Dal pulpito delle dirette social, il sindaco difende il suo assessore braccato dal Fisco e s’inventa epurazioni mai avvenute. La verità è un’altra: il funzionario non fu cacciato, ma comodamente silenziato e trasferito. Irregolarità? Denunce in Procura non pervenute.


di GIUSEPPE BEVACQUA
Due cose, a questo punto della tragicommedia, ci sono chiare. La prima è che i sindaci di Messina e Taormina (e la segretaria generale?) erano perfettamente a conoscenza del caso “Cicala” e dei suoi debiti con l’Erario. Che ce ne siano anche altri in lista d’attesa ci importa fino a un certo punto: sono fatti personali diventati di dominio pubblico non perché, come sbraita qualcuno, “i giornalisti sono delle merde” (ma solo se non nuotano “nella corrente“), “al soldo” di non si sa chi, ma per un trascurabile, microscopico dettaglio istituzionale. Cicala faceva l’assessore con delega al contrasto all’evasione. Intimidazioni, mafia?! No solo fatti egregio sindaco di Taormina, certificati da documenti ufficiali. E che di certo non meritano applausi, caro ex sindaco di Messina.
La seconda cosa che abbiamo capito è che Cicala ha tranquillamente incassato la più classica delle “difese d’ufficio” e con il sorriso sulle labbra. La scenetta del papà che si precipita a scuola a giustificare l’operato del figlio davanti ai professori, pur sapendo che il fatto è indifendibile. In fondo, dei conti in rosso di Cicala ce ne fregherebbe il giusto, limitandoci a osservare l’inossidabile “coerenza” di Cateno De Luca che ha scelto di respingere le sue dimissioni da Presidente di Equità Urbana a Taormina. Equità, appunto.
Ma c’è un’altra questione, ben più rumorosa, che attira i nostri radar di cronisti. È la giustificazione improbabile, ai limiti del fantascientifico, che De Luca ha usato per giustificare, molto “lateralmente”, il suo Cicala “del sottoscala”. Durante la sua diretta-arringa, De Luca ha sentenziato che, al suo insediamento da sindaco nel 2018, “i debiti Tari erano nascosti e si facevano i favori agli amici“. Per dare maggiore pathos all’arringa, ha pure aggiunto e sillabato che un dirigente è stato “li-ce-nzia-to”.
Benissimo. Allora gli poniamo due semplici domande.
Primo: se c’erano irregolarità così gravi e omissioni mirate a favorire gli amici, perché De Luca non ha preso carta e penna per presentare immediatamente un bell’esposto in Procura, come gli competeva fare? Lanciare accuse del genere oggi, sui social e senza uno straccio di denuncia formale dell’epoca, non solo è grave, ma offende, additandoli quali probabili “malfattori”, tutti i dipendenti in servizio allora e getta ombre senza fare nomi.
Secondo: chi sarebbe, di grazia, questo dirigente “licenziato”?
A noi risulta una dinamica parecchio diversa. Siamo certi che non sia stato mandato a casa proprio nessuno. Risulta, semmai, che tempo dopo ci fu un certo attrito con l’inquisitore Cicala, il quale smaniava per inserire nei crediti esigibili del Comune dei tributi ormai ampiamente fuori termine e quindi in prescrizione. Un’irregolarità bella e buona. Serviva a far apparire una massa attiva artificialmente gonfiata? Il dirigente dell’epoca si mise di traverso e invitò l’assessore Cicala ad assumersi la responsabilità dell’operazione, ordinandoglielo per iscritto.
Sapete com’è finita la storia del dirigente? Non è stato licenziato. È stato, molto più comodamente, spostato. Altro che pulizia etica, qui l’unica cosa che si pulisce è la coscienza di chi predica bene e razzola malissimo.




