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Palermo, il campo largo alla prova della leadership: l’asse Pd-M5S già logorato dai veti

- 29/06/2026

La corsa in solitaria di La Vardera, in rotta con De Luca, spariglia le carte del centrosinistra, ma è l’autocandidatura di Nuccio Di Paola il vero nodo politico: la forzatura del leader M5S per imporre l’egemonia pentastellata rischia di mandare subito in tilt il dialogo con il Pd.

Il futuro del centrosinistra siciliano passa per il centro studi Pio La Torre di Palermo, ma la strada per costruire un’alternativa al governo di Renato Schifani in vista delle Regionali 2027 appare da subito in salita. Quella che, nelle intenzioni originarie, doveva essere una riunione fondativa per la coalizione del “campo largo”, si è trasformata in un delicato esercizio di disinnesco politico, appesantito da fughe in avanti che rischiano di minare l’alleanza prima ancora della sua vera nascita.

Il nodo centrale, e politicamente più infiammabile, è la leadership. Sul tavolo pesano infatti due autocandidature alla presidenza della Regione che hanno sparigliato le carte in un centrosinistra cronicamente diviso. La prima è quella di Ismaele La Vardera, oggi alla guida del movimento ControCorrente dopo la turbolenta rottura con Cateno De Luca. La seconda, politicamente ben più dirompente, è la discesa in campo di Nuccio Di Paola, coordinatore regionale del Movimento 5 Stelle.

L’analisi politica di questa dinamica rivela l’immediata lotta per l’egemonia interna allo schieramento. Se la sortita di La Vardera era stata derubricata dai vertici del Partito Democratico come una fisiologica operazione di posizionamento mediatico da parte di un outsider a caccia del voto di protesta, l’accelerazione di Di Paola assume i contorni di una forzatura per imporre gli equilibri di forza. Il M5S, rivendicando la fedeltà storica dell’elettorato siciliano al progetto contiano, tenta di certificarsi come azionista di maggioranza relativa. Un tentativo di blindare il nome del candidato governatore che ha generato profonda irritazione in casa Dem.

Il Partito Democratico, guidato dal segretario regionale Anthony Barbagallo, si trova così costretto a fare da pompiere, arginando le fughe in avanti. La strategia del Nazareno siciliano è quella di denunciare le logiche delle “bandierine identitarie” e di congelare la questione dei nomi per dare priorità a un patto di consultazione programmatico. In questo braccio di ferro, l’Alleanza Verdi-Sinistra (con Giampiero Trizzino) tenta di assumere un ruolo di cerniera diplomatica per evitare un’implosione preventiva, mentre le forze centriste, a cominciare da Azione, restano alla finestra con palpabile e dichiarato scetticismo.

Sullo sfondo di questa guerra di posizionamento rimane l’agenda ufficiale, quella che tocca i nervi scoperti della Sicilia. I temi sul tavolo della convergenza non mancano: dall’emergenza idrica alle eterne carenze infrastrutturali (con le autostrade A18 e A20 nel mirino), fino alla gestione dei fondi del Pnrr e alla dura opposizione al Ddl Calderoli sull’Autonomia differenziata, percepita come un colpo fatale alla tenuta del sistema sanitario regionale. Su queste basi, le opposizioni puntano a unire le forze per una mozione di sfiducia tecnica sulle politiche ambientali della giunta di centrodestra.

Tuttavia, l’elefante nella stanza rimane il “nodo metodologico”. Il fantasma del 2022, quando il progetto legato a Caterina Chinnici naufragò rovinosamente a ridosso del voto, aleggia ancora sui tavoli del centrosinistra. Se il campo largo non riuscirà a definire regole d’ingaggio condivise, mettendo da parte i veti incrociati e le ambizioni personali premature, la prova di maturità di Palermo rischia di trasformarsi nel primo atto di una logorante sconfitta annunciata, lasciando intatte le praterie per l’attuale maggioranza.