

Un annuncio che doveva placare le polemiche sul caro carburanti si è trasformato nella miccia per una nuova potenziale, esplosiva protesta.
Eni ha comunicato la fissazione di un tetto massimo ai prezzi: da lunedì 1,99 euro al litro per la benzina e 2,19 euro per il gasolio. Una mossa accolta sicuramente con sollievo dagli automobilisti, ma che ha scatenato la rabbia dei gestori degli impianti.
Il motivo del malumore è profondo e strutturale. I benzinai, infatti, denunciano di aver appreso di questi sconti esclusivamente dalla stampa, senza alcun preavviso aziendale. La beffa si concretizza nel fatto che questa operazione di riduzione dei prezzi alla pompa ricadrebbe interamente sulle spalle dei gestori stessi. Questi ultimi si ritrovano oggi con le cisterne piene di carburante già acquistato dalla compagnia a prezzo pieno, ed essendo costretti ad applicare le nuove tariffe ribassate, vedono azzerati i propri margini di sopravvivenza economica.
Sui social network, le bacheche della categoria sono un fiume in piena. Nel “Gruppo Gestori”, un post riassume l’amarezza di un intero settore, sottolineando un cortocircuito commerciale: “Il fornitore diventa concorrente dei suoi clienti”. L’incongruenza della situazione, evidenziano gli operatori, solleva un interrogativo cruciale: come può un gestore, di fatto obbligato per contratto ad acquistare da Eni, riuscire a competere con il soggetto stesso che gli vende il carburante?
L’iniziativa viene letta dalla rete di vendita non come una misura di sostegno reale, ma come un’operazione d’immagine per far fare “bella figura” all’azienda, scaricando i costi sull’ultimo anello della filiera. Quella che in passato veniva decantata come una liberalizzazione pensata per stimolare la concorrenza e offrire un prezzo più conveniente, si è capovolta. “Loro tutti si son fatti un bel cartello a nostre spese”, accusa un altro operatore, dando voce al sentimento diffuso di chi si sente vittima di logiche calate dall’alto.In queste ore, tra le stazioni di servizio di tutto il Paese si respira un’aria di forte tensione. I malumori crescono a vista d’occhio e si sta organizzando una strisciante protesta che, se non ascoltata, rischia di paralizzare un settore già duramente provato dalle dinamiche internazionali e da un mercato sempre più insostenibile per chi ci lavora ogni giorno.









