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L’Europa fa i conti con l’insularità: un piano da 1,5 miliardi per cancellare la “tassa” sulla Sicilia

- 16/06/2026

Bruxelles vara la prima strategia comunitaria per compensare gli svantaggi territoriali: nel mirino il caro noli, la fuga dei cervelli e il paradosso dell’energia. La sfida: azzerare un deficit strutturale che costa all’economia regionale 6,5 miliardi l’anno.

Per decenni l’insularità è stata raccontata come una condizione geografica. Un dato naturale. Quasi una fatalità. La Sicilia è un’isola, dunque paga di più, arriva dopo, parte svantaggiata. Una formula ripetuta fino a diventare abitudine. Adesso, però, quella condizione ha finalmente un numero, un peso economico, una misura politica.

Secondo lo studio commissionato dalla Regione Siciliana, il costo dell’insularità vale circa 6,54 miliardi di euro l’anno. Una cifra enorme: il 7,4 per cento del Pil regionale. Tradotta sulla vita quotidiana significa 1.308 euro annui per ogni residente, neonati compresi. Non una tassa scritta in bolletta, non un’imposta votata in Parlamento, ma un prelievo silenzioso che si scarica sulle imprese, sulle famiglie, sui consumatori, sui giovani costretti a partire.

La novità è che questa volta Bruxelles non si limita a prendere atto del problema. Il 10 giugno la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen ha adottato la prima “Strategia per le isole europee”, coordinata con un piano per le zone costiere. È un passaggio politico non secondario: per la prima volta le isole entrano in modo organico nell’agenda comunitaria non come periferie da assistere, ma come territori con criticità specifiche e potenzialità strategiche.

Sul tavolo c’è una dotazione iniziale da 1,5 miliardi di euro, legata alla revisione di medio termine dei fondi di Coesione. Le priorità indicate sono cinque: competitività e decarbonizzazione, difesa, alloggi accessibili, resilienza idrica e transizione energetica. A queste risorse potranno aggiungersi fondi nazionali e regionali, anche attraverso la rimodulazione della programmazione Fesr, Fse+ e Coesione.

Il vicepresidente esecutivo della Commissione, Raffaele Fitto, ha parlato della necessità di trasformare gli ostacoli in opportunità, facendo delle isole territori decisivi per un’Europa sostenibile e competitiva. Una formula politicamente efficace. Ma in Sicilia il banco di prova sarà molto meno elegante: vedere se quei fondi riusciranno davvero a incidere sui costi dei trasporti, sull’energia, sull’acqua, sulla fuga dei giovani e sulla tenuta dei servizi essenziali.

Il nodo dei trasporti: produrre in Sicilia costa di più

La prima ferita è quella più evidente: movimentare merci da e verso la Sicilia costa troppo. Secondo le stime regionali, i costi di trasporto nell’isola superano la media nazionale con differenziali tra il 50,7 e il 58,8 per cento, a seconda dei criteri di calcolo. Significa che un’impresa siciliana parte già con un handicap strutturale. Prima ancora di competere sul mercato, deve pagare il prezzo della distanza.

Non è un dettaglio tecnico. È una questione industriale. Se spedire costa di più, il prodotto siciliano diventa meno competitivo. Se importare materie prime costa di più, cresce il prezzo finale. Se la logistica è fragile, anche la migliore impresa resta prigioniera di un sistema che la penalizza.

A questo quadro si sono aggiunti i rincari dei noli marittimi sulle tratte da e per Sicilia e Sardegna, aggravati anche dagli effetti dell’Ets marittimo europeo. Il risultato è una pressione ulteriore su imprese e consumatori. L’eurodeputato Marco Falcone ha già chiesto alla Commissione europea maggiore trasparenza nella formazione dei prezzi e misure compensative specifiche.

La strategia europea promette di intervenire sui divari di connettività, sostenendo digitalizzazione, diversificazione economica e turismo sostenibile. Ma qui si apre la solita questione siciliana: non basta che i fondi siano stanziati. Devono essere programmati bene, messi a bando rapidamente, assegnati senza paludi burocratiche, spesi nei tempi e controllati nei risultati.

Perché in Sicilia il rischio non è soltanto non avere risorse. Il rischio, spesso, è averle e non riuscire a trasformarle in opere, servizi, infrastrutture, vantaggi concreti.

La fuga dei giovani è il fallimento più costoso

L’insularità non pesa soltanto sulle merci. Pesa sulle persone. E in Sicilia il costo più doloroso è quello demografico.

L’isola è scesa sotto i 4,8 milioni di residenti. Il saldo naturale resta negativo: in un solo anno si sono registrati oltre 21 mila decessi in più rispetto alle nascite. A questo si aggiunge l’emigrazione, ormai diventata una perdita sistemica di capitale umano.

Negli ultimi dieci anni più di 56 mila laureati siciliani hanno lasciato l’isola. Tra il 2022 e il 2024 altri 13 mila giovani siciliani sono andati direttamente all’estero per lavorare. Il dato più duro è forse un altro: in Sicilia solo due giovani su dieci sotto i quarant’anni sono laureati, contro percentuali molto più alte nel Centro-Nord.

Non è solo una questione di partenze individuali. È un drenaggio di futuro. Ogni giovane formato con risorse pubbliche e familiari che va via porta altrove competenze, reddito, consumi, natalità possibile, capacità d’impresa. La Svimez stima in 6,8 miliardi di euro l’anno il costo della mobilità interna dei giovani laureati dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord, ai quali si aggiungono circa 1,1 miliardi legati alle migrazioni estere.

Campania e Sicilia alimentano quasi la metà del flusso studentesco verso gli atenei settentrionali, con punte rilevanti nelle discipline Stem. È il paradosso più amaro: il Sud forma, il Nord incassa. La Sicilia cresce giovani che spesso non riesce a trattenere.

La Regione ha provato a intervenire con un meccanismo di rimborso Irpef fino al 50 per cento per chi rientra dall’estero e stabilisce nell’isola il proprio domicilio fiscale. Il beneficio sale al 60 per cento nei Comuni sotto i 5 mila abitanti. È una misura utile, ma non risolutiva. Perché un giovane non torna solo per uno sconto fiscale. Torna se trova lavoro qualificato, servizi efficienti, sanità accessibile, scuole solide, trasporti funzionanti, case a prezzi sostenibili.

La strategia europea individua proprio questi nodi: servizi pubblici, edilizia abitativa, istruzione, sanità. Ma anche qui la differenza la farà l’attuazione. La Sicilia non ha bisogno di altri documenti solenni. Ha bisogno di una catena amministrativa capace di fare arrivare le risorse dove servono.

Energia e acqua: l’isola ricca che paga da povera

Sul fronte energetico la Sicilia vive una contraddizione ormai insostenibile. È una terra che produce energia, ospita impianti, sviluppa rinnovabili, esporta elettricità verso il continente. Eppure non gode di un vantaggio proporzionato. Le tariffe non riflettono questa centralità produttiva. L’isola contribuisce al sistema energetico nazionale, ma continua a pagare il prezzo della marginalità.

La strategia europea prevede interventi per accelerare la decarbonizzazione e lo sviluppo delle rinnovabili nelle isole, collegando sicurezza energetica e competitività. È un punto decisivo. Perché senza energia a costi sostenibili non esiste politica industriale credibile.

Il presidente della Regione Renato Schifani aveva già indicato l’energia come uno degli esempi più evidenti della scarsa considerazione del principio di coesione insulare. La questione è semplice: se un territorio insulare sopporta costi aggiuntivi e al tempo stesso contribuisce alla produzione energetica, deve poter ottenere compensazioni, benefici e infrastrutture adeguate.

Accanto all’energia c’è l’altra emergenza: l’acqua. La resilienza idrica è una delle priorità indicate dalla Commissione. Per la Sicilia non è un capitolo accessorio. È una condizione di sopravvivenza economica e sociale. Siccità, reti colabrodo, invasi insufficienti, dispersioni e gestione frammentata compongono un quadro che non può essere affrontato con interventi episodici.

L’insularità, in questo caso, non è solo il mare attorno. È anche la fragilità interna di un territorio che rischia di restare prigioniero delle proprie inefficienze.

La blue economy e la costa come risorsa non più decorativa

La nuova strategia europea guarda anche al mare come settore economico. Per la Sicilia, con oltre mille chilometri di costa, è una possibilità concreta. Il sostegno al pescaturismo, la bioeconomia blu, l’utilizzo di alghe e biomateriali, i crediti di carbonio blu legati alla tutela degli ecosistemi marini possono aprire spazi nuovi.

Ma anche qui serve evitare la retorica. La costa siciliana non può essere trattata solo come cartolina turistica. È infrastruttura naturale, spazio produttivo, ambiente da proteggere, piattaforma economica. Per diventare sviluppo, però, servono regole, progettazione, assistenza tecnica, accesso al credito, semplificazione per le imprese della pesca e per le comunità costiere.

Il rischio, altrimenti, è creare l’ennesimo lessico europeo elegante — blue economy, carbon credits, biomateriali — senza incidere sulla vita reale di chi vive di mare.

Il risultato politico e la prova dei fatti

Il riconoscimento europeo dell’insularità non nasce dal nulla. È il punto di arrivo di un percorso lungo, passato dalla legge-voto approvata dall’Assemblea regionale siciliana nel febbraio 2020, dalla legge costituzionale n. 2 del 2022 che ha introdotto il principio nella Carta, e dalla consultazione pubblica europea alla quale hanno partecipato Regione Siciliana, Confindustria, Comune di Palermo, Comune di Lampedusa, Autorità portuali, pescatori di Pantelleria e molti altri soggetti isolani.

L’eurodeputato Ruggero Razza ha rivendicato il valore politico del risultato, sottolineando come per le isole del Mediterraneo, e per la Sicilia in particolare, entrino finalmente al centro dell’agenda europea temi come connettività, energia, servizi e contrasto allo spopolamento.

È vero. Il passaggio è storico. Ma non basta.

La Sicilia conosce bene la distanza tra il diritto riconosciuto e il diritto esercitato. Ha visto troppe volte fondi annunciati e poi rallentati, programmi approvati e poi impantanati, bandi scritti male, opere incompiute, misure nate per compensare svantaggi e finite dentro procedure senza fine.

Adesso la cornice c’è. I miliardi iniziali ci sono. Il principio politico è stato riconosciuto. La condizione insulare non è più un lamento territoriale, ma una questione europea.

Resta la parte più difficile: fare arrivare le risorse a chi produce, a chi pesca, a chi studia, a chi vorrebbe restare, a chi non può continuare a pagare ogni giorno il prezzo invisibile dell’essere nato su un’isola.

Perché l’insularità non si supera con una formula. Si compensa con infrastrutture, servizi, tariffe e tempi certi. E soprattutto con una pubblica amministrazione capace di non trasformare un’occasione storica nell’ennesimo documento da archiviare.