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L’Armata Brancaleone e il Risiko fallito a Giardini Naxos. Ecco perché ha vinto Bosco

- 28/05/2026

Il naufragio dell’ingegneria elettorale: l’esercito artificiale delle liste civetta e il bluff delle preferenze incrociate smascherati e bocciati dal voto d’opinione.

di GIUSEPPE BEVACQUA

C’è un limite anche alla sfacciataggine elettorale, e a quanto pare si trova al casello di Giardini Naxos. Il “sistema”, quella formidabile macchina da guerra – o meglio, da tessere e poltrone – collaudata a Messina, a Giardini si è schiantato contro il muro del voto d’opinione. La vittima designata era la cittadina ionica; il generale incaricato della conquista era Salvo Puccio, geologo cinquantatreenne, esponente di punta di Sud chiama Nord ed ex direttore generale del Comune di Messina. Non è bastato.

L’assedio delle liste civetta

Puccio si era presentato ai nastri di partenza non con una proposta politica, ma con un vero e proprio piano di sbarramento militare. Una strategia da manuale della vecchia politica mascherata da civismo: 33 candidati al Consiglio Comunale, sapientemente spalmati su tre liste. Una principale e due palesi “civette” – affidate a Rosalba Cannizzaro e Alfredo Elia Mandri – costruite col bilancino del farmacista per rastrellare ogni singolo voto incrociato. Un esercito di portatori d’acqua, o meglio di preferenze, che però è affogato in un bicchiere. I cittadini di Giardini Naxos hanno annusato la trappola e hanno preferito premiare un progetto lineare, mandando a casa la corazzata de-luchiana.

Lo “stipendificio” e il trucco svelato

A questo punto la domanda sorge spontanea: perché a Messina la moltiplicazione delle liste ha funzionato, garantendo la poltrona a Federico Basile, e a Giardini no? La risposta è banale.

A Messina, Basile ha potuto ipnotizzare l’elettore con la favoletta del “quel che è stato fatto”, una narrazione abbondantemente edulcorata e non proprio aderente alla realtà dei fatti. Ma, soprattutto, a Messina il “sistema” poteva (e può) contare sull’arma di distrazione di massa per eccellenza: le partecipate-stipendificio. Un colossale sistema di assunzioni, talvolta tenuto in piedi con disinvolti fondi extrabilancio, che garantisce fedeltà assoluta e truppe cammellate alle urne.

Puccio, a Giardini, si è presentato disarmato. Niente partecipate da mungere, niente prebende da distribuire con la stessa spavalderia. Si è portato dietro solo il Risiko di Cateno De Luca, che mirava a piazzare la bandierina su Giardini per un motivo ben preciso e tutt’altro che nobile: accollare ai naxioti i costi di nuove partecipate fiammanti, da costituire e far funzionare in tandem con quelle di Taormina. Partecipate che, a Taormina, sono già palesemente sproporzionate per numero di dipendenti e di costi rispetto agli abitanti e al territorio. Un geniale travaso di spese sulle spalle dei cittadini di Giardini.

Il cordone sanitario e il “campo larghissimo”

Per sventare l’Opa ostile, la politica locale ha dovuto fare di necessità virtù, erigendo un cordone sanitario senza precedenti a difesa del territorio. A sostenere la volata vincente di Agatino Bosco – premiato giustamente per la tenacia di chi, per undici anni, non ha mai mollato la trincea dell’opposizione – è sceso in campo letteralmente chiunque.

Un “campo larghissimo”, eterogeneo ma granitico, che ha unito l’intero arco costituzionale: dai partiti del centrodestra al Partito Democratico, fino alle forze civiche più radicate sul territorio. Tutti insieme appassionatamente, non per improvviso innamoramento politico, ma per un puro istinto di sopravvivenza.

Alla fine della fiera, il dato è tratto. Messina resta la grande, vera vittima di questo sistema; un meccanismo che, laddove non possiede già le chiavi della cassaforte, fa una fatica tremenda ad attecchire se l’orgoglio territoriale fa da argine. E non fatevi ingannare da Barcellona Pozzo di Gotto: quella è un’altra storia, un groviglio che affonda le radici nelle vicende personali della candidata Scolaro e nell’ennesima, triste sagra dei tradimenti politici che si sono materializzati da quelle parti. Un’altra puntata del solito trasformismo siciliano.