9
Maggio

Giorno della Memoria: l’omaggio di Mattarella ad Aldo Moro e alle vittime del terrorismo

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Nel 48esimo anniversario del ritrovamento del corpo dello statista in via Caetani, le alte cariche dello Stato si riuniscono in Senato. L’emozione e il ricordo vivo nelle parole dei familiari di chi perse la vita durante gli “anni di piombo” e negli attentati internazionali.

ROMA – Un rinnovato e fermo appello alla verità, custodito prima nel raccoglimento di via Caetani e risuonato poi tra gli scranni di Palazzo Madama. L’Italia si ferma per onorare la Giornata in memoria delle vittime del terrorismo, legata in modo indissolubile al 9 maggio 1978: la data in cui, dopo 55 drammatici giorni di prigionia, venne ritrovato il corpo senza vita di Aldo Moro, assassinato dalle Brigate Rosse.

Le celebrazioni si sono aperte proprio sul luogo del ritrovamento. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha deposto una corona di fiori sotto la lapide commemorativa in via Caetani, a 48 anni esatti da quell’evento che segnò uno spartiacque nella storia della Repubblica. Un omaggio silenzioso che abbraccia idealmente gli oltre 300 morti dei cosiddetti “anni di piombo”, una lunga stagione di eversione e sangue su cui aleggiano ancora misteri irrisolti.

Il cuore istituzionale della commemorazione si è poi spostato nell’Aula del Senato. A fare gli onori di casa il presidente Ignazio La Russa, che ha accolto il Capo dello Stato, il presidente della Camera Lorenzo Fontana e le massime autorità del Paese. La cerimonia ha preso il via sulle note dell’Inno di Mameli, intonato da un coro di ragazzi schierati in piedi al centro dell’emiciclo, a simboleggiare il passaggio del testimone della memoria alle nuove generazioni.

Il momento di maggiore intensità emotiva è stato però affidato alle voci dei familiari delle vittime. L’Aula ha ascoltato in religioso silenzio testimonianze intrise di dolore e dignità: Susanna Occorsio ha ricordato il padre Vittorio, giudice trucidato in quegli anni difficili; Massimo Coco ha onorato la memoria del padre Francesco, procuratore generale a Genova, assassinato dai brigatisti assieme agli uomini della scorta Giovanni Saponara e Antioco Dejana, ricordati a loro volta dai nipoti Gina Dinella e Pierpaolo Deiana.

Il ricordo ha abbracciato non solo il terrorismo politico degli anni Settanta, ma ogni forma di violenza eversiva: dalla testimonianza di Alberto Capolungo, figlio del carabiniere in pensione Pietro, vittima della spietata banda della Uno bianca, fino al racconto straziante di Stefania Collavin in ricordo del marito Christian Rossi, caduto nel 2016 nell’attentato jihadista di Dacca, in Bangladesh, insieme ad altri otto italiani. Storie profondamente diverse, ma accomunate dal bisogno insopprimibile di verità e memoria condivisa.