietante: i 17 capolavori rubati a Castelvecchio finirono tra Moldavia e Ucraina. Ma sulla destinazione delle opere messinesi, al momento, non esistono conferme ufficiali.

MESSINA – Il mare potrebbe non essere stato soltanto lo sfondo del più clamoroso furto d’arte compiuto a Messina negli ultimi decenni. Potrebbe essere diventato anche una via di fuga. E le opere di Antonello da Messina ancora mancanti potrebbero avere lasciato la Sicilia poche ore dopo il colpo, oppure essere state trasferite attraverso una catena di passaggi destinata a condurle fuori dall’Italia.

È una delle ipotesi sulle quali si starebbe concentrando l’inchiesta sul raid di Ferragosto al Museo regionale “Maria Accascina”. Un’ipotesi che, secondo un’indiscrezione investigativa circolata nelle ultime ore, avrebbe assunto maggiore consistenza: il trasferimento delle tavole via mare e il possibile successivo instradamento verso Paesi dell’Est europeo.

La cautela, tuttavia, è obbligatoria. Su questa specifica destinazione geografica non risultano, al momento, comunicazioni ufficiali della Procura o della Questura. Diverso è il discorso sulla pista marittima, che non nasce oggi e trova invece riscontri nelle attività investigative avviate immediatamente dopo il furto.

Già nelle prime ore successive al colpo, infatti, gli investigatori avevano esteso i controlli alle imbarcazioni in rada e nei porticcioli turistici della zona. Secondo quanto ricostruito da Repubblica, l’allerta era stata diramata anche ai porti del Sud Italia raggiungibili con un motoscafo, mentre venivano verificati contemporaneamente gli imbarchi verso la Calabria e le direttrici autostradali.

Il punto investigativo, dunque, non sarebbe tanto stabilire se il mare sia stato preso in considerazione. Lo è stato. Si tratta adesso di capire se dalle immagini, dagli spostamenti e dagli altri dati acquisiti possa emergere un natante compatibile con i tempi del furto e con una possibile operazione di trasferimento delle opere.

Migliaia di fotogrammi per ricostruire la fuga

Il lavoro della Squadra Mobile diretta da Simone Scalzo, affiancata dagli specialisti del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, procede soprattutto attraverso le immagini. Non soltanto quelle interne al MuMe, che hanno documentato l’azione dei ladri, ma quelle disseminate lungo un’area sempre più vasta della città.

Si stanno ricostruendo percorsi, mezzi, presenze anomale nei giorni precedenti e movimenti immediatamente successivi al colpo. Al vaglio ci sono anche le celle telefoniche per individuare eventuali utenze comparse nell’area soltanto nelle ore decisive.

Secondo l’indiscrezione, proprio l’allargamento del raggio delle acquisizioni avrebbe portato ad approfondire i movimenti delle imbarcazioni: barche, gommoni e yacht che, nella fascia temporale compatibile con il furto, potrebbero essersi mossi dai piccoli approdi della zona o avere lasciato improvvisamente le acque dello Stretto. Una verifica complessa. Messina, soprattutto ad agosto, è attraversata da un traffico nautico considerevole. Occorre distinguere una normale partenza da un movimento anomalo, incrociare orari, immagini, eventuali registrazioni portuali e ogni altro elemento disponibile. E occorre farlo tornando indietro nel tempo. Perché se davvero dietro il furto ci fosse un’organizzazione strutturata, il 15 agosto potrebbe essere stato soltanto l’ultimo atto di una preparazione iniziata molto prima.

Il giallo della fuga e il furgone che non era quello dei ladri

Anche la ricostruzione del primo segmento della fuga resta tutt’altro che chiusa. Il 17 agosto era circolata la notizia del ritrovamento di un furgone che sarebbe stato utilizzato dalla banda. Gli accertamenti successivi hanno però escluso che quel mezzo fosse quello impiegato per il colpo. Fonti investigative hanno smentito il collegamento e il ventaglio delle possibili modalità di fuga si è quindi nuovamente allargato. Un dettaglio tutt’altro che marginale. Se il mezzo utilizzato per trasportare le opere non è stato ancora individuato con certezza, resta aperta la possibilità di una fuga articolata in più passaggi: un primo trasferimento dalla zona del museo, quindi il trasbordo su un’altra vettura o su un’imbarcazione. Non significa che sia andata così. Significa che, allo stato delle informazioni disponibili, non può essere escluso. Anche perché il mare dista poche centinaia di metri dal museo e già nelle ore immediatamente successive al furto furono controllati porticcioli, imbarcazioni e collegamenti attraverso lo Stretto.

L’ipotesi Est Europa e il precedente di Castelvecchio

La parte più delicata dell’indiscrezione riguarda però la possibile destinazione delle opere. Perché l’Est europeo? Attribuire automaticamente a un’intera area geografica il ruolo di “mercato nero” sarebbe improprio. Esistono però precedenti investigativi e reti criminali documentate che rendono non irragionevole, sul piano investigativo, verificare anche collegamenti verso i Balcani e l’Europa orientale. Europol considera il traffico illecito di beni culturali un fenomeno tipicamente transnazionale, nel quale furto, ricettazione, riciclaggio e commercializzazione possono avvenire in Paesi diversi. L’Agenzia europea segnala inoltre i collegamenti di questo settore criminale con altre attività, compreso il riciclaggio di denaro. Ma esiste soprattutto un precedente italiano che gli investigatori specializzati conoscono perfettamente. Il 19 novembre 2015, dal Museo di Castelvecchio di Verona furono rubati 17 capolavori. Le indagini di Carabinieri e Polizia accertarono che le opere erano state trasferite prima in Moldavia e successivamente in Ucraina, dove avrebbero dovuto essere vendute in Russia. I dipinti furono recuperati nel maggio 2016 sull’isola di Turunciuc, in territorio ucraino, nascosti tra la vegetazione e avvolti in sacchi di plastica. È lo stesso Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale a ricostruire ufficialmente quel percorso. Il parallelo naturalmente si ferma qui. Non esiste, allo stato, alcun elemento pubblico che dimostri che la banda di Messina abbia rapporti con quella vicenda o con organizzazioni dell’Est. Il precedente dimostra però una cosa: capolavori italiani praticamente invendibili sul mercato legale possono essere spostati rapidamente attraverso più Paesi e affidati a circuiti internazionali, cambiando mezzi e intermediari. E una barca partita da Messina non dovrebbe necessariamente raggiungere direttamente la destinazione finale. Potrebbe rappresentare soltanto il primo segmento di una filiera: approdo altrove, nuovo trasferimento, passaggio terrestre e successiva consegna.

Anche la cronologia dell’azione è stata progressivamente precisata. L’audio diffuso dalla Questura documenta una telefonata al 112 alle 21.02 della sera di Ferragosto; secondo una successiva ricostruzione, le immagini interne avrebbero registrato il furto circa quindici minuti prima. Pochissimi minuti, dunque. Un’azione rapidissima mentre il centro della città era assorbito dalla processione della Vara.

Le opere hanno anche una “impronta” scientifica

Se davvero i capolavori avessero già lasciato l’Italia, inizierebbe una seconda fase della caccia: quella internazionale. Ed esiste un elemento importante. Nel 2018 le opere di Antonello custodite al MuMe furono sottoposte a una complessa campagna diagnostica dal Cnr e dall’Università di Palermo. Radiografie digitali, infrarossi, fluorescenza ultravioletta e a raggi X, spettroscopia Raman e altre tecniche produssero una documentazione scientifica estremamente dettagliata. Una sorta di impronta digitale delle opere, utile a verificarne l’autenticità qualora dovessero riapparire anche a distanza di anni. Ed è proprio questo uno dei problemi per chi ha commissionato o eseguito il furto: i quattro Antonello mancanti sono troppo celebri per essere venduti apertamente. Non possono comparire in un’asta, in una galleria o in una normale transazione senza essere immediatamente riconosciuti. Devono sparire. Essere custoditi per anni, utilizzati come merce di scambio in circuiti criminali, trasferiti a un collezionista disposto a possedere opere che non potrà mai mostrare oppure diventare oggetto di una futura trattativa. L’indagine, coordinata dalla Procura di Messina guidata da Antonio D’Amato, rimane formalmente a carico di ignoti e continua a muoversi in più direzioni.

Negli ultimi giorni gli investigatori hanno ribadito che non viene esclusa né una banda locale né un gruppo proveniente dall’estero, e che tutte le possibili modalità di fuga restano oggetto di verifica. Adesso il mare assume un peso maggiore. E se l’indiscrezione sulla direttrice dell’Est europeo troverà riscontri, l’inchiesta sul furto di Ferragosto potrebbe presto superare definitivamente i confini dello Stretto. Perché la domanda decisiva non sarebbe più soltanto chi abbia rubato gli Antonello, ma quanto lontano siano già riusciti a portarli.