
La protesta promossa da Raffaella Paita riunisce parlamentari di Pd, Italia viva, Avs e Autonomie. Tra loro Dafne Musolino. Le scuse del ministro non chiudono il caso.

Il metro da sarta mancava, tra gli strumenti della politica estera. Antonio Tajani lo ha introdotto nel dibattito pubblico attribuendo alla lunghezza della gonna una singolare capacità: certificare l’affidabilità di una donna. Più tessuto, maggiori garanzie matrimoniali. Una teoria della fedeltà che deve aver sorpreso persino le mercerie.
La risposta è arrivata ieri, 22 settembre, a Palazzo Madama: undici senatrici hanno promosso una protesta in gonna, trasformando l’abbigliamento in una dichiarazione politica. L’iniziativa, lanciata dalla capogruppo di Italia viva Raffaella Paita, ha riunito nel Transatlantico parlamentari di diverse opposizioni per una fotografia comune. Il messaggio: ciascuna decide come vestirsi, senza sottoporsi all’esame di rispettabilità altrui.
La vicenda nasce dall’intervento del ministro degli Esteri alla manifestazione Itaca, a Formello. Nel ragionamento di Tajani, il paragone sentimentale serviva a illustrare l’affidabilità politica: alla persona appariscente contrapponeva quella seria, stabile, adatta a costruire una famiglia. Fino alla formula: «Meglio una ragazza più seria, che ha le gonne più lunghe di quell’altra». Il discorso comprendeva anche un confronto maschile, tra il playboy muscoloso e l’uomo che lavora in giacca e cravatta.
Il contesto va restituito. Poi va giudicato. E il contesto, in questo caso, rende più chiaro il problema: per spiegare la credibilità di uno schieramento si è adoperato un catalogo di stereotipi. La donna vistosa come rischio, quella discreta come investimento sicuro. Persino la giacca dell’uomo chiamata a garantire ciò che, normalmente, dovrebbero dimostrare i comportamenti. Per Tajani, insomma, l’abito farebbe il monaco, o la… suora.
Il 21 settembre, da New York, a margine dell’Assemblea dell’Onu, Tajani si è scusato: «Mi scuso se delle persone si sono sentite offese da quello che ho detto». Ha negato qualsiasi intenzione offensiva e sostenuto che le sue parole fossero state estrapolate da un ragionamento più articolato. A sostegno del proprio impegno per i diritti femminili ha ricordato di aver voluto due donne come ambasciatrici in Iran e Afghanistan.
Le scuse meritano di essere registrate. Quel “se”, però, lascia aperta una cucitura: colloca il problema nella sensibilità di chi ascolta, prima ancora che nel giudizio espresso da chi parla. E le nomine diplomatiche, per quanto significative, non risolvono la questione. Si può riconoscere il valore professionale delle donne e continuare a descriverne la libertà attraverso categorie paternalistiche. Le contraddizioni, purtroppo, non chiedono il permesso.
Accanto a Paita hanno promosso l’iniziativa Susanna Camusso, Cecilia D’Elia, Valeria Valente, Simona Malpezzi e Cristina Tajani del Pd; Silvia Fregolent, Daniela Sbrollini e la messinese Dafne Musolino di Italia viva; Ilaria Cucchi di Avs e Julia Unterberger delle Autonomie. «Siamo libere di vestirci come vogliamo», ha spiegato Paita.
Si potrà discutere dell’efficacia di una fotografia parlamentare. È legittimo chiedere alla politica atti, risorse, decisioni capaci di incidere sulla vita delle donne. Ma quella richiesta non rende irrilevanti le parole di un ministro. Soprattutto quando assegnano patenti morali sulla base dell’aspetto e ripropongono, con la disinvoltura della battuta, un’antica divisione: quelle da guardare e quelle da sposare.
Le senatrici hanno scelto di rendere visibile l’assurdità del criterio. Perché una donna non diventa più seria coprendosi le ginocchia, né meno affidabile scoprendole. E nessuna promessa matrimoniale acquista solidità grazie a qualche centimetro supplementare di stoffa.
La gonna può essere corta. Il rispetto deve essere intero.








