

Tra la narrazione offerta dal Comune di Messina e la realtà certificata dagli atti ufficiali c’è una sostanziale e documentata distanza. Le recenti dichiarazioni rilasciate alla Gazzetta del Sud dalla segretaria generale Rossana Carrubba tratteggiano un quadro di “perfetta e ininterrotta regolarità amministrativa“: secondo la segretaria generale il Ministero dell’Interno avrebbe “avallato la convenzione con la Città Metropolitana, limitandosi a richiedere alcuni marginali aggiustamenti di natura tecnica e formale“. Ma le carte, tuttavia, raccontano una storia decisamente diversa.
La nota ministeriale del 27 luglio, infatti, non si limitava a suggerire ritocchi di stile, ma sollevava due obiezioni di natura spiccatamente sostanziale, che smontano l’impianto stesso dell’accordo.
In primo luogo, l’individuazione dell’ente capofila: la convenzione indicava il Comune di Messina, mentre il Ministero ha chiarito senza mezzi termini che tale ruolo doveva spettare alla Città Metropolitana. In secondo luogo, le clausole di recesso: il testo originario accentrava il potere di scioglimento della convenzione nelle mani del sindaco, ignorando il dettato normativo che riserva tale prerogativa in via esclusiva ai rispettivi Consigli (comunale e metropolitano). Non si trattava, dunque, di semplici refusi burocratici. Il Viminale ha chiesto espressamente di rimettere mano alle decisioni già approvate dai consessi civici.
C’è poi il capitolo delle tempistiche. La segretaria generale rivendica la piena legittimità del proprio operato fin dal 28 luglio. Anche in questo caso, però, la cronologia degli atti svela una procedura ben più complessa e accidentata.
Il decreto che autorizza la reggenza esiste, ma porta la data e la firma del 31 luglio, conferendo validità all’incarico a partire dal 28 tramite quella che lo stesso documento definisce esplicitamente una “parziale ratifica”. In estrema sintesi: la copertura giuridica è arrivata a posteriori, con un effetto retroattivo sanante. Non solo. Lo stesso decreto precisa che la reggenza viene concessa in attesa della firma della nuova convenzione. È la prova documentale che, al 31 luglio, l’iter era tutt’altro che concluso. A corollario di questa catena di imprecisioni, vi è anche un errore di attribuzione istituzionale: la Carrubba attribuisce il provvedimento alla Prefettura di Messina, mentre l’atto è stato emesso da quella di Palermo.
A oggi, il Comune potrebbe anche aver incassato l’approvazione definitiva, ma questo passaggio cruciale non trova riscontro mediante documento disponibile o messo a disposizione di cittadini e stampa. Per poter avere, quindi, contezza dell’intera vicenda all’insegna della tanto sbandierata trasparenza, mancano all’appello elementi dirimenti: il provvedimento finale del Ministero, il testo della convenzione emendata e, soprattutto, le nuove deliberazioni dei due enti chiamati a correggere la rotta.
Alla luce dei fatti, un elemento emerge con chiarezza: rivendicare una “piena regolarità” della procedura fin dalle sue battute iniziali è una forzatura che non trova sponda negli atti. Il Ministero aveva rilevato problemi concreti e strutturali, imponendo correzioni di sostanza. Le sigle sindacali avranno anche utilizzato toni ruvidi e accesi nella loro protesta, ma il nervo scoperto che avevano toccato era reale. Derubricare un intervento correttivo del Viminale a “questione di forma” è un esercizio retorico che, davanti alla forza dei documenti, finisce inesorabilmente per sgretolarsi.








