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Giallo di Pietracatella, nuova accelerazione: Gianni Di Vita di nuovo in Questura, confronto con un’amica

- 20/08/2026

Quinta audizione per il marito e padre delle vittime. In Questura la procuratrice Antonelli e il capo della Mobile Graziano. I test di Berlino non avrebbero rilevato anticorpi alla ricina nel sangue di Gianni e Alice, ma la Procura precisa: manca ancora la comunicazione formale. Restano da analizzare 131 campioni prelevati nella casa

CAMPOBASSO – Il giallo di Pietracatella entra in una fase che appare sempre più delicata. A quasi otto mesi dalla morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, 15, uccise da un’intossicazione acuta da ricina tra il 27 e il 28 dicembre 2025, gli investigatori sono tornati a concentrare l’attenzione sulle testimonianze e sui rapporti interni alla cerchia familiare e delle conoscenze delle due vittime.

Oggi, 20 agosto, Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara, è stato nuovamente convocato negli uffici della Questura di Campobasso. Per lui si tratta della quinta audizione dall’inizio dell’inchiesta. Il colloquio si è protratto per ore e, secondo quanto trapelato, nel corso dell’attività investigativa sarebbe stato effettuato anche un confronto tra Di Vita e una donna sua amica. Negli uffici di via Tiberio erano presenti personalmente la procuratrice della Repubblica di Larino Elvira Antonelli e il dirigente della Squadra Mobile di Campobasso Marco Graziano.

Non è noto, al momento, quale sia stato l’oggetto del confronto né quali eventuali divergenze gli investigatori abbiano voluto verificare. E soprattutto non è stato chiarito ufficialmente chi sia la donna convocata. Un particolare importante perché, nei mesi scorsi, diverse persone vicine alla famiglia sono state ascoltate ripetutamente. Tra queste anche una docente di matematica dell’istituto agrario di Riccia, collega e amica di Di Vita, sentita più volte dagli investigatori. Non ci sono però elementi per affermare che sia lei la donna coinvolta nel confronto di oggi.

Il fascicolo per duplice omicidio resta contro ignoti

L’inchiesta principale della Procura di Larino continua a procedere per duplice omicidio aggravato e premeditato, ma allo stato non risulta alcuna persona iscritta nel registro degli indagati per la morte di Antonella e Sara. La circostanza è stata ribadita dalla procuratrice Antonelli anche nelle ultime ore.

Esiste però un’altra posizione giudiziaria che va tenuta distinta dal fascicolo per omicidio: nei mesi scorsi un’amica della famiglia è stata iscritta per favoreggiamento, perché – secondo l’ipotesi investigativa riportata dalla stampa – avrebbe fornito dichiarazioni non coincidenti con elementi ricavati da chat e altre testimonianze riguardo a presunte tensioni interne alla famiglia. Non è noto se si tratti della stessa donna convocata oggi per il confronto con Di Vita.

Ed è proprio questa distinzione a risultare fondamentale: Gianni Di Vita non risulta indagato per il duplice omicidio. Anzi, in un diverso fascicolo riguardante il malore accusato nei giorni della tragedia, compare come persona offesa.

I test di Berlino: nessun anticorpo, ma la Procura invita alla cautela

L’accelerazione investigativa arriva a poche ore da un altro elemento destinato a incidere sulla ricostruzione: i primi risultati degli accertamenti eseguiti dal Robert Koch Institut di Berlino sui campioni di sangue di Gianni Di Vita e dell’altra figlia, Alice.

I campioni erano stati prelevati il primo luglio. Il quesito posto agli specialisti era molto preciso: verificare la presenza di anticorpi riconducibili a una precedente esposizione alla ricina, anche a distanza di mesi.

Secondo le informazioni finora filtrate, gli esami non avrebbero evidenziato positività né per Gianni né per Alice. Un risultato che sembra andare nella stessa direzione dei precedenti accertamenti effettuati in Italia e che renderebbe meno consistente l’ipotesi che anche i due superstiti siano entrati in contatto con il veleno.

Ma su questo punto la Procura ha scelto una formulazione estremamente prudente. Antonelli ha precisato che non è ancora arrivata una comunicazione scritta definitiva sulla positività o negatività anticorpale. Il dato disponibile sarebbe dunque preliminare e dovrà essere formalizzato nella relazione degli esperti. La stessa Procura ha inoltre sottolineato che un’eventuale mancata rilevazione degli anticorpi non consentirebbe automaticamente di affermare, in termini assoluti, che un contatto con la tossina non sia mai avvenuto.

Un chiarimento importante soprattutto per Gianni Di Vita, che nei giorni immediatamente successivi a Natale aveva accusato un malore ed era stato successivamente ricoverato allo Spallanzani di Roma. Per mesi gli investigatori hanno cercato di capire se quei sintomi potessero essere ricondotti a una lieve esposizione alla stessa sostanza che aveva ucciso moglie e figlia.

La certezza: Antonella e Sara morirono per la ricina

Se sul contatto dei due superstiti la prudenza resta obbligatoria, sulla causa della morte delle due donne il quadro scientifico è ormai molto più definito.

Le conclusioni medico-legali depositate a luglio hanno confermato che Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita morirono per avvelenamento da ricina. Gli accertamenti avevano già individuato elementi compatibili con la presenza della potente tossina nei campioni biologici delle vittime, ribaltando definitivamente la prima ipotesi formulata dopo Natale, quando i sintomi erano stati inizialmente interpretati come quelli di una grave tossinfezione alimentare.

Il problema investigativo si è così spostato progressivamente dal “che cosa le ha uccise” al “come, dove e da chi la ricina è stata fatta assumere”.

Ed è quest’ultimo il nodo che, ancora oggi, manca.

La caccia al vettore del veleno

Nel corso dell’inchiesta sono stati sequestrati 70 alimenti presenti negli appartamenti dello stabile di via Risorgimento a Pietracatella: prodotti conservati in frigoriferi e freezer, cibi preparati in casa e confezionati, residui dei pasti consumati nei giorni precedenti alla tragedia.

La procuratrice Antonelli ha però precisato il 19 agosto che non risulta, allo stato, alcuna comunicazione relativa ad alimenti risultati positivi alla ricina. Il vettore attraverso il quale Antonella e Sara assunsero la tossina resta dunque ancora da identificare.

Proprio per cercare una traccia che possa indicare il punto esatto nel quale il veleno è stato manipolato o somministrato, il 30 luglio nella casa della famiglia Di Vita è entrata una squadra composta da specialisti italiani e tedeschi. Gli esperti del Robert Koch Institut, insieme alla Polizia Scientifica e alla Squadra Mobile, hanno eseguito tamponi su superfici, mobili, oggetti e ambienti dell’abitazione.

Da quel sopralluogo sarebbero stati ricavati 131 campioni, ora sottoposti agli accertamenti di laboratorio. È probabilmente da questi esami che potrebbero arrivare alcune delle risposte più importanti: individuare una traccia di ricina su un recipiente, una superficie o un oggetto potrebbe consentire agli investigatori di ricostruire concretamente il percorso seguito dalla sostanza. I risultati definitivi non risultano ancora disponibili.

Computer e pen drive sotto esame

Parallelamente corre l’indagine digitale. Nei giorni scorsi è emerso che la Procura ha sequestrato un computer e dieci pen drive riconducibili a Gianni Di Vita. Gli investigatori ritengono che quei dispositivi possano essere stati utilizzati anche da Antonella e Sara e che possano quindi custodire documenti, file, cronologie di navigazione o altri dati utili per ricostruire gli ultimi mesi di vita delle vittime. Si tratta di un filone particolarmente significativo perché già nei mesi scorsi la Squadra Mobile aveva avviato accertamenti su conversazioni online nelle quali utenti anonimi chiedevano informazioni sulla ricina, sull’acquisto di semi di ricino e sugli effetti di sostanze tossiche. Gli investigatori stanno tentando di verificare eventuali collegamenti tra quelle attività sul web e il caso di Pietracatella. Al momento, tuttavia, nessun legame è stato pubblicamente dimostrato.

Anche il telefono di Alice Di Vita è stato oggetto di nuovi approfondimenti, con l’acquisizione di chat, mail, dati di navigazione e comunicazioni relative al periodo ritenuto di interesse investigativo. Alice era stata nuovamente ascoltata in Questura appena due giorni prima della convocazione del padre.

Un’inchiesta che torna alle parole

Dopo mesi dominati dalle analisi tossicologiche, dagli esami medico-legali e dalla ricerca materiale della ricina, il nuovo confronto in Questura segnala che l’indagine continua a muoversi contemporaneamente su due piani: la prova scientifica e la ricostruzione testimoniale. Gli investigatori devono ancora stabilire quando Antonella e Sara abbiano ingerito il veleno, attraverso quale sostanza o alimento, se l’esposizione sia avvenuta in un’unica occasione e soprattutto chi abbia avuto la possibilità di procurarsi e utilizzare la ricina. La quinta audizione di Gianni Di Vita, il confronto con una sua amica e la presenza diretta della procuratrice Antonelli e del capo della Mobile Graziano confermano però che, dopo il lavoro dei laboratori, la Procura sta tornando con insistenza sulle dichiarazioni, sui rapporti personali e sulle eventuali contraddizioni emerse durante questi otto mesi. Una svolta, almeno ufficialmente, non c’è ancora. Il duplice omicidio di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita resta senza un indagato e senza un responsabile individuato. Ma tra analisi informatiche, risultati attesi sui 131 campioni e nuove audizioni, il giallo di Pietracatella sembra essere entrato in una delle fasi più serrate dall’inizio dell’inchiesta.