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Depurazione, lo scandalo infinito: l’Italia paga 50 milioni l’anno e la Sicilia rischia i fondi per lo sviluppo

- 20/07/2026

A venticinque anni dalle scadenze europee, reti fognarie e impianti restano incompleti mentre le sanzioni vengono sottratte al Fondo di Sviluppo e Coesione. A Messina il paradosso della Bandiera Blu convive con l’emergenza infrastrutturale e con il maxidepuratore di Tono ancora da realizzare.

di LUIGI BEVACQUA

Oggi, lunedì 20 luglio 2026, l’Italia continua a pagare circa cinquanta milioni di euro all’anno all’Unione Europea in sanzioni pecuniarie per la mancata depurazione delle acque reflue: un salasso economico che si regge sul meccanismo di rivalsa dello Stato, il quale preleva i fondi direttamente dal Fondo di Sviluppo e Coesione (FSC) destinato alle regioni inadempienti.

Le condanne definitive della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, tra cui la storica causa C-251/17 e la recente sentenza C-515/23 del 27 marzo 2025, colpiscono il Paese per decine di agglomerati urbani fuorilegge. Tali pronunce impongono una sanzione semestrale complessiva che si attesta su oltre tredici milioni di euro a semestre, oltre a una sanzione forfettaria di dieci milioni di euro, che coinvolge anche i comuni siciliani di Castellammare del Golfo, Cinisi, Terrasini e inizialmente Trappeto che fu poi riconosciuto conforme.

L’intera vicenda si configura come un vero e proprio triplo scandalo, finanziario, burocratico e d’immagine, la cui gravità risiede innanzitutto nella straordinaria dimensione temporale dell’inadempienza.

La Direttiva Comunitaria 91/271/CEE sul trattamento delle acque reflue urbane aveva infatti fissato per tutti gli agglomerati urbani con oltre 15.000 abitanti equivalenti, come Messina e i principali centri siciliani, la scadenza tassativa del 31 dicembre 2000 ai fini dell’adeguamento. Già nel 2012, con la sentenza di condanna nella causa C-565/10, la Corte UE aveva accertato che l’Italia e la Sicilia erano ampiamente fuori tempo massimo.

A distanza di oltre venticinque anni dal termine perentorio europeo, moltissimi interventi non sono ancora stati completati, evidenziando una cronica incapacità di programmazione ed esecuzione.Questo fallimento depurativo non è imputabile a privati, ma a una filiera di comando pubblica definita dal Testo Unico Ambientale del Decreto Legislativo 152 del 2006, che individua nei Comuni e nelle Assemblee Territoriali Idriche (ATI) i titolari primari della competenza sulla gestione delle reti fognarie.

Le società operative del Servizio Idrico Integrato, come AMAP a Palermo, SIDRA a Catania, AICA ad Agrigento e AMAM a Messina, si sono storicamente scontrate con reti idriche obsolete e bilanci carenti di fondi per programmare investimenti strutturali.

A livello regionale si è consumato il secondo livello dello scandalo, caratterizzato da una paralisi burocratica e da un’incapacità di spesa pluridecennale: i governi della Regione Siciliana succedutisi a Palazzo d’Orléans, da Cuffaro a Lombardo, da Crocetta a Musumeci, non hanno esercitato con efficacia i poteri sostitutivi sui comuni inadempienti. Lo stesso attuale presidente della Regione, nell’aprile 2026 il governo Schifani ha affidato alla struttura del Commissario straordinario l’attuazione di trenta interventi del valore complessivo di circa 350 milioni di euro, finanziati nell’ambito dell’Accordo per la coesione.

In questo contesto si consolida il primo livello dello scandalo, ossia il salasso economico ai danni dei cittadini e il paradosso finanziario che ne deriva: le sanzioni europee milionarie scaturite dall’incapacità amministrativa per le quali lo Stato può esercitare la rivalsa nei confronti degli enti territoriali responsabili, anche attraverso la compensazione con trasferimenti statali. Non va tuttavia confuso né deve essere penalizzato da questo meccanismo, l’impiego di risorse FSC per finanziare gli interventi necessari a superare le infrazioni. Fondi che dovrebbero servire a costruire infrastrutture, scuole, ospedali o strade nell’isola per cederle al pagamento di penalità comunitarie.

Di fronte a questa inerzia, la gestione passa dal Commissario straordinario unico per la depurazione Fabio Fatuzzo, coadiuvato dal subcommissario Toto Cordaro, con l’obiettivo di completare i cantieri e consentire all’Italia di uscire dalle procedure d’infrazione entro il 2028, con un ritardo cumulato di quasi trent’anni rispetto alle scadenze comunitarie originarie. La struttura opera sugli interventi affidati e sugli agglomerati compresi nei programmi commissariali; non sostituisce integralmente tutti gli enti d’ambito e tutti i gestori italiani.

A livello locale, emblematico è il caso del Comune di Messina, dove l’amministrazione guidata dal sindaco Federico Basile, in continuità con la precedente gestione di Cateno De Luca, ha affrontato il dossier del maxidepuratore di Tono, un’opera dal quadro economico complessivo pari a 89,5 milioni di euro. Pur avendo formalmente collaborato con la struttura commissariale statale, l’appalto era già stato aggiudicato nel dicembre 2025, per poi ospitare la conferenza stampa ufficiale del 26 giugno 2026 a Palazzo Zanca per l’avvio della contrattualizzazione dei lavori, avvenuta il 16 luglio scorso, l’amministrazione comunale gestisce ed eredita un fardello di ritardi burocratici e iter cristallizzati nei decenni precedenti, trovandosi a fronteggiare un’impasse strutturale trentennale che ha reso indispensabile l’intervento sostitutivo dello Stato tramite i poteri speciali del Commissario.

Vi è tra l’altro un evidente cortocircuito territoriale, comunicativo e di percezione pubblica. Il riconoscimento della Bandiera Blu della FEE assegnato al Comune di Messina, ottenuta nel 2025 e confermata nel 2026, sui tratti di costa di Messina Nord, Messina Sud e Messina Tirreno, non rappresenta una valutazione globale dello stato fognario dell’intero territorio comunale.

Da un lato, il Comune ottiene ed esibisce la Bandiera Blu, un riconoscimento che certifica l’eccellenza e il rispetto dei parametri chimico-fisici e microbiologici di balneazione su specifici e limitati specchi d’acqua balneabili, oltre alla presenza di servizi turistici sugli arenili; dall’altro lato, l’agglomerato urbano complessivo resta sotto la scure dell’infrazione e della sanzione europea poiché ampie porzioni del territorio non dispongono ancora di una rete fognaria completa o di un depuratore principale adeguato, come dimostra la complessa vicenda dell’impianto di Tono. Di conseguenza, sul piano fattuale e sostanziale, la tutela formale di quegli arenili di pregio coesiste inevitabilmente con le gravi carenze infrastrutturali storiche che interessano altre porzioni del litorale e che rendono necessari i grandi interventi di adeguamento fognario e depurativo tuttora in corso sotto la regia commissariale. Tutto ciò alimenta una profonda distorsione informativa, per cui si celebra la vetrina turistica della balneabilità mentre l’infrastruttura fognaria cittadina versa ancora in un perenne stato di emergenza.