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Il “Cucina-gate” all’Ars: la granitiera di Schifani e il maxi-scivolone di La Vardera

- 22/04/2026
lavardera

L’accusa del deputato sui presunti acquisti di lusso per l’appartamento del governatore. Il Cerimoniale smentisce: «È l’attrezzatura per la mensa dei 200 dipendenti di Palazzo d’Orleans». E la querela non scatta grazie allo scudo dell’Aula.

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Un forno industriale da 13 mila euro, un piano a induzione da 10 mila, una sfogliatrice per i salumi da 4.900 euro e perfino una granitiera professionale da oltre duemila euro. I numeri, snocciolati dal deputato di Controcorrente Ismaele La Vardera, sembravano i prodromi di un succulento scandalo politico: il presidente della Regione, Renato Schifani, intento ad allestire una cucina da grand hotel nei suoi alloggi privati a Palazzo d’Orleans? E invece no.

La narrazione si è schiantata in tempi record contro un dettaglio non da poco: la realtà dei fatti. A sgonfiare il caso è intervenuto il dipartimento del Cerimoniale, chiarendo in una nota che quegli acquisti in acciaio inox non hanno nulla a che vedere con i “bisogni” culinari del governatore. Si tratta, molto più banalmente, della doverosa sostituzione delle attrezzature guaste (o da adeguare alle normative) della mensa e del bar interni, che servono quotidianamente i circa duecento dipendenti del Palazzo. Nessun capriccio privato, nessun uso esclusivo.

In un colpo solo, l’onorevole La Vardera ha scambiato la mensa del personale per la cucina presidenziale, incappando in quello che nei corridoi dell’Assemblea Regionale Siciliana viene già archiviato come uno dei più clamorosi abbagli politici degli ultimi decenni. Un errore di mira marchiano, che stride peraltro con il profilo di uno Schifani noto per la sua proverbiale morigeratezza e che, a quanto risulta, l’appartamentino di rappresentanza non l’ha mai nemmeno abitato. Aver preso fischi per fiaschi impone oggi un interrogativo: si è trattato di una lettura frettolosa degli atti o di una mancata comprensione degli stessi? In entrambi i casi, il passo indietro e le scuse pubbliche apparirebbero come la naturale via d’uscita.

In altri tempi, una simile gaffe in Aula avrebbe scatenato l’ilarità bipartisan, condannando l’autore a un prolungato e impietoso sberleffo da parte dei colleghi. Oggi, in un clima politico ben più teso e polarizzato, la domanda sorge spontanea: come mai un governatore non immune alla suscettibilità non ha già fatto partire la querela per diffamazione?

La risposta si annida nei meandri dei regolamenti parlamentari. Le accuse “azzardate”, infatti, sono state sapientemente anticipate nel corso di un intervento a Sala d’Ercole. Una mossa tattica che fa scattare in automatico lo scudo dello Statuto siciliano: l’insindacabilità dei parlamentari regionali, non perseguibili per le opinioni espresse e i voti dati nell’esercizio delle loro funzioni. La querela, dunque, è disinnescata in partenza dalle garanzie dell’Aula. Rimane, intatto, il peso politico della brutta figura.

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