La paramafia non spara, ma prepara il terreno: sporca le parole, avvelena la politica, normalizza la paura e trasforma l’arroganza in metodo di potere.


di GIUSEPPE BEVACQUA
Il 23 maggio 1992 saltò in aria l’Italia intera sull’autostrada di Capaci. Con Giovanni Falcone morirono Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Non morirono soltanto cinque servitori dello Stato. Morì, per qualche istante eterno, l’illusione che la mafia fosse una faccenda da archivio giudiziario, da delegare ai magistrati, alle scorte, ai carabinieri, alla polizia.
No. La mafia ci riguarda tutti.
Avvelena chi comanda e chi tace.
Chi firma e chi obbedisce.
Chi vota per convenienza.
Chi fa finta di non vedere.
Chi ride delle minacce.
Chi chiama “carattere” la prepotenza.
Chi scambia l’arroganza per forza.
Chi considera normale umiliare, intimidire, isolare, delegittimare chi racconta i fatti.
La mafia non comincia sempre con il tritolo. Spesso comincia con una frase.
Con un insulto.
Con una risata sporca.
Con il linguaggio paramafioso di chi dice: “Ti devi stare zitto”.
Con la politica che usa la calunnia come manganello.
Con l’economia che premia i furbi e affama gli onesti.
Con gli ambienti pubblici ridotti a cortili di fedeltà, favori, ricatti e paura.
La mentalità mafiosa non porta più la coppola. Non è più riconoscibile. Si è amalgamata, mischiata e inserita. Oggi porta giacche buone, profili social, comunicati stampa, pacche sulle spalle, promesse, clientele, sorrisi da fotografia. Entra nei consigli comunali, negli uffici, nelle imprese, nelle campagne elettorali, nelle redazioni, nelle scuole, nei quartieri. E’ diventata un modo di pensare, di dire, di fare. Avvelena così il vivere civile, un giorno alla volta. Non spara. Consuma. Prima isola. Prima sporca le parole. Prima convince una città che ribellarsi sia inutile.
Ed è così che i giovani se ne vanno.
Non fuggono solo dalla mancanza di lavoro. Fuggono dall’aria divenuta sempre più pesante. Da territori dove il merito viene deriso, la competenza ignorata, la libertà trattata come un fastidio. Fuggono da una società dove chi alza la testa viene indicato come disturbatore e chi si piega viene chiamato persona intelligente.
Capaci dice ancora che questo esiste e continua ad avvelenare la Sicilia: non basta commemorare Falcone. Bisogna smettere di tradirlo.
Basta corone, se poi si accetta il ricatto.
Basta minuti di silenzio, se poi si alimenta l’omertà.
Basta frasi solenni, se poi si usa lo stesso metodo dei vigliacchi: infangare, minacciare, isolare, distruggere la credibilità di chi denuncia. Basta ipocrisia se la “mafia” siamo anche noi.
La lotta alla mafia non è una cerimonia. È una scelta quotidiana. È linguaggio pulito. È schiena dritta. È rifiuto del favore. È difesa della verità anche quando costa. È stare dalla parte di chi viene colpito perché ha parlato. È non avere paura dei piccoli boss senza pistola, dei capetti di sistema, dei servi rumorosi, dei professionisti dell’intimidazione.
Il 23 maggio non chiediamoci soltanto dove eravamo quando esplose Capaci. Chiediamoci dove siamo oggi.
Se dalla parte di chi ricorda per cambiare.
O dalla parte di chi ricorda per lavarsi la coscienza. Perché la mafia vince quando diventa abitudine.
Quando diventa linguaggio.
Quando diventa metodo.
Quando diventa politica.
Quando diventa normalità.
E allora che il ricordo diventi rivolta civile.
Per chi è morto servendo lo Stato.
Per chi resta e non vuole più respirare veleno.
Per i giovani che hanno diritto a una terra libera, non a una gabbia benedetta dai soliti padroni.
Capaci non è il passato. Capaci è adesso. E’ ancora oggi. O lo combattiamo ogni giorno, oppure dichiariamo la resa.





