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Frode fiscale sui metalli preziosi: sequestrati beni per 8 milioni di euro a una società di Messina

- 30/05/2026

Un giro di false fatture per oltre 33 milioni di euro creato per immettere sul mercato oro e argento di provenienza illecita. La Guardia di Finanza smantella un sistema di imprese “cartiere” e denuncia cinque persone.

Un’evasione fiscale milionaria costruita su un intricato castello di finte transazioni per coprire l’acquisto di oro e argento al di fuori dei circuiti ufficiali. È l’esito dell’operazione condotta dalla Guardia di Finanza, che ha eseguito un sequestro preventivo di conti correnti e beni immobili per un valore di 8 milioni di euro nei confronti di un’azienda messinese attiva nel settore del commercio di metalli preziosi.

Il provvedimento, emesso dal Giudice per le Indagini Preliminari su richiesta della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Messina, colpisce un sistema fraudolento che, secondo gli inquirenti, si reggeva su fatture per operazioni inesistenti per una cifra complessiva che supera i 33 milioni di euro.

Il meccanismo della frode e le imprese fantasma

Le indagini, affidate al Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria, hanno svelato un modus operandi ben collaudato. La società peloritana e il suo rappresentante legale si avvalevano sistematicamente di fornitori fittizi, privi di qualsiasi reale struttura produttiva o organizzativa. Queste imprese, vere e proprie “cartiere”, avevano un unico scopo: fornire una veste contabile lecita per giustificare i massicci approvvigionamenti di metalli preziosi da canali non ufficiali, occultandone la provenienza illecita.

Un contributo determinante per smantellare la rete è arrivato dall’Agenzia delle Entrate di Messina, che ha agito tempestivamente procedendo alla cessazione d’ufficio delle partite IVA riconducibili alle società schermo utilizzate dagli indagati.

I provvedimenti cautelari e gli indagati

L’incrocio dei dati e l’esecuzione di mirate indagini fiscali hanno portato alla denuncia di cinque persone. Le ipotesi di reato contestate spaziano dalla dichiarazione fraudolenta mediante l’uso di documenti falsi all’emissione stessa di fatture per operazioni inesistenti.

Condividendo in pieno l’impianto accusatorio formulato dalla Procura e riconoscendo il fondato pericolo di dispersione dei capitali (periculum in mora), il GIP ha ordinato la confisca diretta e “per equivalente” delle somme corrispondenti al valore delle imposte evase, bloccando risorse per oltre 8 milioni di euro.

L’intera vicenda si trova attualmente nella fase delle indagini preliminari. In linea con il principio di presunzione di innocenza, il provvedimento di sequestro è soggetto ai normali mezzi di impugnazione. L’effettiva responsabilità degli indagati, così come la possibile restituzione dei beni, sarà definita e accertata solo nei successivi gradi di giudizio, davanti a un giudice terzo e imparziale e nel pieno contraddittorio tra accusa e difesa.